Senza freni

Con questo racconto ho partecipato all’edizione 2016 del concorso letterario “Il Bicicletterario”, conseguendo una menzione speciale e ricevendo in premio una targa dall’associazione culturale AQuadro.
Ringrazio l’associazione e il Bicicletterario per il premio e per questa opportunità.

Quel giorno gli serviva una bella scossa. Pensò quindi di prendere via Ortale, la stradina ripidissima congiungente le due strade parallele che da casa scendevano fin giù al paese e a scuola. Amava farla in picchiata, a “palla di cannone”, c’era visibilità fino all’incrocio con l’altra strada e non c’erano traverse.
La imboccò e come faceva a volte, nei pochi secondi impiegati a percorrerla, cominciò a pensare a quel nome: “Ortale”, fantasticando che in passato qualcuno come lui, in bicicletta, avesse perso i freni e ci fosse rimasto secco. Da qui il nome via Mortale addolcito in Ortale dai paesani negli anni, come a voler liberare dalla sventurosa condanna il fantasma pedalante di quel povero sfortunato che, sicuramente come faceva anche lui, tirava i freni solo alla fine, calcolando esattamente il tempo per fermarsi all’incrocio e allungare così al massimo il precedente momento d’ebbrezza, quel vento che ti frusta i capelli, ti allarga le maniche, si infila nei pantaloni solleticandoti le gambe e che se apri la bocca gonfia le guance come un palloncino sballottandole a destra e a sinistra, con esilarante rutto finale liberatorio d’aria appena ingurgitata.
Cominciò a pedalare forte per lanciarsi alla conquista di un nuovo record. Dieci metri, venti, vento che aumenta, anche Benevento prima si chiamava Maleventum. Pensava a quanti nomi mutati conoscesse, ancora ignaro che quel giorno sarebbe toccata a lui, e per davvero.
– Ciao Ciclotauro! – gli aveva detto sua madre sorridendo prima di vederlo uscire di casa dopo colazione, i libri in una mano e l’elastico nell’altra. L’aveva guardato correre fino alla porta tutto cosce, spalle strette, scapole alate, braccia lunghe ed esili.
Forse era meglio “Ciclosauro” aveva pensato, sì, una specie di cucciolo di T-Rex, vista la sproporzione cosce-braccia ma erbivoro, la preoccupavano un po’ la sua timidezza e quell’introversione. In paese era pieno di bulli e loro erano lì da poco, venuti dalla città per vivere in campagna, ma in fondo Ciclosauro aveva solo dodici anni e tutto il tempo di farsi muso ed ossa dure. Si era ricordata di non avergli dato il fazzoletto pulito. Lui aveva appena finito di fermare i libri al portapacchi della Graziella e stava per montare in sella che lei lo aveva tanato – Ma bene! Ecco che fine fanno i fazzoletti che non trovo più! – Il fazzoletto che aveva usato per legare il parafango posteriore, un giorno che si era sbullonato, era ormai mutato in uno straccetto teso all’impossibile e leopardato dalle pozzanghere. La sua faccia imbarazzata l’aveva fatta scoppiare in una risata disarmante e porgendogli il fazzoletto pulito gli aveva detto – È proprio ora che papà ti prenda una bici nuova, questa è quasi da buttare e ormai è piccola per te. – Salutandola sgommando, era riuscito a sentire solo la coda di un’ultima frase ¬– …bbiamo tagliare quei capelli! – e come sempre non il suo “vai piano!”. Era sfrecciato via sorridente al pensiero di una bici nuova ma fiero della sua Graziella rossa non più ripiegabile perché spaccata al centro e risaldata, piccola vero, con sellino e manubrio tirati su al limite massimo era diventata l’estensione di sé, la sua sicurezza, era capace di andare su una ruota sola per centinaia di metri, anche in curva. L’aveva smontata, rimontata e riverniciata sempre rossa, tante volte, ne conosceva ogni vite e bullone. Ci andava sempre, con il sole ed anche con la pioggia ma non a scuola, perché i suoi, dopo la prima ed unica volta che ci aveva provato sfuggendoli, gli avevano vietato di presentarsi bagnato fradicio davanti alla maestra.
Il sorriso era cominciato a sfumare appena dopo un quarto dei due chilometri che lo separavano dal paese e da quel bullo della terza media, il suo incubo. Il giorno prima quello gli aveva rubato la fionda che nascondeva sempre a metà strada sotto il ponte del ruscello, nel buco di un pilone e che riprendeva tornando da scuola. Il bullo l’aveva seguito in bici di nascosto, lo aveva spiato e poi raggiunto minacciandolo di consegnargli la fionda, altrimenti se la sarebbe presa a suon di botte.
La sua magica fionda, l’ennesima che aveva costruito ma stavolta sentiva di aver raggiunto la perfezione. I materiali sempre gli stessi, camera d’aria rossa di bicicletta per gli elastici, la toppa ritagliata da una scarpa trovata in una delle case vecchie abbandonate dai contadini in fuga dalla guerra. Erano la metà degli anni settanta e anche se i chilometri d’asfalto cominciavano ad insinuarsi vieppiù rapidi nel paesaggio, erano ancora molte le strade sterrate. Nelle case vecchie ancora non diroccate insisteva quello strano odore, una lotta tra odore di camino spento, muffa e polvere di guerra. Vi si trovavano ancora oggetti, a volte anche bauli con lettere, accessori e cianfrusaglie varie, frammenti di vita abbandonati, decisi superflui da un istinto sbrigativo di sopravvivenza. Ritagliando la toppa in quella scarpa orfana si era chiesto a chi poteva essere appartenuta, magari era quella del fantasma di via Ortale. Infine il manico di legno, la parte più importante, fondamentale per la mira ed il lancio precisi.
Lo aveva trovato come un diamante in un cespuglio, anzi lo aveva sentito, come un’incantevole melodia nell’attimo in cui l’aveva messo a fuoco diradando cautamente le armonie di rami ed infine ritagliandone la geometria tra cielo e fiori gialli. Una Y perfetta in chiaro legno di ginestra, così perfetta che aveva impiegato un pomeriggio intero ad intagliare il manico su misura, nel timore di sbagliare e rovinarlo, poi lo aveva decorato pazientemente con il coltellino arroventato, e ora quel bullo voleva appropriarsene. Mai! Sceso dalla bici aveva raccolto un sasso dicendo al bullo che quella fionda non era precisa e mirato il tronco di un cipresso a una ventina di metri lo aveva mancato di proposito.
– Non ci credo. – Aveva sibilato Bullo smontando dalla bici e strappandogli di mano la fionda, – Vediamo… – digrignando e raccogliendo un sasso. Per fortuna Bullo era uno di paese, non di campagna, non era un tiratore esperto. Si era piazzato la toppa davanti alla faccia, la mira non si prende così ma di lato, gli elastici vibranti devono sfiorare l’orecchio, la mira esatta si sente. Unica, tesa e suadente si mostra solo l’attimo che ti scordi di guardare.
Il sasso era passato almeno ad un metro dal tronco, Bullo era rimasto un attimo interdetto e lui ne aveva approfittato – Ne ho un’altra, precisa, dopo mangiato puoi venire a prendertela a casa mia. – Quel maledetto aveva prima esitato e poi l’aveva frustato con la fionda sulla faccia minacciandolo che sarebbe tornato nel primo pomeriggio e se non l’avesse trovato con la fionda buona si sarebbe tenuto quella.
Rientrato a casa e ingoiato fugacemente un boccone, si era messo febbrilmente a costruire la fionda che gli era riuscita la più imprecisa e brutta che non avesse mai fatto, aveva tagliato il primo ramo di mirto decente, legato male gli elastici che avrebbero retto al massimo una dozzina di tiri dopoché sarebbero schioccati sulla faccia del suo oppressore. Dentro sé due forze che fondevano in caos disperato: rabbia e paura. Bullo si era presentato puntuale fuori dal cancello di casa e gli aveva intimato subito di fargli provare quella fionda. Come avrebbe potuto nascondere che stava per rifilargli una schifezza? Poi un lampo: i film western.
Quel suono delle pallottole sulle rocce, quella specie di “sweiiinnnnn” lunghissimo e impressionante. Con un sasso irregolare lanciato sull’asfalto avrebbe potuto simularlo anche con la fionda, l’aveva fatto altre volte. Cercato e trovato il sasso adatto tra la ghiaia del cortile prima di uscire dal cancello, l’aveva messo nella toppa trovando la faccia tosta di sentenziare ¬– Questa fionda è la più potente che abbia mai costruito. – Tesi gli elastici e puntato l’asfalto a pochi metri da Bullo, il sasso era schizzato via sfiorando la strada, risuonando come se Burt Lancaster avesse sparato con un Winchester sul pelo di una roccia in Sfida all’O.K. Corral. Aveva funzionato. Il suggestionato Bullo, lanciatagli in mano la fionda magica era sparito pedalando con la fionda bidone a tracolla, ma lui sapeva che non sarebbe durata, l’indomani si sarebbe vendicato. Quella notte aveva dormito a tratti, agitato nel pensare al giorno dopo.

Via Mortale, ottanta metri, cento, la bocca aperta e il palloncino, occhi socchiusi e lacrime resistere tremolanti al vento, dalle tempie rifugiarsi solleticanti tra i capelli, nuovo record, ora i freni, solo quelli dietro, “quelli davanti li devo ancora riparare”, uno scatto, la percezione di un gommino che schizza via, leva del freno a vuoto e vuoto nello stomaco, la pelle in fiamme. Senza freni!
“Non posso attraversare l’incrocio, a quest’ora passano macchine e trattori, non posso vederli ci sono alberi, a sinistra il campo di grano è un salto di almeno tre metri, è l’unica.
Volo.”
La Graziella si impuntò nella cunetta catapultandolo in aria. Piroettò il tempo di vedere la bici roteare sopra lui e poi quell’urlo, un grave e potente suono che non sapeva di possedere, una nuvola scura di passeri alzarsi in volo poco prima del suo atterraggio giallo, ma no, forse ancora un po’ verde e morbido di spighe, forse.
Si risvegliò in paradiso, sentì lo scampanellio di una bici ma non immaginò che era la sua Graziella rossa sbatacchiante che cercava posto in mezzo al grano, pensò che era il campanello del fantasma di via Mortale che vide sfrecciare per un attimo pedalando sghignazzante, poi un flash da bianco ad azzurro intenso, la prospettiva verticale delle spighe, le cicale, la scia di un aereo, tre rondini inseguirsi in una treccia nera come quelle di lei, la bambina della seconda fila con gli occhi verde cicoria, quella che “forse non vedrò più e mi faceva abbassare lo sguardo”. Così disteso pensò al film “Incompreso”, che aveva visto qualche sera prima, dove un bambino, arrampicatosi sopra un albero cadeva insieme al ramo spezzato sui sassi nell’acqua troppo bassa della riva di un fiume e dopo sussurrava di non sentire più i piedi, si era rotto la schiena. Quel ramo spezzato gli ricordò suo padre che non aveva colpe ad esser fragile, era spesso fuori per lavoro ma quando c’era, c’era, e quella sera avrebbe voluto chiedergli di aiutarlo ad aggiustare i freni della bici. Pensò a sua madre, una verde e grande quercia sorridente. Provò a muovere le dita dei piedi, c’erano. Non si era fatto nulla. Ruttò l’aria del palloncino in ritardo e rise invaso dal grano, la bici era intatta, la recuperò insieme ai libri sparsi e si avviò verso la scuola.
Nel cortile sentì subito addosso lo sguardo incarognito di Bullo, aveva due strisce violacee sulle guance e un labbro gonfio, la fiondaccia aveva sortito il suo effetto. Davanti a tutta la scolaresca incuriosita Bullo gli si parò davanti guardandolo dall’alto in basso minaccioso, tenendo in pugno la fionda rotta che stava per sbattergli in faccia, quando Ciclosauro, che fino a un attimo prima aveva lo sguardo riverso a terra lo sollevò e guardandolo dritto negli occhi gli svuotò in piena faccia quell’urlo già eruttato dall’abisso del volo in bicicletta.
L’aria e il tempo paralizzarono per qualche istante. Bullo slittò indietro senza alzare i piedi come spostato da un ciclone, incantandosi bocca aperta a fissarlo stupefatto e congelato nel silenzio totale. Mentre nel cortile di scuola cadeva solo una foglia da un platano e dall’atrio il vecchio bidello fissava la scena a bocca semiaperta, Bullo voltò i tacchi e sparì mormorando – Tu sei pazzo… – In un attimo tutti i bambini gli furono intorno battendogli pacche, pungendosi sulle scapole alate. Mentre entravano in classe la bambina dagli occhi cicoria si avvicinò e fissandolo gli mise le dita tra i capelli estraendone piano una spiga di grano che prese con sé, sfuggendogli un ultimo sguardo di cicoria infatuata.
Quel giorno al ritorno da scuola Ciclosauro dimenticò di prendere la fionda sotto al ponte.
Si fermò accanto al cartello stradale di via Ortale giurando che non avrebbe mai più sfidato il fantasma in bicicletta, tenendosi in piedi sul sellino della bici poggiata al palo del cartello disegnò con un pennarello rosso dei raggi di bicicletta e al centro una piccola M dentro la O di Ortale. Amava Maria Occhi Cicoria.

Pubblicato da

Alessandro Cantaro

Alessandro Cantaro, grafico web-designer freelance. Mi piace scrivere e in questo spazio raccolgo e condivido alcune cose. 501k sono gli ultimi quattro caratteri del mio codice fiscale, nient'altro. :-)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *