Sottovento

Questo racconto è del 2011, Ermete, un hacker solitario in vacanza, vede crollare tutte le sue fisime grazie ad un potente “incontro”.

L’ultimo fotogramma di quel sogno agitato e senza senso, una specie di  zapping da telecomando del mio vissuto in mano a un tarantolato, è un giradischi spento con il braccetto abbassato sul vinile, la puntina immobile.
Un decimo e riparte suonando il rumore del vento, della spiaggia estiva e del mare grosso. È un disco graffiato, di sabbia frustata nel vuoto da qualcuno che non si cura di chi gli è accanto e soprattutto sottovento.
La tempestina mi investe il viso e sfila sotto gli occhiali a velocità supersonica, tanto che ho l’impressione di accusare l’abrasione sulle palpebre ancor prima di udire il botto dell’asciugamano.

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Mentre levo gli occhiali da sole, la regione razionale del cerebro mi parte in calcoli sulla velocità del vento pomeridiano e quella del suono mentre l’altra regione, quella animale, offesa dal gesto affatto altruista dell’ignoto reo vicino d’ombrellone,  lancia l’impulso alle palpebre di schiudersi per svelarne quanto prima l’identità e sbaglia. L’ingenua razionale ha in quell’attimo la risposta: il vento è più veloce e la sabbia si leva assai prima del botto. La animale che ha attivato le palpebre non fa in tempo ad ordinare la ritirata. Risultato: flash abbagliante, spilli negli occhi, secondo botto e oscurità. Mi esce un timido cribbio rantolante, ormai sono diventato  una specie di muffa pensante. Computer dieci, undici ore al giorno porta l’essere ad una sorta di mutazione. A farla breve sono bianco stracchino e mi infastidisce prima o poi quasi tutto, tanto o un po’. La notte, un buon pallido monitor, il buio tutt’intorno e l’odore del caffè formano il mio habitat ideale. Decido quindi di riemergere dal sonno sicuramente ad occhi chiusi cercando a tentoni l’acqua minerale e pentendomi di aver scelto di nuovo il mare per l’annuale vacanza obbligatami ancora dai vecchi in squadra col dottore e i suoi ictus in agguato, gli occhi e le mal posture. Facendolo mi accorgo che mi sono fuso al  PVC  zigrinato del lettino e soprattutto che la razionale non ha ben calcolato la traiettoria solare e la velocità di spostamento d’ombra d’ombrellone rispetto alla posizione del talamo plastificato relazionata alla durata della siesta pomeridiana incontrollata, ne sono schiavo. Quanto sono stato in coma? Ho i piedi esposti agli UV fino a metà stinco. Quasi piango dalla commozione ripescando nella memoria quel Pinocchio che si addormenta con i piedi nella stufa ritrovandoseli al risveglio ben carbonizzati. Ma lui almeno lo sveglia il buon padre Geppetto soccorritore. Io invece ho due lonze affumicate, gli occhi in fiamme, non vedo il nemico d’ombrellone e non lacrimo certo per la commozione. Neanche lo sento il nemico, troppo il vento e il di lui passo felpato dalla sabbia. Con un urlo interiore trovo la forza e l’acqua minerale, mi strappo la ceretta del lettino dalla schiena e siamo a due urli interiori, mi sciacquo la faccia e le orbite offese, ritiro all’ombra le lonze fumanti a velocità senile nonostante la trentina e finalmente mi siedo e scorgo il nemico. No. LA nemica. Lo sapevo, non poteva essere che lei. La razionale ne ha azzeccata almeno una e mentre fessa si compiace, quasi distrae la animale dall’evitare una terza imprevedibile scudisciata. Ma ce la fa. Ce la fa con l’imprevisto: il velo d’acqua minerale sul viso. Ora ho due lonze e la faccia panata. Somiglio sempre più a una vetrina di macelleria. Riesco comunque a riaprire gli occhi e a generare un timido «oh!», ma controvento. Elena, la vicina assassina, non mi sente. «OH!» ci riprova la mia animale. Stavolta mi sente, mi guarda, stupisce un attimo e sbotta e stoppa in riso trattenuto. Elaboro all’interno un «CAPRA MALEDETTA!» e innervosito quasi mi perdo che  si è scusata. Capretta è il suo alias nel giro ma so che a lei non piace affatto. In effetti mi fa pensare ad una capra, una capretta nera bassina ed anoressica. Sembra che la materia le ami solo il fondo schiena che è l’unica attrattiva del suo essere ai miei occhi. Prediligo le abbondanze, forse influenzato dai miei centotrentasette chili. Spesso, sotto gli occhiali da sole, fingendo di dormire sul lettino strategicamente inclinato, studio le abbondanze femminili limitrofe creando una sorta di concorso, un harem miraggio immaginario di un essere tendente alla consistenza gelatinosa tranne le dita, agili muscoletti da tastiera. Ermete l’hacker solitario. Difficile per me pensare ad una compagna, preferisco quelle virtuali, il fai da te e la calma quiete del mio oscuro bunker tecnologico. La capra ha occhi troppo grandi e troppo neri, i capelli troppo corti e troppo neri, il naso troppo sottile la bocca troppo grande, troppe lentiggini e troppi piercings  tutto o troppo o troppo poco. Per me è fuori concorso. Il suo sguardo furbo e scattante è tra l’indagatore e il troppo dolce-compassionevole e ho  la spiacevole sensazione di attrarre la curiosità di quel mostriciattolo belante, spesso la sorprendo a fissarmi mielosa. Io e lei quasi mai comunicato, qualcosa sul più e il meno tutt’al più,  io sempre troncando la sua logorrea da bocca larga. In spiaggia è schiva, tranne che con un ristretto numero di amici abbastanza eccentrici come lei con i quali non fa altro che blaterare insensatezze, lingua abnorme e sproporzionata per una capretta. Elena la capretta nana dello sprofondo sud, troppo nera e troppo vispa, mi innervosisce già alla vista. Stizzito, per perderla mi dirigo al mare, è finita l’acqua minerale e ho la faccia panata da lavare. Perché finisco ogni anno in questo posto? Sabbia, salsedine, polvere, sole, vento e capre. Fatale per uno come me. E i vecchi: «Ti fa bene! Non vedi che colori hai preso? Lo iodio! Respira lo iodio! ». Vi odio! I miei colori preferiti sono fondo nero e scritte verdi, se proprio vi interessa saperlo! E poi lo iodio si prende dal pesce non basta respirarlo e a me il pesce mi fa schifo! Non capiranno mai. Mi sento “L’uomo che cadde sulla terra” con qualche decina di chili in più…non vedo l’ora di tornare a casa. Non faccio il bagno quasi mai, solo quando è calmo e oggi il vento gonfia il mare. Cavalloni bianchi e capre nere, troppi anche gli animali, li amo solo negli hamburger e sulle copertine dei manuali di programmazione. Entro appena sopra le ginocchia . Mi chino per bagnarmi solo gli occhi con le mani, ho brividi di freddo, lonze che bruciano sotto sale e la razionale che ancora si interroga sul perché degli animali sulle copertine dei manuali di informatica. Riapro gli occhi troppo tardi per vederlo in faccia il cavallone che mi schiaffeggia e mi festeggia in toto sbalzandomi in tre mosse il fondo-schiena sull’arena. Mi ritrovo seduto. Tricheco seduto, nome perfetto se fossi nato pellerossa. Ho perso il costume, panico, come esco?  No! Si è agganciato alla lonza sinistra, lo sento, ora la risacca lo tira verso il largo, con l’alluce ustionato lo trattengo, carta vetrata di sabbia e acqua salina sull’ustione. Terzo urlo interiore. Maledetti i pantaloncioni grandi e timidi. Quanto vorrei il coraggio di un bel Lycra attillato. La razionale si aziona narcisistica e nel momento sbagliato: avrei il fisico? La animale la risveglia urlandole che il livello del mare risaccato si sta abbassando troppo in fretta e che bisogna fare qualcosa o i bambini che mi guardano e sghignazzano vedranno il resto del tricheco, forse anche la capretta maledetta, devo rimettere il costume rapido. Con uno scatto trichechino lo tiro su, quasi colpo della strega e sghignazzi cafoncelli. Bene! Stasera me ne torno nel mio bunker su nel freddo nord. Torno all’ombrellone ostentando disinvoltura e capisco dalla traccia traditrice di una vena sulla fronte e la tensione sul viso di chi trattiene un ulteriore riso che Elena, prima di andarsene, ha avuto il tempo di masterizzare tutto il mio show. Questa zotica capra mi studia, interiorizzo guardandola in cagnesco. Lei mi ricambia, i grandi e mielosi fanali neri, con un ultimo sguardo da capra compassionevole sui miei calzini rossi UV e gli insaccati che cerco di celare doloranti nella sabbia bollente. Si incammina verso il lido e mi saluta, la testolina rivolta indietro. A quel punto, immobile, stremato ed ansimante decido vendicativo ed ostinato di studiarle il lato B ondulante e traboccante dai jeans corti e sfilacciati. Tanto non ci sei nel mio concorso! Ma la capra si sa, è più rapida del  tricheco, si gira di scatto e mi tana. Riesco a perdermi il suo riso voltandomi. «È stata la razionale o la animale a scatenare la vendetta?», mi chiedo mentre raccatto le mie cose e cerco gli spicci per la doccia e non li trovo… Non li trovo! Oddio la salsedine! Oddio io odio la salsedine e lo iodio! La odio al punto che non sento più il bruciore delle lonze affumicate. Non metterò la maglietta, no! Morirei di brividi, potrei uccidere il primo che mi si para avendo le lonze insabbiate più il trio nefasto pelle-salsedine-cotone! Ma non posso passare per il lido senza, non ci riesco, mi vergogno troppo del tricheco. Calma, la razionale mi da la soluzione: metti la maglietta fino a che non esci dal lido, poi quando sei alla macchina la togli. Dovrai soffrire solo per cinquanta metri, te la senti? Per forza. Partito. Nel lido dovrei salutare lungamente e convenevolmente Rocco il barista che non sa che me ne andrò stasera e che sicuramente non mi vedrà più tranne che nella foto ferragostiana di amici, cocomeri e salsicce  appuntata dietro il bancone. Ma non ce la faccio, stanno per partirmi smorfie involontarie e rantolii. Saluto passando in fretta, esco e accelero verso la macchina. Mi affretto sulla stradina sterrata cercando di planare con le infradito ad evitare che la polvere, che odio come, anzi molto più della salsedine, mi entri in contatto con i piedi. La polvere. Terrore dei PC e delle schede madri, sottile, perversa nemica di filtri, ventole e pori, soffocatrice del gentil tatto… mentre la mia razionale parte nel poetico, la animale, non abituata a gestire l’infradito a quella velocità, falla. Inciampo in una pietra con la lonza destra, si sfila il blocco dell’infradito la quale si ripiega e per evitare la caduta percorro mio malgrado i dieci metri che mi separano dalla macchina a velocità da centometrista rischiando di impattare violentemente con il capo l’automezzo che paro con la mano. Boato di lamiera. La ammacco. La stupida razionale passa dalla poesia sulle polveri a improbabili fantasie su clausole assicurative in casi anomali. Prendo fiato, apro lo sportello butto tutto dentro e vado per liberarmi del terrifico cilicio salato e cotonato quando odo una vocina alle spalle che mi chiama. È la capretta. Maledetta! Candidamente mi spiega che il motorino non le parte e che le farebbe comodo un passaggio fino a casa . La guardo muto, ancora con le braccia incrociate davanti, congelato nell’atto di  sfilarmi la maglietta  con il piede sull’infradito ripiegata a metà su se stessa. Lei mi chiede se mi sento bene. Sbroglio le braccia rinunciando disinvolto a sfilarmi l’orribile maglietta ed alzo involontariamente l’infradito che scatta lanciandole una nuvoletta di polvere e brecciolini sulle gambe. Noto che è scalza ed emetto una specie di mugolio che lei interpreta come un sì. Allarga di più il sorriso  fa il giro e sale in macchina. Cammina scalza! Mi sento soffocare, mi ritornerà l’asma. Entro in macchina, mi siedo e la guardo. Sorride la capretta. Lei in realtà non sorride, perché ha SEMPRE il maledetto sorriso stampato, non fa che regolarlo. Recito a mente parte del calendario con qualche variante dedicata ad Elena e alla mia poco pronta razionale ed entro anch’io. Partiamo e ho i nervi da salsedine a fior di pelle, tempeste magnetiche si agitano sulla schiena, le lonze cotte e di polvere panate preferisco dimenticarle, vado pianissimo cercando l’immobilità della maglietta malgrado la stradina sconnessa e con la coda dell’occhio vedo la capretta di fianco appoggiata allo sportello già puntata verso di me, le braccia conserte ed il bagliore del suo massimo sorriso attendente. Maledetta capretta dalla bocca larga e la lingua lunga. Sta così per trenta lunghissimi secondi durante i quali io penso a tuffi olimpionici in celesti piscine d’acqua dolce e cascate del Niagara sulla schiena. Capretta rompe il silenzio a bruciapelo: «prima, in spiaggia, mi fissavi il sedere per caso?». Mi prende alla sprovvista, la razionale sta ancora sott’acqua in un lago d’alta montagna e l’unica cosa che riesco a replicare è un «no..» troppo presto e molto poco convinto. «Guarda che anche tu mi piaci. Non te ne sei accorto, fai finta o sei timido?» scodella mentre mi indica di voltare a destra, in una stradina dritta e lunghissima che sembra portare  nel mezzo delle campagne. Quello che mi fa trasalire è il livello di polvere della stradina. Tanta e bianca, tantissima polvere bianca e finissima. La razionale, vista la situazione, ha già formattato le tre opzioni a tranello proposte da capretta, ma lei deve aver scelto al posto mio per la terza, perché leggo nel suo sguardo un misto di speranza ed attrazione. La polvere mi insegue. Raziona razionale! Guardo nel retrovisore e vedo una tempesta creata dagli pneumatici che ci rincorre ed avvolge già per metà l’automezzo. Capretta mi chiede se mi sento bene. Accelero pensando di evitare di esserne sommerso ma in questo modo, prendendo dossi e buche  aumento i sobbalzi e lo sfregamento cotone-salsedine sulla pelle. Smorfie involontarie attirano la sua attenzione già incentrata solo su di me. Ma non guarda mai dal finestrino? Capra selvatica! Lei mi domanda di nuovo se mi sento bene. Sudato, in preda al panico da tempeste di polvere e orrori tattili di sabbia e salsedine mi scappa automatico un: « Io odio la salsedine e lo iodio.». Scoppia a ridere: «Ma come parli?!? Sembra uno scioglilingua!». Basta! La odio! Ed è anche piena di salsedine la capra! Contrasta con tutto quel bronzo. Ma non le da fastidio? Evidentemente no! Evidentemente è abituata la capra selvatica, va pure scalza. E poi come si permette? Le avrei guardato il sedere? Io? Io di certo no, è stata la razionale. Mentre la odio internamente lei sta cimentandosi nello scioglilingua da me creato: « Io odio la salsedine e lo iodio…Io odio la salsedine e lo iodio…Io odio….». Non resisto, e la attacco:«Siiiii!!! Gli scioglilingua, sai…. come «Sopra la panca la CAPRA campa sotto la panca la CAPRA crepa…». Stavolta non me la perdo, voglio proprio vedere se lo perde anche solo un istante quel sorriso perenne. Lo perde per un fotogramma la maledetta. Poi, come se fosse stata illuminata da una incredibile rivelazione mi fa: «Lo sai che alle capre piace tanto il sale?». Non faccio in tempo ad afferrare il senso che lei spegne il sorriso, afferra il mio braccio destro staccandomi la mano dal volante, lo alza, tira fuori la lingua e lo percorre dalla spalla al gomito. Io inchiodo. La risacca di polvere bianca e fine ci avvolge. Tutto diventa bianco ed abbagliante tranne lei, la nera capretta  che lascia il mio braccio e mi solleva la maglietta. Quasi perdo i sensi mentre la sento lenta e decisa lavarmi e levarmi  la salsedine di dosso. È energica, sicuramente è più forte di me, il suo corpo abbronzato ed anoressico contrasta e affonda puntuta nel mio, impasto bianco di pane salato la accoglie morbido e abbondante. Razionale non capisce come fa a denudarmi seduto. Non capisce come lei è già nuda, si muove con cauta destrezza in uno spazio tanto piccolo, perfetta nei tempi, i movimenti. Cercando i punti d’appoggio come una saggia e nerboruta arrampicatrice continua a lavarmi il sale di dosso al rallentatore. Io lascio fare, lascio entrare la polvere dal finestrino mentre la donna capretta-ragno si prende avidamente e lentamente tutto il suo salato piacere. La razionale sentendosi inutile è uscita a fare una passeggiata e la animale, come un musicista incompreso represso,  si accaparra  finalmente tutta la scena impossessandosi dello strumento a corde vocali. Libero degli ululati che sfociano in riso incontenibile. Posseduto da quel misto tra solletico e godimento immenso mi sento mutare in un lupo allegramente ubriaco che completata la trasformazione smaltisce la sbronza ed è già mannaro. Come un automa passo all’azione. Blocco la capretta prendendola per i fianchi, la sollevo con una forza che non sospettavo d’avere e la pianto deciso sopra me. Lei mantiene un attimo la rigidità, poi sembra svenire, diventa morbida adagiandosi, la testolina con i capelli corti pungendomi il collo e sulla spalla. Scopro quanto è buona la salsedine, mentre lei comincia a muoversi lentamente. Un paio di ore dopo siamo in mare, appena dopo il tramonto, immersi a fare le stesse cose che in macchina incuranti degli schiaffi dei cavalloni. La razionale ormai sarà a casa, lassù, al buio, aspettando che io apra la porta del bunker ed accenda il pc. Avrà molto da aspettare perché io ora amo la salsedine, amo lo iodio e, la polvere… non esiste.

Aspanu e Sciabè

Questo racconto è del 2011, due grandi amici vanno a pesca come d’abitudine ma la loro amicizia verrà spezzata da una sorpresa. 

Alfio e Loris camminano uno fianco l’altro come sempre, come quasi ogni sera, con le canne da pesca in mano e gli zaini lungo la stretta via bianca e farinosa che inerpicandosi porta alla scogliera, calpestando passo dopo passo l’evanescenza delle loro lunghissime ombre proiettate dal tramonto appena avvenuto alle loro spalle. Alfio è del posto, figlio di  pescatori.  Loris invece, come ogni anno, è lì per trascorrere le vacanze estive con la famiglia, commercianti lombardi. Entrambi sono ventenni. Alfio è alto, magro, scuro di capelli, occhi e carnagione, scuro anche nel viso. Più che scuro si direbbe pensieroso. Parla poco, ma quando parla per Loris è uno spasso, è cinico ed arguto, ha dentro quell’anziana saggezza che lo fa tanto ridere. Lo sfotte dicendo che gli sembra nato al contrario. Nato morto, morirà neonato.
Loris è un po’ l’opposto. È pimpante e logorroico, basso, tarchiato, biondiccio, carnagione chiara e lentiggini. Il sorriso pressoché sempre stampato.

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Alfio, per rispondere alle sue provocazioni, dice a Loris che è come una cicala: così intenta a bearsi del suono che emette, che non smetterebbe mai di frinire, nemmeno nell’attimo in cui un discolo gli infilasse una pagliuzza di fieno nel di dietro, per divertirsi a vederla volare via così goffamente addobbata. Una volta, quand’erano più piccoli, appena conosciuti,  Alfio gli aveva mostrato quel giochetto sadico. Loris, incredulo, aveva visto zigzagare maldestramente e sparire contro il sole la cicala disperata e  frinente, con una lunga pagliuzza secca infilata su per il dorso. Loris però sa bene, ormai, come sfilare parole al taciturno amico. Gli basta parlare del sud come lo fa qualcuno del  nord. Suo padre è un nordista devoto e lui per alcuni versi lo segue. Mancano circa cinque minuti di cammino prima di arrivare alla scogliera, decide di rendere Alfio logorroico e quindi gli fa: «Sai? Mio zio è arrivato oggi con l’aereo da Milano per venire a trovarci,  ha detto che dall’alto, prima di atterrare, sembra tutta così ordinata quest’isola… Poi quando è sceso si è reso conto dell’illusione ottica che può causare la distanza di osservazione: anche una baraccopoli o dei mucchi di immondezza, visti dall’alto, possono sembrare puliti e ordinati. Poi da vicino… tutta un altra storia! ». Alfio capisce l’antifona e rimane muto per un po’, mentre l’altro si lascia sfuggire qualche piccola pernacchia di riso mal contenuto,  infine rompe il silenzio: «Molti di voi del nord, trattate il sud come alcuni di quelli che vanno con i transessuali: li disprezzate, prima e dopo che ci siete stati, non commentate mai il “durante” ma ci tornate sempre. Chissà perché? Siete solo una piccola branca di avidi, paurosi e grigi commercianti repressi!!!». Loris scoppia a ridere e gli dà una sonora pacca sulla spalla, strappandogli un ghigno. Sono quasi arrivati alla postazione di pesca, abbandonano la stradina che fiancheggia  la scogliera per discenderla attraverso un piccolo sentiero fatto di massi  fino a raggiungerne uno enorme, levigato e  piatto, ad un metro sopra il mare. Comincia a fare scuro anche se ci si vede ancora abbastanza bene per poter sistemare a terra le cose ed attrezzare le canne da pesca senza l’aiuto delle pile. Finalmente sono seduti, uno fianco all’altro, i galleggianti in acqua con su gli stecchini fosforescenti e le gambe penzolanti  sul mare. Loris, come sempre, continua a parlare praticamente da solo di qualsiasi cosa gli passi per la mente. Ad  Alfio comunque piace ascoltarlo. Gli piace il tono della sua voce e, di tutte quelle parole ormai, ha imparato a discernere quelle interessanti e filtrare quelle inutili riuscendo a pensare ad altro, ascoltandole come fosse il suono piacevole di una flebile radio in sottofondo o la placida telecronaca pomeridiana di un noioso incontro di tennis. Quella sera la luna è quasi  piena. Si vede bene tutta la baia, il mare calmo riflette il bagliore lunare, le piccole luci gialle di imbarcazioni sparse qua e là e quelle delle costruzioni e dei lampioni lungo la costa, ogni tanto il flash di qualche auto nel prendere una curva. Alfio, lo sguardo perso all’orizzonte, interrompe la logorrea di Loris: «Vedi quello scoglio in mezzo al mare laggiù?». «Si, lo scoglio degli amanti», e allora?». «Guarda come si vede bene stasera… sai perché si chiama così?». «No, immagino per via della forma, anche se non ce li vedo proprio due amanti.». «Allora guarda bene, non ti sembra una barca con due corpi? Due corpi abbracciati sopra?». «Insomma, forse sì, con un po’ di immaginazione…magari è il punto di vista che conta, sai che…». «Ti ho chiesto se sai perché lo chiamano così.» «No. Non lo so. Perché?». «È una lunga storia, un ricordo arricchito e mutato in leggenda a furia di essere tramandato per qualche generazione dalle nonne e i vecchi pescatori del posto, se vuoi te la racconto.» «Tu che racconti una lunga storia?! Caspita! Non me la perderei per nulla al mondo!!! Mi dovevo portare un registratore. Sei sicuro che sarà lunga? Conoscendoti ne avrai al massimo per un minuto e mezzo! È impossib…». «D’accordo! Se stai zitto un attimo ci provo! Va bene?». Loris ammutolisce con un “ok” sghignazzante. «Si chiamavano Aspanu e Sciabè.» «Chi, gli amanti? Ma che razza di nomi son…». «È una leggenda! Vuoi starmi a sentire? Si o no? Se non ti va mi fermo qui e buonanotte!». «No, no! Continua! Ora sono curioso! Ascanio e Scia…che? E allora?». Alfio sospira, prende una pausa e continua: «Aspanu e Sciabè erano i loro nomi. Aspanu era alto, un po’ ingobbito, magrissimo e taciturno, dietro l’apparenza esile celava  una forza incredibile, era  mastro d’ascia e fabbro, costruiva e riparava barche, forgiava attrezzi di ferro ed era sposato ma senza figli. La moglie aveva sempre partorito prematuramente e ormai non c’era più speranza, era stato un matrimonio di convenienza e se già all’inizio non avevano molto da condividere ormai non si parlavano più da tempo, anche se vivevano sotto lo stesso tetto. Sciabè invece aveva un carattere espansivo, era sempre sorridente, il corpo minuto, sodo e tondeggiante. Veniva da fuori, aveva ereditato una piccola casetta in campagna da uno zio deceduto e viveva lì insieme ad un unico figlio. Poi, un giorno, suo figlio era emigrato in cerca di fortuna e adesso viveva in solitudine. Raramente riceveva da lui una lettera che, poiché analfabeta, doveva farsi leggere da qualcun altro.  Coltivando la terra e allevando pollame, qualche pecora e una sola mucca, riusciva a tirare avanti vivendo dei suoi prodotti e vendendoli al mercato del  villaggio e di quelli più vicini. Aveva anche un forno a legna con cui faceva un pane delizioso che tutti adoravano: il famoso pane di Sciabè.» «Ah! Ora ricordo dove ho sentito questo nome! Lo conosco! Mamma lo compra ogni tanto! È buonissimo! Specialmente se lo metti al forno e poi ci metti l’ol…». «Posso continuare?». Loris sghignazzando: «Uh scusa, non volevo interromperti… vai, vai, sto zitto, muto. Vai!». «Aspanu e Sciabè si erano amati, già solo con lo sguardo, dalla prima lontana volta in cui  i loro occhi si erano incontrati ma, soprattutto per via della rigida timidezza di Aspanu, non si erano mai avvicinati più di tanto, inoltre il villaggio contava pochissime anime e tutti vedevano e sapevano tutto di tutti. Aspanu era molto intelligente, cupo e riflessivo, era sempre chiuso nella sua bottega. Raramente la sua fucina era spenta ed oltre a costruire e riparare barche, lavorava il ferro mirabilmente. Aveva creato utensili ed anche diverse piccole invenzioni che erano state utili agli abitanti del villaggio. Si dice addirittura che sia stato lui il primo inventore del meccanismo del verricello.» «Scusa l’ignoranza Alfio, ma a che serve un verricello?». «Vedi il mulinello della canna che hai in mano? Ti serve per tirare su i pesci quando abboccano. Beh, più o meno la stessa cosa, serve a tirare pesi con l’aiuto di una semplice leva.» «Cavolo!! Se Aspanu avesse potuto brevettarlo sarebbe potuto scappare in un isola fiscale con Sciabè e sarebbe diventato multimilion…». Alfio lo blocca con un occhiataccia e continua: «Aspanu amava anche pescare ma più che altro era un passatempo per lui, guadagnava già abbastanza con la sua bottega, quindi quando ci andava preferiva restare sotto costa, vicino alla scogliera. Non era un buon nuotatore, anni di lavoro nella bottega gli avevano indurito i polmoni ed accorciato il fiato e in più aveva  un gran timore del mare aperto. Il mare, quando era ancora  bimbo, gli aveva strappato via il padre. Il muro grigio e silenzioso formato dalla folla sul molo resistere al vento sotto il cielo scuro. Un muro rapidamente demolito, a tratti, dagli impeti e le grida strazianti di sua madre, ricostruirsi lentamente, fino a  chiuderla di nuovo in una cinta di compassione mormorante. Il volo raso della procellaria sfiorare fulmineo ed incurante vertiginose pareti di onde nere seguita dall’eco del suo stesso grido, quel grido vagamente umano, quasi a fare il verso cinica e beffarda alle urla di sua madre. La vista di quel mare impetuoso ed impietoso verso quel puntino scuro che era  il suo forte e  invincibile papà che sfocava laggiù, appena sotto la linea di un orizzonte cupo e  indefinito. Queste immagini gli si nascosero dentro per il resto della vita. Quando usciva con il suo piccolo gozzo da pesca, Aspanu,  gettava l’ancora a qualche metro dagli scogli, calava qualche lenza e raccoglieva frutti di mare. Andava in immersione solo brevemente, a volte, per provare a catturare qualche polipo, per prendere qualche ostrica o qualche riccio di mare. Qualcuno racconta che si era costruito una specie di maschera subacquea fatta di legno, pece e frammenti di vetro. Con il tempo aveva imparato a conoscere palmo a palmo tutta la scogliera della baia. Un giorno, mentre era fuori per pescare, entrò con la barca nella grotta del diavolo, quella stretta e lunga che sta più avanti, qui vicino, dove la costa si alza a picco sul mare.». «La conosco! L’estate scorsa zio ha affittato un gommone e ci siamo entrati dentro, l’ingresso è un po’ basso e quando c’è l’alta marea o il mare mosso è meglio non provare ad entrarci secondo me…». «Esatto! Proprio quella. Aspanu ci era entrato con la barca quel giorno e, nell’atto di calare una lenza, guardò distrattamente la parete di fondo. Verso il basso, dove la volta discendeva dando alla grotta  l’impressione di dover terminare, notò quella bassa e scura apertura della larghezza di una barca ed alta circa tre palmi a cui non aveva mai prestato particolare attenzione. Incuriosito, posò la lenza, si immerse, nuotò verso quella direzione e vide che l’arco creato dall’apertura continuava per qualche metro prima di perdersi nell’oscurità. L’acqua in quel punto era ghiacciata. Tese l’orecchio nell’antro. Gli parve di sentire un leggero scroscio continuo, come di acqua corrente, ma non era sicuro, poteva essere un eco particolare creato dal movimento del mare attraverso gli anfratti semi sommersi da qualche parte nella grotta. Ebbe la sensazione, o forse un illusa speranza, che oltre quel cunicolo potesse esserci un altra grotta. Una grotta nella grotta. Ma era impossibile entrarci con la barca, era troppo bassa e profonda, l’idea di avventurarsi a nuoto in quel ventre buio e ghiacciato gli dava i brividi. Quella specie di bassa gola lunga e oscura, però, lo attraeva più di quanto lo intimorisse. Gli venne un idea. Ritornò subito alla bottega e si mise al lavoro per tutto il giorno e tutta la notte. Aspanu ritornò all’alba del giorno dopo nella grotta del Diavolo con degli attrezzi. Gettò l’ancora , si accostò su un lato e  legò la barca saldamente allo sperone di uno scoglio. Stando in piedi, cominciò a colpire energicamente la parete con martello e scalpello. Dopo qualche ora aveva piantato nella roccia due grossi anelli di ferro che aveva forgiato durante la notte, distanti quasi quanto la lunghezza della barca e tutti e due alla stessa altezza. Lo stesso fece sulla parete opposta. Poi stremato dalla fatica e dalla notte insonne tornò a casa. Il giorno dopo era di nuovo lì. Aveva creato un foro chiuso da un grosso tappo a leva sul fondo del gozzo e, avvicinatosi al cunicolo in fondo alla grotta del Diavolo, lo sbloccò cominciando ad imbarcare acqua. Quando la barca fu immersa nel mare quel tanto da poter passare sotto l’arco misterioso senza toccarne la volta, Aspanu tappò il foro, tolse l’ancora, si sdraiò nella barca semi allagata appoggiando le spalle e la testa sulla traversa a prora e le gambe su quella a poppa. Poi, con l’aiuto di un remo, puntandolo sul soffitto della grotta che in quel punto era abbastanza bassa, si avvicinò con la prora al cunicolo, dandone le spalle all’ingresso. Quando ci fu sotto con il viso, ritirò il remo e cominciò a far forza con le mani sulla volta rocciosa per spostarsi con la barca all’interno del ventre oscuro. Dopo diversi metri si ritrovò quasi completamente al buio. Così sdraiato, distingueva a malapena la silhouette dei suoi piedi contro la debole luce ormai lontana e intermittente della grotta del Diavolo, il fiato sospeso dalla paura di rimanere incastrato e morire in quel cunicolo angusto. E così fu, si era incastrato! Anche se al buio, intuì facilmente che doveva essere una prominenza della roccia che bloccava la punta della prora. Cominciò a tossire convulsamente. Preso dal panico, cercò di calmarsi. Chiuse gli occhi, trattenne il respiro e come senza volerlo gli apparve lo sguardo profondo di Sciabè, poi le sue labbra generose distendersi in sorriso. Rilasciò i polmoni e cominciò a respirare piano e regolarmente. Ripresosi, puntò le mani sulla volta del cunicolo e diede una forte spinta con la schiena cercando di spingere in basso e verso l’uscita la barca per disincagliarla. Dopo diversi tentativi riuscì, sudato e spaventato, ad esserne fuori. Una volta uscito, portò la barca al centro della grotta del Diavolo, fece passare quattro catene negli anelli di ferro che aveva incastonato nella roccia il giorno prima, e si mise all’opera per sollevare la barca dall’acqua tramite quattro pesanti e rozzi verricelli di ferro battuto che aveva forgiato, montato e poi  fissato paralleli agli estremi delle due traverse di seduta. Prima si sedé al centro della traversa a poppa. Vi incastrò  le gambe al di sotto puntando i piedi sul fondo della barca. In quella posizione, sbloccò di nuovo il tappo, afferrò le leve dei due verricelli ai suoi lati e le spinse cominciando a sollevare lentamente metà della barca, stando attento a dosare l’inclinazione per evitare che l’altra metà si immergesse, col rischio di imbarcare acqua. Funzionò. Spostandosi da una traversa all’altra e azionando a coppia i verricelli, in breve tempo sospese la barca al centro della grotta del Diavolo, si alzò in piedi e ne carezzò soddisfatto l’alta volta ormai a portata di mano, poi guardò in basso, fiero di sé,  il mare domato. L’acqua vi scrosciava  dentro  strafottente, fuoriuscendo dal foro sul fondo e rimbombando fragorosa nella grotta. Infine chiuse il foro, calò la barca, ritirò le catene e remando tornò veloce alla bottega. Non si diede per vinto, sentiva che quella che aveva toccato non doveva essere la fine di quel cunicolo. Ci furono giorni di mare grosso ed Aspanu non stava nella pelle dalla voglia di ritornare alla grotta del Diavolo. In quei giorni di pausa insofferente, si recò al mercato per cercare una spessa e lunga fune, dei grossi stoppini e dell’olio da lampada. Si incontrarono di nuovo. Nonostante avesse già acquistato ciò che gli serviva, Aspanu continuò a girovagare per il mercato senza meta, solo per poter osservare di tanto in tanto Sciabè dietro la sua bancarella, incrociarne gli occhi e nutrirsi l’anima con la vista del suo viso solare. Infine non resse più l’emozione, il fiato cominciava a mancargli e tornò suo malgrado alla bottega. Sciabè lo seguì con lo sguardo fino a vederlo sparire con quella grossa fune stretta tra le mani e, quella notte, si svegliò in un bagno di sudore, preda dell’eccitazione. Aveva sognato di far l’amore con lui sopra una grande matassa di funi che passavano ruvide su tutto il suo corpo morbido, carezzandolo e a tratti costringendolo, dolcemente e  lentamente. All’alba del primo giorno di mare calmo, Aspanu, sempre più deciso a scoprire cosa nascondeva quel passaggio apparentemente cieco, ritornò alla grotta del Diavolo. Ripeté le stesse operazioni, sbloccò il tappo dal fondo e allagò la barca. Prima di sdraiarcisi dentro, accese e pose una piccola lampada ad olio sulla prora. Quindi si distese ed entrò di nuovo nel cunicolo. Arrivò fino al punto dove si era incastrato e, come aveva messo in conto, toccò la roccia. Grazie alla lampada, inclinando la testa all’indietro, vide lo spessore che bloccava il passaggio della prora. Lo studiò al tatto passandoci le mani intorno, le braccia allungate dietro la testa. Era ampio ed occupava tutta la larghezza del cunicolo, ma dietro aveva sentito il vuoto, era come una grossa cortina. Tirò fuori mazzetta e scalpello che aveva avuto cura di tenere a portata di mano e, anche se in una posizione pressoché impossibile, cominciò a cercare di scalfire quell’ostacolo. Dopo qualche interminabile ora, sudando freddo, tra mille difficoltà, bruciandosi spesso con la lampada ed anche rischiando di farla cadere ed incendiarsi, il suo picchiettio fu interrotto dal tonfo di un grosso pezzo di roccia sulla prora che schiacciò la lampada ad olio, per sua fortuna spegnendone la fiamma. Al buio assoluto, con la sensazione orribile di essersi creato una tomba con le proprie mani cominciò disperato,  e senza vedere, a colpire e a spingere  la scheggia di roccia per  liberare la barca. Finalmente la sentì andare e cadere in acqua con un tonfo, al di là della prora. Il suo viso sfinito di fatica e di paura fu subito  illuminato da un lieve bagliore. Si spinse sotto l’apertura ancora per qualche attimo e finalmente se ne trovò fuori a mezzo busto. Dall’altra parte, anche se avvolto nella penombra,  gli apparve uno spettacolo incredibile. La nuova grotta, nascosta nella grotta del Diavolo, aveva una volta altissima, era molto profonda ed abbastanza larga per passarci comodamente con due barche come la sua affiancate. Sulle pareti, gli scogli creavano delle forme contorte e fantastiche, come opere di uno scultore folle. Dalla volta scendevano stalattiti minacciose ma stupefacenti, gli sembrarono tante statue di Madonnine preganti a testa in giù. Dall’alto della parete di fondo, da un crepaccio, filtrava un unico raggio di luce che illuminava l’infrangersi di una cascatella d’acqua sorgiva su irregolari gradini neri di roccia vulcanica, ne seguiva la discesa e ancora, più in basso, il fluirne rapido a scivolare e  mescolarsi con l’acqua di mare, in una penombra palpitante e silenziosa. Quel lieve scroscio d’acqua che aveva sentito giorni prima. Rimase estasiato ad osservare quelle meraviglie in silenzio qualche istante, sdraiato nella barca semi sommersa. Poi, con il cuore in gola per quella scoperta, rientrò a casa. Il giorno dopo, vedendo il mare calmo ripartì, entrò nella grotta del Diavolo allagò la barca e sparì nel cunicolo. Stavolta aveva creato due larghi e bassi ripiani, a prora e a  poppa, dove aveva stipato diverse cose. Una volta dentro la seconda grotta gettò l’ancora. Accese una torcia e avvicinandosi ad una parete la incastrò tra gli anfratti. Si arrampicò e cominciò a piantare quattro nuovi anelli di ferro nella roccia come aveva fatto nella grotta del Diavolo. Dopo ore di lavoro aveva finito. Passò le catene negli anelli e sollevò la barca con i verricelli, lasciandola sospesa a finire di svuotarsi. Poi, arrampicandosi sulle pareti aiutandosi con la fune, cominciò a trovare delle conche adatte a contenere dell’olio da lampada che aveva trasportato in bottiglie e a versarcelo dentro. Vi immerse gli stoppini e li accese uno per uno. In poco tempo la grotta fu illuminata a giorno. Fu uno spettacolo talmente forte che cadde seduto bocconi sulla barca sospesa. Tutta la grotta aveva preso una luce d’oro che sfumava a perdersi verso su, negli angoli acuti più oscuri. Miriadi di riflessi si formavano sulle rocce e le stalattiti al mutar forma delle fiammelle. Si riusciva a vedere perfettamente il fondo sotto il mare limpido, roccioso, anch’esso fantasioso nelle forme, dovevano essere cinque o sei metri di profondità. Vide piccoli abitanti muoversi, affacciarsi incuriositi per poi tornare a nascondersi, un bellissimo grosso polipo danzante spostarsi calmo da una roccia all’altra,  branchi di pesci multicolore  balenanti apparire e sparire, minuscoli occhietti luminosi spiarlo a tratti, come tante stelline cadenti. Era pieno di ricci e grossi frutti di mare, dovevano essere ostriche. Nel silenzio assoluto, appena scalfito dal leggero scroscio della cascatella, gli sembrò di udire una musica lontana, come una specie di melodia composta da una sola nota, con una cadenza ritmica abbastanza regolare da sembrare opera di un musicista. Guardò verso un piccolo anfratto vicino l’entrata della grotta. Quel suono particolare gli sembrava provenire da lì. Si immerse e si avvicinò nuotando. Il mare, con il suo lento movimento, penetrando attraverso uno scoglio di lava contorta e bucherellata, ne soffiava l’aria all’interno creando quella dolce, monotona e al contempo perfetta composizione. Nei giorni successivi Aspanu trasportò tante altre cose nella sua grotta. Portò delle assi di legno che appoggiava sulla barca sospesa in modo da creare un piano ed anche dei cuscini. Passava intere giornate a riposare in quel paradiso. Ogni tanto si tuffava per prendere un ostrica, aprirla e berla per poi continuare a riposare, ammirando le splendide stalattiti preganti a testa in giù, sopra di lui. L’acqua della cascatella era dolce e ghiacciata. Ci si sedeva sotto per tuffarsi, subito dopo, in quella salata che anche essendo fredda sembrava calda al confronto.  Mancava qualcosa.  Sdraiato tra i cuscini il suo pensiero andava sempre a Sciabè. Quanto avrebbe voluto la sua compagnia  in quei momenti. Si rese conto che durante i momenti più difficili nel realizzare quell’impresa non aveva pensato che a Sciabè. Forse era grazie a Sciabè e per Sciabè che aveva fatto tutto questo. Sì, era così. Venne Agosto e Aspanu decise che avrebbe portato Sciabè nella Grotta Paradiso. Così l’aveva chiamata. Ed il cunicolo era il Purgatorio. Loris che è rimasto incredibilmente muto fino a quell’istante, catturato dal racconto di Alfio, esplode: «AH! Ora la storia si fa molto interessante! C’è la parte a luci rosse? Le ostriche….Eh?». «E smettila scemo! Lasciami finire. Aspanu non sapeva come accostare Sciabè. Era timido e a parte mantenere per un po’ il suo sguardo e ad arrossire non riusciva a fare altro. Si scervellò per trovare una soluzione e alla fine la trovò. Tornò in bottega e si mise a disegnare con del carbone su un pezzo di tela. Aspanu sapeva che Sciabè fosse analfabeta. Quindi cominciò a tracciare una mappa della baia: il tragitto e la sua barca con un puntino sopra fino ad una cala che era poco distante dalla casa di Sciabè, poi il tragitto della barca con due puntini sopra fino alla grotta del Diavolo e una rappresentazione grezza di un nascondiglio sconosciuto a tutti tranne che a lui. Quella era la parte che gli riusciva più difficile, come poteva renderla con un disegno? Infine si rassicurò, pensando che in fondo poteva sembrare una semplice gita notturna in barca. Per indicare l’ora e il giorno Aspanu usò i numeri romani perché immaginava che Sciabè, vivendo anche di commercio, sicuramente i numeri li conosceva. Dopo tanti tentativi e tele bruciate, arrotolò la stoffa e la infilò in una bottiglia di vetro scuro, infine vi versò dell’olio e la tappò con un sughero. Il giorno dopo, sapendo che Sciabè avrebbe portato la bancarella in un paese vicino, vi si recò stringendo in mano la bottiglia. Giunto al mercato, fece finta di studiare titubante la merce sulle bancarelle fino a che non fu davanti a quella di Sciabè che,  vedendolo arrivare, aveva  già sfoderato il suo splendido e largo sorriso. Aspanu aveva notato  quell’improvviso rossore sul suo viso, cosa che gli aveva aumentato i battiti cardiaci quantomeno del doppio. Gli si parò davanti e, non riuscendo a reggere più di tanto il suo sguardo, afferrò una pagnotta dalla bancarella con una mano porgendo la bottiglia d’olio con l’altra a Sciabè, riuscendo a fissarne solo le  labbra. Sciabè, normalmente non avrebbe mai accettato un pagamento tramite baratto dal primo venuto senza neanche chiedere cosa ci fosse dentro quella bottiglia ma, in quel caso, intuì le intenzioni e rimase in silenzio. La prese così lentamente che Aspanu fu sicuro di sentire il suo calore attraverso il vetro. Rosso come una pesca matura, riuscì a sagomare un rapido ghigno e si girò sui tacchi allontanandosi stringendo forte sotto il braccio la pagnotta ancora calda che scricchiolò fragrante sotto la sua terribile impacciata morsa. Sciabè rimase a seguirlo con lo sguardo intontito, fino a distoglierlo verso qualcuno che ormai, dopo l’ennesima volta, invocava a squarciagola il prezzo di qualcosa. Rispose il prezzo stizzendo e  rivolse di nuovo lo sguardo nella direzione di Aspanu ma lui era sparito. Riuscì a intravedere qualche briciola a terra, tra i piedi dei passanti, sorrise. A casa, Sciabè svuotò febbricitante la bottiglia ed estrasse la tela intrisa d’olio per distenderla sul tavolo. Una calda notte d’agosto illuminata da una grossa mezza luna, prima di mezzanotte, Aspanu uscì piano dal letto e poi di casa. Si mise in barca e remò fino alla cala dove avrebbe dovuto prendere Sciabè. Arrivò ed era deserta. In fondo se lo aspettava. Come poteva sperare che qualcuno potesse prendere sul serio tutta quella follia? Quindi rimase a guardare ansioso la riva per qualche minuto, poi,  pentito e sentendosi un fallito, cominciò a remare per tornarsene a casa. Dopo soli due colpi di remi verso il mare aperto fu investito da una spruzzata d’acqua sulla schiena, seguita da un’armoniosa risata. Sciabè era in acqua, che nuotava dietro la barca. Aspanu, con gli occhi luminosi, ridacchiando emozionato ed impacciato, issò Sciabè sulla barca come fosse un filo d’alga, depose quel tesoro delicatamente sulla traversa di poppa e cominciò subito a remare verso la grotta del Diavolo come un forsennato. Sciabè cominciò timidamente a porgli domande ma Aspanu continuava a remare energicamente sorridendo, senza mai parlare, al punto che Sciabè, quando le sue domande si fecero insistenti senza mai ricevere risposta, fece la mossa di buttarsi in acqua ma, Aspanu pronto, mollò di scatto i remi e afferrò saldamente i suoi polsi dicendo: «Se adesso vieni con me, tu vedrai il Paradiso.». Sciabè resisté per un attimo, poi si perse negli occhi lucidi e folli dalla passione di Aspanu, si perse nella sensazione della  incredibile quantità di forza residua  nascosta e perfettamente dosata di quelle enormi mani strette intorno ai suoi polsi. Si rilassò sulla traversa lasciandosi trasportare dondolante verso il largo, gli occhi semichiusi ed un beato sorriso. Aspanu, vedendolo, raddoppiò senza accorgersene la forza delle sue vogate. Giunti nel buio della grotta del diavolo, sbloccò il tappo e la barca cominciò ad allagarsi sotto lo sguardo spaventato di Sciabè che ora, quasi nell’oscurità, sentendo l’acqua fredda salire sui piedi, aveva perso il suo sorriso.  In trappola fra l’attrazione, la curiosità, l’oscurità e lo sgomento di non aver capito una parte del disegno di Aspanu sulla tela intrisa d’olio, non riusciva più ad emettere alcun suono. Lui sembrava un pazzo in quel momento ma ormai sentiva che non avrebbe più avuto la forza di scappare. A quel punto, Aspanu, accorgendosi finalmente dell’agitazione di Sciabè dal suono del suo respiro affannato, si rese finalmente conto che doveva condividere ciò che stava facendo. Prese una piccola lampada ad olio, l’accese e la pose a prora, dietro di sé. Poté vedere così il viso inquieto di Sciabè che invece vide la magra silhouette di Aspanu,  cominciare timidamente a dettare le operazioni e le regole per passare dal cunicolo Purgatorio dentro grotta Paradiso. Quando la barca fu immersa al punto giusto, bloccato il tappo, invitò Sciabè a sdraiarsi al suo fianco. Entrarono nel cunicolo. Sciabè, con gli occhi serrati dalla paura, avvinghiò la mano di Aspanu che, per poter avanzare,  continuò a spingere sulla volta con una mano sola. Arrivati quasi dentro, Aspanu, prima che Sciabè potesse vedere qualcosa, sussurrò qualche parola sfilandosi fuori dalla tasca un pezzo di tela nera. Sciabè sentì le sue mani veloci intorno alla testa e il contatto della tela sopra gli occhi. Poi al buio pesto, con la pelle d’oca, ascoltò prima il tonfo dell’ancora, poi rumori di catene, dopo un po’ si sentì sollevare con la barca, prima a prora e poi a poppa, sentì l’acqua abbandonarle i piedi e scrosciare sotto la barca rimbombando nella grotta, quindi avvertì come un bagliore crescere dietro gli occhi coperti, infine sentì le mani di Aspanu allentare la stretta della benda e finalmente vide il Paradiso. Aspanu aveva acceso tutte le lampade create nelle varie conche tra le rocce. Era davvero il paradiso. Mentre lui raccontava tutta la sua impresa e descriveva i particolari di grotta Paradiso, Sciabè ammirava, in silenzio, tutte quelle meraviglie. Aspanu, quindi, prese le assi e cominciò a montare il piano sulla barca ma non prese i cuscini, che aveva nascosto dentro una sacca in un anfratto. Timido, si decise a farlo quando Sciabè, dopo tanto che parlavano, cominciò a spostarsi spesso, manifestando l’insofferenza del suo povero fondo schiena a quel piano di legno duro. Restarono tutta la notte a parlare osservando le Madonnine appese pregare all’ingiù, ad immaginare soggetti nelle forme bizzarre delle rocce sulle pareti e a studiare la vita degli abitanti della grotta guardando il  fondo, sdraiati sui cuscini e affacciati con la testa all’ingiù. Ad un certo punto, mentre erano sdraiati in silenzio e finalmente cominciavano a sfiorarsi le mani, Sciabè sentì quella lieve melodia di una sola nota creata dal mare soffiante nella roccia lavica di cui Aspanu non aveva ancora parlato e cominciò ad improvvisarci sopra, armonizzandola con la voce. Aspanu rimase incantato ad ascoltare finché non smise sorridendo. Implorò affinché continuasse e Sciabè si accorse che aveva la guancia rigata da una lacrima. Lo guardò teneramente e riprese a cantare. Continuarono a sfiorarsi e a parlare tutta la notte finché non intravidero un barlume dell’unico raggio di luce che entrava in grotta Paradiso e capirono che era quasi l’alba. Partirono di corsa dandosi un nuovo appuntamento. Era la metà di agosto, la luna quasi piena ed il mare una grande tavola. Aspanu arrivò verso mezzanotte alla cala di Sciabè che stavolta lo aspettava sulla riva con una sacca piena. Aveva portato del vino, pane e delle cose da mangiare. Già quando furono nel purgatorio, mano nella mano, alla fievole luce della lampada di prora si guardarono ed esplose la passione, cominciarono a baciarsi avidamente nel Purgatorio e quando Aspanu riuscì a fatica a trasportare la barca nel Paradiso non poté iniziare le solite operazioni, scivolarono avvinghiati in acqua, Sciabè fece in tempo ad afferrare la fune e ad avvolgerla freneticamente intorno ad Aspanu stingendoselo a se, fecero per la prima volta l’amore, contro le rocce, incuranti dell’acqua gelida e dell’oscurità, unica luce la piccola lampada posta sulla prora. Tempo dopo erano sdraiati insieme, nudi, sul talamo sospeso a riprendere fiato sotto il colore dorato delle torce. Sciabè tirò fuori dalla sacca il suo famoso pane ed il suo vino, Aspanu si tuffò per prendere delle grosse ostriche e qualche riccio di mare. Si rifocillarono e ripresero a far l’amore, stavolta più dolcemente. Sciabè si abbandonò nell’ampio e lento gorgo dell’immensa forza teneramente dosata di Aspanu. Lui si sentì come un delfino che nuota senza meta, volando fuori in una brezza tiepida e rituffandosi dentro in un oceano caldo, senza avere più timore di quel mare aperto che, un giorno, aveva inghiottito suo padre. Si addormentarono e Aspanu fece un sogno che poi raccontò a Sciabè. Facevano l’amore precipitando in un pozzo che attraversava la terra da un emisfero all’altro, uscivano da una parte, rimanevano sospesi per un istante in aria e poi ricadevano nel pozzo di nuovo uscendone dall’altra, all’infinito, era bellissimo e vertiginoso ma a un certo punto lui si trovava da solo in quel precipitare perpetuo e si sentiva soffocare. Sciabè gli disse che poteva essere il ritmo del suo respiro la causa di quel sogno. Gli disse che lui non respirava bene durante il sonno e che avrebbe fatto meglio a smetterla con il lavoro di fabbro. Continuarono ad incontrarsi fino ad un giorno di metà settembre. Aspanu, da diverso tempo, stava lavorando al progetto di un meccanismo per issare le pesanti reti piene di pescato sopra i pescherecci. Pensava che se avesse funzionato sarebbe stato abbastanza ricco per fuggire e portare con sé, lontano dal quel villaggio di malelingue , il suo tesoro. Subito dopo il loro primo appuntamento si era messo in testa di finire rapidamente quel progetto per fare una sorpresa a Sciabè, che non sapeva ancora nulla. Stava tutto il giorno sulla fucina accesa a forgiare il ferro e gli era venuta una tosse insistente, giorni prima aveva avuto anche la sensazione di perdere il respiro che per fortuna era passata quasi subito. Quella notte di settembre, mentre dormivano nella grotta Paradiso, Sciabè aprì gli occhi, il sonno rotto da un sordo rumore e una scossa della barca sospesa, il livello del mare scendeva e risaliva fino a lambirla, fuori si era scatenata una tempesta. Guardò lui che ancora dormiva e notò che aveva il respiro corto ed affannato. Lo svegliò a fatica, aveva gli occhi rossi e non riusciva a parlare, respirava malissimo. Lo fece bere, gli bagnò il viso ed il corpo sudato ma il suo respiro peggiorava. Quindi cercò di soffiargli aria nei polmoni ma senza risultato. Quando vide che stava per perdere i sensi ebbe la terribile certezza che avrebbe potuto perderlo. Gli disse, singhiozzando in preda al terrore, che stava per tuffarsi a nuoto per andare a chiedere aiuto. Lui cinse i suoi polsi con le mani ma stavolta la presa era debole e non ebbe abbastanza fiato per dire che gli sarebbe passata, che di lì a poco sarebbe stato bene. Rimase con gli occhi semichiusi , impotente ad osservare con lo sguardo appannato Sciabè legarsi il capo della fune alla caviglia, l’altro alla barca e tuffarsi in acqua.  Perse i sensi. La marea era alta, il cunicolo sommerso. Prese quanto più fiato poté e si immerse. Riuscì a passare il cunicolo a fatica per via della forte corrente graffiandosi contro le pareti e finalmente emerse dall’altra parte, quasi senza fiato e tossendo acqua salata. Il mare saliva e scendeva paurosamente nella buia grotta del Diavolo. Nelle tenebre, si aggrappò ad una sporgenza della parete per riprendere fiato ma riusciva a farlo a intermittenza perché il livello dell’acqua superava a tratti la sua testa. L’uscita, quasi sempre sommersa, lasciava intravedere ogni tanto i lampi sopra il mare in tempesta. Si fece coraggio, prese forte il fiato e si immerse nel fondo oscuro. Nuotò sott’acqua verso l’uscita tenendo gli occhi aperti, cercando di orientarsi con il bagliore dei lampi. Quando, ormai senza fiato, ebbe l’impressione di essere finalmente fuori, salì in superficie. Mancava pochissimo, una brevissima distanza fatale. Il livello del mare in tempesta si sollevò proprio nell’attimo in cui stava emergendo. Batté violentemente la testa sotto l’apertura della grotta, perse i sensi ed affogò. Poco dopo un onda più forte incastrò il suo corpo esanime e abbandonato all’esterno della grotta, fra gli scogli. Aspanu si svegliò ore dopo di soprassalto, tossendo, con un forte bruciore al petto.  Afferrò con il cuore in gola  la fune che Sciabè aveva legato alla caviglia prima di sparire nel cunicolo e la tirò con forza. Era tesa. Per un attimo fu rincuorato. C’era silenzio, il raggio di luce non era ancora entrato in grotta Paradiso, segno che fuori era ancora buio, il mare era abbastanza calmo per riuscire ad uscire. La tempesta forse non era stata così forte, forse faceva ancora in tempo a fermare Sciabè. Sarebbe stato un guaio se fossero stati scoperti. Calò veloce la barca, accese la lampada ad olio, la poggiò sulla prora ed uscì dal cunicolo tirandosi fuori con la fune. Vide la corda uscire all’esterno della grotta del Diavolo. Sicuramente Sciabè l’aveva legata fuori per facilitare il suo salvataggio. Issò la barca per svuotarla aiutandosi con le mani per fare prima. La calò, e continuò a tirare la fune trasportandosi verso l’uscita, seguendone inquieto il percorso. Uscito dalla grotta vide la fune sparire nella scogliera. Gettò l’ancora e si buttò in acqua, afferrò la fune e la seguì al buio con le mani tirandosi verso gli scogli, fino a che toccò un piede gelido. Urlò di dolore. Andò forsennato a tentoni cercando il suo viso fra le rocce ferendosi le mani. Gridando il suo nome e piangendo cominciò a disincagliare il suo corpo ghiacciato, sciolse la fune dalla caviglia e finalmente depose Sciabè sulla barca. Strinse dondolando il suo morbido corpo freddo ed esanime per il resto della notte cercando di scaldarlo e riattivarlo con il suo calore, mormorando ed ogni tanto canticchiando tra i singhiozzi le frasi con cui Sciabè usava accompagnare  quella melodia di una nota sola creata dal mare e dai fori della roccia lavica in grotta Paradiso. Giunta l’alba remò per un po’ verso il largo, abbracciò Sciabè e si legò al suo corpo con la fune. Poi girò la fune intorno a una  traversa e la legò sulle sue cosce. Infine sbloccò il tappo. La barca di Aspanu affondò rapidamente sotto il peso dei verricelli e delle catene.». Finito il racconto Alfio, stupito che Loris sia stato in silenzio per tutto quel tempo, si gira e lo guarda. «Loris! Ma che stai piangendo?». «Cavolo Alfio! E ci credo! È una storia tristissima. Bella sì, ma tristissima. E pure inquietante. Credo che per un pezzo non andrò in gommone con mio zio». Alfio lo guarda sorridendo. Restano qualche minuto in silenzio ad osservare i galleggianti immobili. Alfio ha l’impressione che Loris sia inquieto e gli fa: «Vedo che la mia storia ti ha colpito Loris, ora voglio farti una domanda, ma mi devi rispondere sinceramente, dal fondo del cuore.». «Va bene. Spara.». «Vorrei che tu mi dicessi come ti sei immaginato il personaggio di Sciabè, insomma, come te lo sei raffigurato.». Loris titubante: «In che senso, fisicamente? Mah… una donna di mezz’età, bionda, formos…». «Hai detto una donna. Sei sicuro?». «Eh? Che vuoi dire! Certo che ho immaginato una donna, che altro dovevo immaginare? Sei tu che hai descritto una donna.» «No. Ti sbagli, se hai ascoltato bene, avrai notato che non ho mai fatto riferimenti al suo sesso in nessun modo. Non ho mai usato un pronome, un verbo o un aggettivo al femminile.» Loris a quel punto comincia ad alterarsi: «Mi stai dicendo che Sciabè era un culattone? Mi hai raccontato la storia di due culattoni?». «Ecco qua… culattoni…. Non ti innervosire, ti ho solo fatto una domanda. Sei libero di immaginare questa storia come vuoi. Ti dico solo che da queste parti “Àspanu” è il diminutivo di Gaspare e “Sciabè” è  usato come diminutivo di Saverio. D’altra parte è un nome che non starebbe male neanche ad una donna . Non credi? E poi anche se fossero stati due “culattoni”, non ti avrebbe colpito lo stesso questa storia?». «No! Per niente! Anzi, si può dire che me l’hai bella che rovinata! Ma che cavolo ti passa per la testa?». «Perché ti scaldi tanto? E poi è curioso che tu abbia detto che ti sei immaginata Sciabè bionda. Anche tu sei biondo.». «E questo che cavolo c’entra? Cos’è uno scherzo questo? Eh? La finisci qui ‘sta storia? O me ne devo andare?». «Insomma Loris, possibile che non riesci a vedere? Perché! Perché sono anni che tu vieni in vacanza e regolarmente noi due, invece di fare come gli altri che vanno a cercarsi le donne, veniamo fin qui ad appartarci e a passare tutte le serate senza prendere quasi mai neanche un misero pesce? Io ho capito e adesso so quello che provo.». «Ma… ma… ma sei impazzito? Cosa mi fai adesso, una dichiarazione? Io credevo che venivamo qui perché siamo grandi amici. Mi stai facendo uno scherzo vero Alfio? Dimmi che è uno scherzo e ci ridiamo sopra eh?». Loris comincia a ridere forzatamente ed Alfio, calmo, sereno e più serio che mai lo smorza subito fissandolo serio e gli risponde: «No. Non è uno scherzo. Tu mi piaci. E so che anch’io ti piaccio. Fai solo fatica a vederlo per colpa del tuo ambiente, soprattutto familiare. Tuo padre, tua madre,  i tuoi fratelli, tuo zio, i tuoi amici non potrebbero mai accettare una cosa del genere e tu lo sai bene. Non mi hai mai sognato Loris? Dimmi la verità. Io l’ho fatto e non me ne vergogno.». A quel punto Loris è bianco, balbetta qualcosa, molla la canna a terra e fa per alzarsi ma Alfio, che è molto più forte, gli prende i polsi, glieli stringe forte e lo blocca a terra seduto. Poi gli sussurra guardandolo con gli occhi lucidi: «Se adesso verrai con me, tu vedrai il paradiso.». Loris per un attimo sembra perdere i sensi, socchiude gli occhi. Alfio trepida aspettando il largo sorriso di Sciabè ma si illude solo per poco, l’altro, come ripresosi da una seduta di ipnosi, spalanca gli occhi di scatto, si divincola violentemente, si alza in piedi, prende la sua pila, illumina il viso di Alfio e comincia ad insultarlo pesantemente: «Mi fai schifo!!! Me lo potevi dire prima che eri un culattone schifoso!!! Bastardo!!! Traditore!!! E io che credevo fossi un amico!!! Per tutti questi anni!!!». A quel punto sotto lo sguardo profondo e imperturbabile di Alfio che intanto ha anche lui acceso e puntato la pila sul suo viso, Loris non ci vede più dalla rabbia. Sferra un calcio alla mano di Alfio gettandogli la pila in mare, poi da un altro calcio alla scatola di vermi scaraventandogliela sulla faccia che nonostante ciò mantiene sempre la stessa imperturbabile espressione. Quindi rimane a guardarlo  con la pila puntata e l’espressione tra il colpevole, l’inorridito e l’esterrefatto. «Mi fai schifo…», sussurra . Poi raccoglie lo zaino e fugge via, lasciando Alfio senza luce a seguirlo con lo sguardo mentre la luce traballante della pila si allontana perdendosi su per il sentiero. Per fortuna c’è la luna. Pensa Alfio. Si ripulisce il viso, raccoglie le cose e lentamente si avvia per tornare verso casa. Non si rivedranno più. Loris da quel giorno comincia ad avere un incubo ricorrente: è con Alfio, e devono attraversare una lunga spiaggia ai piedi di un costone invalicabile. Fa scuro  rapidamente, sta salendo la marea e la spiaggia si assottiglia fino a che sono costretti a camminare quasi al buio sugli scogli. Si gira verso il mare e vede all’orizzonte un onda enorme scura e minacciosa che avanza. Si gira di nuovo e vede Alfio con il fango ed un verme pendulo sul viso che gli porge la mano per tirarlo su uno scoglio più alto ma lui, impressionato,  si volta di nuovo verso il mare, l’onda è più vicina e sempre più alta. In preda al panico si gira di nuovo verso Alfio ma lui non c’è più. L’onda gigantesca sta per travolgerlo, si sveglia di soprassalto ed ogni volta ha l’impressione di sentire l’eco di una melodia monotona che non riesce mai a riconoscere, fatta di una sola nota.  Passano gli anni. Una mattina d’estate  Alfio è al chiosco del porto, sta leggendo il giornale. Gira pagina e legge di un uomo trovato morto annegato in un canale su al nord. Riconosce Loris. Lascia la moglie e una bambina di due anni. Qualcuno lo ha visto camminare ubriaco e canticchiare da solo accanto al canale poco prima che sparisse. Non è chiaro se si tratti d’incidente o di suicidio. Carmelo, la sua Sciabè, gli porta una tazzina di caffè. Lo vede fissare quella notizia di cronaca, si avvicina, legge e poi  fa: «Povera bimba, che rimane senza il papà… o magari è meglio, chissà… magari era uno stron…». «Smettila!», lo gela Alfio, «Non mi va di scherzare sui morti.» Carmelo zittisce e si allontana alzando le mani dopo aver poggiato il caffè sul tavolo  per Alfio che fissando quella piccola foto ha un flash improvviso. Rivede loro due da piccoli e la cicala che sparisce zigzagando goffa contro il sole con la pagliuzza infilata su per il dorso, risente la risata di Loris sguaiata e contagiosa. Sorride per un attimo, poi si scurisce subito. Gli cade una lacrima, due.  Le chiude nel giornale, si asciuga gli occhi veloce, tira su col naso mentre prende la tazzina, si alza e va, l’espressione seria e  imperturbabile verso Carmelo che, offeso dalla sua reazione, è appoggiato al parapetto picchiettando le unghie sulla sua tazzina con lo sguardo perso verso il mare. Mentre la radio del chiosco suona “Samba de Uma Nota Só”.

Afra

Questo racconto è del 2009, Giada è una ragazza ventenne in crisi che verrà aiutata da Afra, una donna di cui crede di essere innamorata.

Male. Mi sveglio male, madida di sudore freddo. Non è più teso, perdo il controllo. Stringo forte in mano il resto del filo spezzato di un aquilone  impazzito seguendone ansiosa le traiettorie improvvise, nervose, imprevedibili. Arriva all’alba quel sogno in bianco e nero, ricorre spesso e mi scaccia fuori dal sonno, dal letto e poi di casa. Eppure è qui, in questa natura sempre-vento e sole che ho imparato a sollevare un aquilone, è stato lui ad insegnarmi. Noi due, predestinati all’uso unito quasi fin dai pannolini. Eccoli i miei ventidue anni e l’eterna situazione delle due famiglie di eterni amici, uniti per le vacanze estive nell’usa e scorda sud. Si dorme ammassati dentro veloci pigrizie di ammanigliati conquistatori del metro quadro, igloo scatolari,  poli-familiari tufacei odoranti frigo spenti anche se pieni, schegge di plastiche scadenti a scolorire qua e là, incastonate tra  graminacee di giardini traditi dopo meno di due mesi e palloni da calcio passito, sempre più piccoli e deformi a disidratare sopra i tetti.

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Nonostante “piccoli” incidenti e ipocrisie si va in eterno uniti e avanti. Ma avanti verso cosa? Uniti contro chi? Aggrappiamoci eternamente. Cosa potremmo desiderare di più dalla vita? In fondo a Luca gli voglio bene, ma non capto più. Ho l’impressione che tutt’intorno stiano tirando i dadi a turno per lo stesso gioco le cui regole nessuno mi sa spiegare e al mio turno recito falsa partecipazione. Qual è lo scopo? Lo scopo… ma lo amo? Non credo, non lo so, la mia riserva di sorprese e brividi esaurita, lo apprezzo molto, ma con lui è come con l’aquilone impazzito, anzi no, è il filo, che quando sembra più tenere invece si spezza e mi punisce frustando il dorso della mano. Il letto mi rigurgita stremata alle cinque di mattina ma il corpo reagisce energico e insofferente, rapido e silente, sprezzante lavandini e colazioni fugge via di casa e invola verso mare. Macchine appannate, siepi, recinti e fichi d’india sfrecciano sui lati, corro a perdifiato inseguita da qualche abbaio, poi finalmente c’è la sabbia e il tunnel di canne che porta fino al mare. Mi fermo un attimo per togliere di fretta le scarpe e via di corsa. Il passaggio è stretto ed in alcuni punti le lunghe foglie mi frustano le cosce e il viso sprizzando la rugiada, mi guidano e riesco a tener gli occhi semichiusi fino in spiaggia. A qualche metro dalla riva getto le scarpe, tiro via la rugiada dal viso, asciugo le mani sui pantaloncini, punto i talloni nella sabbia fredda e comincio a ruotare i piedi fino a sprofondare e a cercare il residuo tepore del sole di ieri. Mentre riprendo fiato osservo. A quell’ora tutto sembra di un violaceo chiaro-scuro. Il cielo dal blu-notte all’indaco, il mare grande e calmo argento sommerso, verde morto e blu petrolio. C’è quella specie di rosa all’orizzonte che sfuma striato di un oro pallido, ancora lontano per sfoggiare tutto il suo bagliore. Comincio ad allungare il respiro e chiudo gli occhi, mi concentro sui rumori. Serve tempo e concentrazione per poter violare quel silenzio finto, per riuscire a  carpirne i piccoli segreti. Sto avanzando, i piedi bloccati su un’immensa e lentissima giostra sferica rotante verso il sole, fuoco puro, arde silenzioso, immagino gli slanci sibilanti delle sue lunghe lingue infuocate. Chiudo gli occhi e ascolto proprio bene. Laggiù, dietro il mare, rotea piano l’enorme globo incandescente,  il movimento  impercettibile, in sottofondo c’è un brusio sommesso, quel leggerissimo fragore. Sembra piano espandersi e rapido smorzarsi, la frequenza di un respiro profondo. Non è il fuoco, è il mondo che si sveglia, come una lontanissima folla medievale viola e nera, ne vedo i movimenti e le smorfie al rallentatore, corre, grida, si accapiglia dannandosi a rincorrere un soldo d’oro rotolante che quando è lì per essere ghermito e la folla rallentando quasi  tace, piroetta all’improvviso, come posseduto e sfuggente, lanciato da una torre dorata di prima luce e rimbalzato tintinnante in un vicolo dove il sole non batte quasi mai. Ora ascolto lo sciabordio flebile sulla battigia, riesco a sentire le minuscole frane, la risacca sonnolenta, particolari e particolati di materia naturale e umanizzata miscelati, variegati nelle forme e nei colori. Pezzetti di conchiglie, minuscoli sassolini, variopinti vetrini opacizzati, plastiche, metalli, legnetti, frammenti di ossa e cartilagini, l’ultimo stadio di lavorazione del mare prima di ottenere sabbia. La spiaggia, immenso archivio di destini. Sento qualcos’altro adesso, viene dal mare ma non apro ancora gli occhi. Provo a indovinare. È lei, sono sicura, è il suo rumore. È Afra. Fa la sua passeggiata in mare immersa fino alla vita. Sarà sui quaranta, ha un viso rassicurante, responsabile, di quel dolce che sai che sa ben essere anche duro, i tratti statuari, mi fa pensare a una dea greca, i capelli lunghi raccolti e neri, i  riflessi blu. Lo sguardo è penetrante ma non invade, stabile, rilassato, sicuro come il suo andamento, il corpo sinuoso inconsciamente fiero ed elegante. La sento ancora troppo lontana per poter scambiare il consueto saluto. Finora ci siamo parlate poco, per qualche secondo qualche volta, non di più, di solito ci salutiamo e basta. Ogni volta il nostro contatto oculare tradisce come un’ansia  lieve a voler dire: «ti prego…non strillare! Non fare alcun rumore!», e dopo reciproco sorriso e cenno con la mano, diventa un tacito: «ero sicura che non l’avresti fatto». A quell’ora ci siamo solo io e lei, consapevoli testimoni di una perenne magica nascita da cui entrambe dipendiamo e che ci rende complici silenziose. Due funambole taciturne, ostetriche sterili, forse per quello più sensibili, in punta di piedi nella quiete di un reparto maternità all’alba. So che Afra  va al mare solo all’alba e prima che il sole possa stagliare la sua ombra così netta sulla sabbia che altri possano sformarla e sprofondarla con i piedi, allora va via. Anch’io faccio così e subisco le prediche e i rimproveri di tutti ma preferisco stare a casa. La scusa è che il troppo caldo mi fa sentire male e non voglio stare tutto il giorno sotto l’ombrellone o al riparo del lido tra odori fritti, aromi di calippi e musichette di video-games. Io devo studiare. Che brava ragazza. Afra l’ho ben studiata. So come si chiama perché sono andata a piedi per le stradine bianche e polverose fin fuori casa sua, ho letto il  nome sul citofono. Credo che viva quella casa da sola e non solo durante le vacanze estive. Mi da l’aria di un ambiente vissuto ed amato, il giardino ben curato. A casa nostra c’è un telescopio, mio padre è convinto che le stelle su quest’isola si vedano più vicine e la luna sicuramente sì. Ma io ormai lo punto solo su Afra e non la notte ma in tarda mattinata, quando tutti sono al mare ed io e lei a casa. La sua è a qualche centinaio di metri in linea d’aria. La prima volta che l’ho spiata, su dalla terrazza, ho visto Afra chinarsi, e poi rialzarsi in un angolo del giardino, andare dietro una siepe di rosmarino abbastanza alta da riuscire a vederla solo a mezzo busto, liberarsi del costume, scendere e sparire. Dopo l’ho vista alzarsi, avvicinarsi al rosmarino, poi accasciarsi e sparire di nuovo. Il giorno dopo, alla stessa ora, ho deciso, madida di sudore caldo e titubante, di salire con il telescopio sulla collina accanto casa e ho visto.  Ho visto Afra chinarsi per azionare gli schizzetti, entrare in quella specie di crop circle, anello di rosmarino circondante un praticello rado, liberarsi dei due pezzi e legarsi i capelli e lentamente adagiarsi sdraiata sull’erba. Al sole pieno, sotto lo schizzetto leggero e vaporoso ho visto un piccolo arcobaleno formarsi su lei nuda, sopra le sue dune. Ho studiato inebetita i riflessi di goccioline a miriadi formarsi e sciogliersi in rivoli mutevoli nelle discese del suo florido corpo bianco-dorato. Ormai sono giorni e giorni che la osservo ed ogni volta, dopo un po’ che è sdraiata, si alza, va verso la siepe di rosmarino e ne spezza tranquilla e decisa un rametto. Torna a sdraiarsi sotto la pioggerella artificiale e comincia a spennellarsi. Su e giù. Molto lentamente, le labbra e gli occhi chiusi distesi e beati. Scorre le foglioline pungenti verde smeraldo sulle gambe, le cosce, pian piano sulle anche, sull’addome e sui seni orgogliosi fino agli apici coperti di rugiada sotto quel vaporoso arcobaleno. Quando arrivo a quel punto, smonto tutto, discendo in fretta la collina del disonore e rientro nell’igloo di tufo deserto, tutti sono al mare e io ne approfitto per liberarmi, veloce, lì, davanti allo specchio del bagno che, subito dopo, riflette la mia faccia colpevole e paonazza. Mi sono innamorata di una donna? Sono una lesbica? Omosessuale? Tutte le etichette.  Dopo mi sento confusa. Nervosa. Una maniaca sessuale, disadattata e guardona. Immersa in colpevoli pensieri, ancora i piedi sprofondati nella sabbia e gli occhi chiusi, ho un sobbalzo. Afra è più vicina. Apro gli occhi. Ora la vedo bene. Sta per passare attraverso la piccola foce, il fiumiciattolo sotterraneo che sfocia in mare alla mia destra e so già cosa farà. In quel punto l’acqua è ghiacciata, le arriva fino al collo. Alzerà le braccia come sempre, attraversando. La ripenso spesso in quell’atteggiamento da ballerina classica marina. Riemerge. Riesco a immaginare  tutti i suoi pori e i capezzoli germogliati. La prima volta  che è apparsa mi ha spaventato. C’era foschia e non mi  aspettavo quella silhouette nera avanzare da mare. La mia inquietante, sinuosa signora Lockness.  La mia splendida Afrodite spumata dalle onde. Vorrei essere una piovra ed avere una bocca per ogni ventosa di ogni tentacolo, dal più grande al più piccolo, strapparti piano il costume, premerti dolcemente e fermamente contro uno scoglio e suggere il mare salato da tutta la tua superficie, fino al più piccolo dei pori, tinte d’alba. Afra si avvicina e si accorge che la sto fissando. Sfilo velocemente i piedi dalla sabbia e casco seduta. Alzo lo sguardo e ci scambiamo il solito codice ma stavolta devo tradire qualcosa perché ansia-sicurezza tramuta in ansia-sicurezza-ansia, la mia. Lei se ne deve essere accorta, si ferma a pochi metri da me e sottovoce mi fa: «Tutto bene?». E io: «Sissì! Stavo inciampando!» . Non la convince, si avvicina e si ferma poco distante. Mi racconta che ha visto una manta nera mentre passeggiava, dice che quel periodo si avvicinano di più  alla riva, le è già capitato altre volte. Mentre parla della manta, così vicino, la mia piovra in fuga già si è inabissata ed io credo di aver perso il rossore o il pallore che sia perché mi sento a mio agio. Il suo tono di voce è piacevole, rassicurante. Ci scambiamo sensazioni e notizie su quell’ora che ci accomuna per un bel po’, poi parliamo di noi. Si siede anche lei. Mi dice che ha origini greche e rumene, è divorziata con due figlie che vivono in città, che ha lavorato come giornalista e traduttrice ed ora scrive libri e fa l’articolista. Riesce a fare quasi tutto da casa con il telelavoro.  Ha già pubblicato qualcosa e, tra lo scrivere, le traduzioni e le lezioni di lingua se la cava  bene abbastanza per vivere come desidera. Anch’io le parlo della mia vita e il tempo passa. Comincia ad affacciarsi gente in spiaggia. Io devo tradire un’espressione da vampiro sorpreso dal sole perché Afra, complice comprensiva, mi propone di accompagnarla al porticciolo per fare colazione e continuare a chiacchierare. Lei mi mostra il nascondiglio tra gli scogli dove tiene un pareo bianco e nero ed una sacca. Veste il pareo e si incammina verso il porticciolo. Io, con i miei pantaloncini corti, la maglietta e le scarpe da ginnastica in mano la seguo. Finita la sabbia comincia a camminare sul selciato a piedi nudi. Io esito a fermarmi per infilarmi le scarpe. Lei si ferma e si volta, come aspettando che io le metta. Mentre le calzo mi sfugge uno sguardo ai suoi piedi, poi lo alzo al suo viso e neanche mi accorgo di tradire un  «Ma come fa?», perché lei rompe il silenzio tirando su le spalle: « Abitudine.» Continuiamo verso il chiosco che da sul porto. Ci sediamo a un tavolino e ordina  latte di mandorle fresco e caffè caldo, io un po’ a disagio ed un po’ incuriosita la seguo. Quel contrasto tra il caldo del caffè e la granita del latte di mandorle mi piace molto, mi torna per un attimo l’immagine di Afra, ballerina classica marina  che passa la foce del fiumiciattolo ghiacciato, gioco temeraria con la piovra, poi notando i colori dei due liquidi mi torna in mente anche il bianco-nero, la piovra inabissa e io credo di arrossire o impallidire, non bevo più.  Afra sorseggia  in silenzio osservando il porticciolo e il mercatino del pesce ed io neanche mi accorgo di aver chiuso gli occhi e nel fragore dei mercanti e le chiacchiere del chiosco, immaginare la folla sotto il castello che ormai  è qui, ad inseguire il soldo d’oro. Afra mi chiede cosa sto pensando, presa alla sprovvista riapro gli occhi e timidamente condivido l’immagine della folla. Sento di cambiare tinta quando lei sorride e mi dice che dovrei provare a scrivere. Paga, io la ringrazio e lei mi chiede di accompagnarla nella folla. Andiamo ad una bancarella dove c’è un suo amico pescatore, Saro, immagino sui cinquanta, magrissimo, i capelli ricci grigi e il volto bruciati dalla salsedine, gli occhi celesti che sembrano stati scoloriti nell’acqua di mare ma il resto del viso, la voce e la mimica compensano la vivacità, troppa vivacità per me, mi mette a disagio. Noto subito che c’è qualcosa tra loro, come parlano, come si guardano. È strano. Non dev’essere gelosia quella che sto provando, è una invidia latente, sottile. Vedo scambiarsi i loro sguardi complici, come appagati da un saper vivere che mi sfugge, che potrei godere ma solo da spettatrice. Mi mette in imbarazzo. Mentre loro due mercanteggiano intimamente, io, a una certa distanza faccio finta di curiosare, lo sguardo alla vaschetta di vongole sprizzanti. Saro ripone un cartoccio con due grossi pesci nelle mani di Afra e con la coda dell’occhio noto i loro sguardi d’intesa. Ancora invidia? Afra mi scopre e con il suo sguardo di marmo amorevole mi ferisce di nuovo: «Tutto bene?». Mi guardano entrambi in attesa sorridente. Bofonchio qualcosa di affermativo e ritorno alle vongole. Per un attimo li odio e mi pento di averla seguita nella folla ma credo di mascherarlo bene, voglio tornare a casa. Ci avviamo lungo il tratto di strada che abbiamo in comune per tornare e lei comincia a parlare. Mi racconta di Saro, della sua vita difficile in un ambiente povero e duro, della sua forza d’animo, della loro amicizia. È strano, Afra riesce a cambiare l’immagine di Saro che mi sono fatta mentre ne parla. Ora davvero non so più se sento invidia o gelosia, vedo un mite e bellissimo uomo accanto a lei, la mia piovra sprofonda sempre più, forse è sparita. Magari. Comincio a raccontarle di me e  Luca, comincio a mostrarle il fianco dei miei pensieri confusi e lei mi sta ad ascoltare. Mi fa così bene essere sicura che qualcuno mi stia realmente a sentire che divento una valanga ma Afra non sembra seccata, anzi, più le parlo e più sembra concentrarsi su quello che le dico. Mi interrompo a malincuore quando arriviamo al bivio che ci separa. Afra mi chiede se ho da fare o se mi va di seguirla nelle sue tappe mattutine prima di tornare a casa e magari di restare a pranzo da lei. Io sto per dire di sì ma poi non posso fare a meno di pensare che l’ho spiata in una delle sue intime “tappe mattutine”. Ho rovinato tutto, non potrei continuare a nascondere la piovra. Sto quasi per rifiutare e dare l’arrivederci al giorno dopo che lei mi fa ammiccante: «Guarda che Saro mi ha dato due pesci…». Penso all’igloo vuoto di tufo che mi aspetta, al frigo che odora vuoto anche pieno, mi faccio forza, spingo giù la piovra a calci e accetto l’invito. Ci incamminiamo, la mia valanga riparte e mentre parlo non posso fare a meno di gettare ogni tanto lo sguardo sui suoi piedi ancora nudi, immersi nella polvere bianca della strada , sono infarinati, la base sembra nera, le unghie non si distinguono, immagino anche che stia soffrendo il bollore del selciato. Ormai il sole picchia, e se becca un chiodo o un pezzo di vetro? Mi sento confortata, egoisticamente protetta guardando le mie scarpe da ginnastica. Afra interrompe la mia valanga deviando il percorso e lasciando d’un tratto la strada. Procediamo in un campo di erba piatta e rossiccia e io le chiedo se è una scorciatoia. Lei mi fa: «Hai visto quel fiumiciattolo che sfocia in spiaggia? Vieni, ti faccio vedere una cosa.». Dopo un po’ il campo che attraversiamo comincia a discendere, prima dolcemente, poi bruscamente verso un costone di roccia, la discesa si fa sempre più ripida e alla fine, calandoci tra sassi ed evitando spine, entriamo in una piccola grotta che sembrava nascosta dai cespugli. Ho un po’ paura e non riesco a staccare gli occhi dai piedi di Afra che invece sembra  tranquillissima e, finalmente, si ferma e tira fuori dalla sacca un paio di sandali di pezza. Li infila e proseguiamo per una breve discesa franosa di ciottoli e schegge di roccia. Il fiumiciattolo che arriva in spiaggia, in realtà è sotterraneo. La grotta è una falsa grotta perché dal lato opposto penetra la luce attraverso un apertura tra le rocce e lo spettacolo è fantastico. Sembra un ruscello di montagna che appare per qualche metro e poi si inabissa di nuovo nelle viscere della terra, lo avevo già visto sulle montagne del nord ma qui al sud proprio non me lo aspettavo. Afra si siede su un masso, sfila i sandali e immerge i piedi nell’acqua invitandomi a  fare altrettanto. Io eseguo ma fino a un certo punto. L’acqua è talmente ghiacciata che non riesco a tenere neanche la punta delle dita dentro. Provo a immergerli di scatto e mi sale una fitta dolorosa fino in testa. Lei mi consiglia di bagnarmi la nuca ed immergerli per poco ogni tanto, per abituarmi poco alla volta. Io sbalordita le chiedo: «Ma come fai?». Lei mi fa ridendo: «Mi hai fatto la stessa domanda giù in spiaggia, solo che era muta! A-bi-tu-di-ne! I miei piedi sono abituati, non metto quasi mai scarpe l’estate o quando fa abbastanza caldo e neanche in casa. I miei piedi sono sensibili quanto lo sono le mie mani, prova a mettere le mani in quest’acqua e vedrai che riuscirai a tenercele.» Ci osserviamo i piedi a vicenda. Finalmente riesco a vedere bene i suoi. Sono perfetti, riesco a vederne le unghie che sembrano madreperla, a parte qualche piccolo taglietto qua e là fanno sicuramente  migliore figura dei miei. Afra mi fa: «Hai un inizio di onicomicosi.». «Onicoche?» Dico io. «Onicomicosi, un fungo delle unghie. Vedi quel colore giallognolo giusto all’inizio? Devi tenere i tuoi piedi più all’aria se vuoi che siano sani. Sei tu che li tratti male, non io. Perché ti snobbi i piedi? Sei nordista con il tuo corpo? ». Afra continua: «Hai mai pensato che, se l’Italia ha la forma di uno stivale ed il sud sembra  il suo piede, è sempre, per andarci leggeri,  stato poco ben considerato questo piede? Diciamo che governi e governatori hanno da sempre teso a dimenticarselo questo sud o a ricordarselo solo quando gli faceva più comodo. Ma senza i piedi cosa saremmo?». A queste parole mi viene spontaneo un collegamento e le faccio: «Quindi secondo te, l’onicomicosi, rappresenta un po’ le mafie? Il fungo che prolifera umido celato sotto il calzino bianco dei grandi poteri?». Mi viene subito in mente il padrino, comincio a muovere gli alluci semi-giallognoli e ad imitare la voce di Don Vito Corleone, che tra l’altro mi riesce bene: «Devi sempre portare rispetto per le cose della famigghiaaa…… Baciamo le mani Don Ciccio! Minchia Michael! U calzinu sé bucaaaatuuuu!!! La Famigghia Onnecomecoooosiiii a schifìo finiiisce!!!». Le nostre risate risuonano nella grotta. Quando i miei piedi si sono ormai abituati, quindi dopo un bel po’, ripartiamo. Afra mi dice che deve fare la spesa. Non andiamo ad un supermercato ma da una contadina. Si chiama Fernanda, avrà una sessantina d’anni, un fazzoletto colorato le fascia la testa, si vede che anche lei è sveglia già dall’alba ma non certo per passeggiare, è andata a vendere al mercato in città e quando arriviamo è sotto il piccolo portico di uva fragola di una casetta a due piani che deve avere come minimo un centinaio di anni, intenta a sbucciare un pentolone di fagiolini. Lei e Afra cominciano a parlare e io non riesco a capire una sillaba. È dialetto, quello puro, arcaico immagino, ogni tanto però  ne azzecco una di parola. Osservo la casa. Sul tetto vedo l’antenna della televisione che stona con le tegole centenarie. A un certo punto capisco che parlano di prezzi e anche di governo. Poi Afra scoppia a ridere di cuore mentre Fernanda sparisce in casa ridacchiando a tratti, come cinicamente. Chiedo subito ad Afra perché ridono e lei, con le lacrime agli occhi, cerca di frenare il riso per spiegarmi ma ci riesce solo dopo un bel pezzo. Finalmente mi spiega che Fernanda si lamentava del fatto che deve vendere i suoi prodotti a prezzi stracciati, che la maggior parte della gente non capisce o non vuol capire la differenza tra un prodotto naturale, con la cura, lo sforzo e la tramandata conoscenza che c’è dietro, ed uno “industriale”. Al mercato tutti fanno storie sui prezzi. Ma Fernanda non pensa che sia colpa della gente, la gente lei la adora perché le permette di vivere, la sente vicina ma secondo lei non è informata. Dice che ai bambini, quando a scuola gli si insegna l’alfabeto, si dovrebbe far vedere «M» di «mela» che va bene, ma la «C» non dovrebbe essere «C» di  «cane» o di «casa», ma «C» di «contadino». Fernanda ce l’ha a morte con i politici. «I politici giocano con le vite». La frase oggetto delle risate che, dice Afra, in dialetto fa tutto un altro effetto è: «I politici? Io li legherei tutti uno dietro l’altro per le mani con una lunga corda dietra a  un treno e gli direi: Andate, andate….quando siete stanchi vi fermate.» Quando Fernanda riappare sulla porta, ha in mano un cesto con uova ed insalata e vedendomi ridere di pancia  sfodera un largo sorriso a denti di rastrello, poggia il cesto sulla tavola, mi viene vicino e sussurrandomi qualcosa che non capisco mi fa una gran carezza su una guancia. La sua mano è come carta vetrata sul mio viso, è calda e odora di terra e sudore. Ho l’impressione di continuare a sentirla anche dopo un po’ che l’ha ritratta. Salutiamo e ci incamminiamo continuando a parlare di Fernanda. La casa è un incanto, su un piano, tutta in pietra e bianca di calce, con archi e particolari che  mi dice siano stati aggiunti nel tempo da lei con l’aiuto di Saro ed altri amici. Il giardino è molto più curato di quanto potessi capire con il telescopio e la parte dietro la casa, quella che non potevo vedere è ancora più bella. È la zona festa, mi dice Afra, è un prato su cui, in diversi punti, sono sistemate rocce a formare tavolini, sedute, incavi con piante grasse e nicchie per proteggere le candele dal vento. Afra mi dice che Saro quando viene a trovarla porta sempre con se: il suo cane Xilù, mazzetta, scalpelli e che non fa altro che scolpire le rocce nel giardino, al punto che lei è preoccupata del giorno in cui non rimarrà più niente di abbastanza grande da scolpire. Dice che giorni fa hanno avuto un’accesa discussione perché lui voleva cominciare a scolpire dei posacenere e lei cercava invano di convincerlo che i posacenere devono poter essere svuotati. «Adesso cuciniamo!» dice mettendomi in mano una fascina di legna, fogli di giornale, fiammiferi ed indicandomi il barbecue rigorosamente scavato in una roccia da Saro. Riesco incredibilmente ad accendere il fuoco. Deve essere la legna secca. Un attimo dopo mi porta i due pesci che ha pulito. Mentre il barbecue sfrigola e il profumo comincia a diffondersi, parte una musica. «Nina Simone», sento citare Afra dalla finestra. Rigiro i pesci e faccio un giro in giardino, vedo il crop circle di rosmarino e ci entro. D’un tratto mi sento depressa, volgo lo sguardo alla collina, il mio segreto appostamento e mi sento una traditrice. Vorrei fare a pezzi la piovra con un machete e buttarla sul barbecue, mi giro e c’è Afra con una coppetta in mano che mi guarda ma io non riesco a frenare le lacrime, sarà quella musica. La guardo piangendo e le chiedo cos’è quella canzone. «Si chiama “He needs me”, ma che cos’hai?». «Mi fa piangere.» le dico. Lei poggia la coppetta e mi cinge le spalle con un braccio raccontandomi che Saro, quando ha bevuto un po’,  anche lui si mette a piangere ascoltando Nina Simone e che Xilù, per una sorta di empatia con il padrone, lo segue con ululati strazianti. A lei, regolarmente, tocca precipitarsi in lacrime ma per le risate a cambiare musica. Ricorderò solo più tardi quelle parole perché il contatto del suo braccio sulle mie spalle mi scatena un uragano nel cervello. Mi passa tutto davanti ad una velocità incontrollabile, scoppio in una breve risata e poi di nuovo in pianto e a quel punto non resisto più. La piovra boccheggia alla deriva. Devo dirglielo. Comincio a confidarle tutto,  i miei pensieri su di lei, che l’ho spiata con il telescopio di papà e alla fine anche del mio sogno ricorrente. Vomito una sorta di cortometraggio guazzabuglio fatto di piovre, Lockness, igloo, famiglie, nord, sud, fili e aquiloni in bianco e nero. Dopo lo sfogo rimango un attimo con lo sguardo basso aspettando di essere cacciata ma il silenzio dura troppo e allora ho il coraggio di guardarla negli occhi e la sua espressione è diversa da come me l’aspettavo. Rompe il silenzio ordinandomi severa di andare a prendere un rametto di rosmarino. Con le gambe molli eseguo terrorizzata pensando, per un attimo,  anche di scappare. Torno al barbecue e trovo Afra con la sua solita marmorea imperturbabilità che mi porge la coppetta e mi fa: «Intingi il rosmarino in questa salsa e spalmala sui pesci. Delicatamente, senza farla cadere sulla brace.». Io comincio mentre Afra rientra in casa e dopo attimi per me terrificanti, torna con due calici di vino bianco e me ne porge uno. Poi tira un gran sospiro e mi si siede vicino mentre continuo a spennellare i pesci con il rosmarino, facendo una fatica immane per evitare che la mano tremula lasci cadere la salsa sulla brace. «Per quel poco che possa conoscerti, io credo che tu sia molto, molto confusa e anche tu sembri esserne sicura. Mi sbaglio?» Io nego-affermo continuando semi-paralizzata a dipingere i due pesci. «Non credo che tu sia attratta dal mio corpo ma dal modo in cui lo vivo, forse sei affascinata dal modo in cui io vivo. Piano con quel rosmarino!!! Delicatamente!!! Dovresti sapere come si fa ormai, no?». Mi fucila e prosegue. «Devi imparare ad amarti, ad amare il tuo corpo senza provarne vergogna se vuoi dare e trarre il piacere nel contatto con un altro essere, che sia un uomo, una donna, un animale, un alieno o chicchessia. Vedi, io penso che quando non si hanno le idee chiare è meglio imparare a stare da soli finché non si abbia almeno una buona sensazione di avercele. Altrimenti si fa un danno a se stessi e soprattutto a chi ti sta vicino, che magari invece le idee chiare ce le ha, o forse no, magari è convinto di averle. In ogni caso gli si crea un danno comunque, non essendo veri e limpidi nell’esternare le proprie emozioni. Tu non mi conosci e in quel barlume di idea che mi sono potuta fare di te, non mi sembri proprio il tipo che si innamora di un corpo, si tappa le orecchie, chiude gli occhi e poi gli salta addosso. Sono onorata che tu abbia il dubbio di avere un attrazione verso di me, ma ti metto subito l’anima in pace: anche se farai chiarezza in te stessa e vorrai confermarmi la tua attrazione, ti dico subito che non sei proprio il mio tipo e soprattutto che devo far crescere più in fretta quella benedetta siepe di rosmarino.» Detto questo ci guardiamo un po’ e scoppiamo: lei a ridere e io a ridere e piangere  mentre mi abbraccia. Il pesce è il migliore che non abbia mai mangiato e Afra continua a beccarmi: «Visto che sei portata con il rosmarino?».  Passiamo  il pomeriggio insieme come fossimo due vecchie amiche. Tra confidenze, risate, pacifici silenzi e discussioni il tempo vola, al punto che dimentico che a casa saranno rientrati da molto e non sanno che fine ho fatto. Io e Afra ci diamo appuntamento in spiaggia per l’indomani. Al cancello stavolta sono io ad abbracciarla forte e lei ridendo mi dice di far piano che la soffoco e che ama le mante ma ha il terrore delle piovre. Ridiamo. Mi giro per tornare a casa e lei mi fa: «Aspetta!». Ritorna e mi da quello che mi deve dare. Quasi mi strappa una lacrima, la bacio su una guancia e vado via. La faccia di Luca, che è il primo a casa a vedermi arrivare, sembra quella di qualcuno che sta avvistando un UFO. Quando sono abbastanza vicina rompe il silenzio dicendomi: «Ma dove cavolo sei stata? Eravamo tutti preoccupatissimi! E le scarpe?». In quel momento mi rendo conto di non averle. Le ho dimenticate da Afra. Luca continua: «Cos’è quel cd? Che cavolo fai con quel ramo di rosmarino? Mi sembri l’otto di spade». Io le rispondo che forse ne avrebbe bisogno anche lui. Lui chiaramente non capisce e mi fissa stupefatto. Buonanotte Luca, domani, con molta calma, finalmente ti lascerò andare, penso mentre mi congedo sfiorandogli un bacio. Il mattino dopo mi sveglio, come sempre all’alba, ma stavolta senza il sogno bianco-nero, senza aquilone e senza filo. Il letto non mi rigurgita. Esco come sempre per andare in spiaggia ma lentamente e senza scarpe. Cammino piano tra macchine appannate, siepi, recinti e finalmente vedo in faccia chi sono i cani che mi abbaiavano. Al tunnel di canne e sabbia però mi viene voglia di correre. Stavolta sono in ritardo, Afra a quest’ora sarà già seduta al chiosco, sorseggiando latte di mandorle ghiacciato e caffè caldo, lo sguardo rilassato sul porticciolo. Esito. Non attraverserò il tunnel stavolta. Torno a casa. Ho troppe cose da sistemare. Partirò oggi. Mi cercherò un lavoro e andrò a vivere da sola. A casa tutti ancora dormono, preparo piano la valigia e prima di chiuderla, appoggio sui vestiti il cd ed il rametto di rosmarino.