Zì Coso e Pe’ de Foco

Secondo classificato al Premio Dragut 2019, sezione racconti.


Se ne stava piantato immobile, fiero e indomito a ricevere in pieno petto quel flusso crescente di luce e suoni. Il sole rimetteva a dormire l’alba rosa oro appena nata sfilandosi cauto, fino a scollarsi con quell’ultimo lembo di fuoco e l’illusione di incendiare la seghettata silhouette di Cerri all’orizzonte. Un sordo boato proveniente dalle lontane cave di marmo perturbò l’aria quieta deformandola e disperdendosi in una miriade di eco, facendo appena tremolare il pelo dell’acqua, così nitida ed immobile da apparire invisibile fino a quell’istante. Le piccole sagome nere dei girini cambiarono elegantemente posizione solleticando pietre candide, fino a fermarsi in perfetta sincronia con le minuscole onde concentriche, appena percettibili in superficie. I Sassi, così era chiamato quel posto incantevole.

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Una tonda conca naturale creata dal rio Cupone dopo un salto di tre metri tra le colline, a un buon tiro di schioppo dai piedi della catena degli Aurunci, in una campagna elegantemente incolta e lussureggiante lungo la vena del torrente. Quel posto, distante dal centro abitato, conservava un’aura magica e misteriosa per i paesani. L’unico abitante, nella sua vecchia casetta di pietre e travi di quercia, era Zì Coso l’eremita. Verso la fine di giugno del 1976, ai Sassi, quella che fino a metà Primavera poteva ben dirsi una cascata, adesso, per via delle scarse piogge, non era che un pacioso rivolo che fluiva gorgogliando quasi muto tra due grandi massi verticali. Disteso in tutta la sua anomala lunghezza, Pe’ de Foco attendeva il calore del sole sul più alto dei massi. Con le sue lunghe sfumature di verde, la perfetta livrea dai motivi irriproducibili anche dal più pignolo degli artigiani, la coda lunghissima ed affusolata, era uno splendido esemplare di ramarro. Uno scherzo della natura o meglio, un miracolo, cresciuto notevolmente oltre la media della sua specie in un posto del quale signora Morte pareva, almeno per lui, ancora non avere coordinate. Era il Re temuto e incontrastato di quell’angolo ancora incontaminato di natura, una specie di iguana abbastanza grande da terrorizzare i paesani, pur essendo animale di indole pacifica e riservata: fuggiva via veloce alla presenza umana e il più delle volte era stato avvistato in istanti di dormiveglia. “Piedi di fuoco”, così lo aveva battezzato Zì Coso quella volta che lo aveva sentito sfrecciare rumoroso nel suo campo di fave ormai secche al sole estivo, spezzandone i fusti neri al poderoso passaggio. Si erano infine trovati faccia a faccia: Pe’ de Foco che lo fissava severo e circospetto mentre un paio di steli si inclinavano mestamente ai suoi lati col cigolio di miniature d’alberi abbattuti, lasciandoli in un silenzio rarefatto dal frinire intermittente di cicale. Così, dopo la pausa degna di un film western, Zì Coso aveva sentenziato: “Pe’ de Foco!”. Le cicale si erano zittite, e il rettile, come inorgoglito, aveva levato il capo per poi voltarsi come un fulmine, e ruzzolando tra brevi pause, si era tuffato fragorosamente infrangendo lo specchio d’acqua immacolato.

Zio Cosmo, detto “Coso”, era uno dei contadini deportati dai tedeschi per i lavori forzati durante il periodo della Linea Gustav. Aveva lasciato sua moglie Assunta e quando era tornato, attraversando gran parte dell’Italia tra sentieri battuti o inesistenti e improvvisati nascondigli, lei non c’era più: la scheggia di una granata ne aveva schizzato via l’anima rossa e gioiosa fra le nuvole. La sua “Cerasa” se n’era volata via. Dopo la guerra si era trasformato in una specie di oracolo-curatore, molti vi si recavano per farsi mettere a posto un osso rotto o scappato fuori, ma anche solo per una parola di conforto o consiglio su qualsiasi tipo di questione. Da altri invece era considerato un “coso” strano, ma in fondo tutti gli portavano gran rispetto. Il boato delle cave e il leggero tremolio dell’acqua, avevano sollevato le palpebre a Pe’ de Foco quel tanto da fargli focalizzare il movimento degli appetitosi girini. Si tuffò con gran tonfo e fluendo rapido a colpi di coda in immersione, a bocca ridente e spalancata ne fece buona incetta. Riemerse lentamente soddisfatto e arrampicatosi riprese posizione. Nel frastuono del pasto, i suoi sensi sopraffini non avevano captato, nella galleria di vegetazione che ombreggiava a tratti il rio, la silenziosa presenza di Mario e Ottavio, due ragazzini undicenni, decisi a partire in missione presto quel mattino, per vedere di nascosto il drago misterioso. Mentre Ottavio osservava incantato il maestoso rettile assestare con comodo la sua mole sulla roccia, Mario cercava cauto un grosso sasso con la mano nel ruscello e, presa bene la mira, lo scagliava con tutte le forze verso il povero Pe’ de Foco centrandogli la testa, e quello, dopo un breve scatto disperato, si afflosciava sul posto tremolante. « Che hai fatto???» urlò Ottavio: «Nno sai ca è peccato mortale?!». « Pigliamolo! Gliu portamo ‘bascio gliu paese!» sbraitò Mario eccitato dal suo colpo da manuale. «Ma sì pazzo? Non lo vidi ca se move ancora? E se ce mozzeca?». «Statte zitto e aiutame! Movete!» rispose mentre con un coltellino strappava lunghe foglie di strame da un cespuglio. «Gli legamo la vocca e le cosse!». «No! E se po’ se sceta? I n’ce vengo loco n’goppa!». «Cacasotto! E va bono, n’te move!» gli urlò Mario uscendo allo scoperto e guardando in basso per cercare un altro sasso. Quel fragore insolito aveva però già attirato l’attenzione di Zì Coso che, lasciato il pollaio, era lassù in alto ad osservare la scena con le mani sui fianchi e l’espressione tra sconforto ed amarezza. Mario aveva appena scelto il giusto sasso e si apprestava a finire Pe’ de Foco. «Fermo!» tuonò Zì Coso: «Fermateve! Diavuri ‘shgraziati!». I due ragazzi raggelati lo osservarono in silenzio discendere, sparire tra i cespugli borbottando e riapparire poco dopo sul masso dove il povero animale sembrava addormentato, solo scosso da leggeri scatti involontari delle zampe posteriori. Gli pose la mano sulla testa, poi volse uno sguardo torvo ai due discoli: «Minite subito cca!».

Eseguirono arrampicandosi controvoglia. «Arrecamogliolo alla casa mia!» ordinò Zì Coso. «E se se sceta? Chiglio me strocca ‘na mano! E po’ me fa schifo!» piagnucolò Ottavio. «N’se sceta. E po’ che te fa schifo? Vidi comm’è beglio, vidi che coluri… Dilinquenti! Ate ‘strutto n’opera d’arte della Natura!». Ciò detto afferrò la mano del ragazzo e la pose sul rettile. Ottavio dopo una smorfia di ribrezzo fu affascinato dal contatto. Se lo aspettava ruvido, invece era di un bel velluto liscio e piacevole. Mario non disse nulla, e con un ghigno prese le zampe anteriori di Pe’ de Foco, mentre Zì Coso teneva la testa del ramarro sollevata. Giunti nell’aia lo posero sul muretto accanto al pozzo. Zì Coso tirò su un secchio d’acqua e lo svuotò a tratti sulla testa dell’animale. «È morto?» chiese impaziente Mario. «No! Tu ti’ gli occhi bboni bbìa a prenne la mira!» gli fece secco Zì Coso.
«T’è ragione! Vidi! Sotto la zampa de nnanzi…» fece Ottavio. A tratti il torace del rettile si gonfiava debolmente. «Ma statte zitto cacasotto!» gli rispose Mario: «Mò che more gliu portamo bascio gliu paese.». Zì Coso lo seccò con uno sguardo: «Va dento casa, e portame gli stracci!». Mario si allontanò seccato. Passarono la mattinata a cercare di risvegliare l’animale che non dava segni di ripresa. Zì coso gli avvolgeva la testa con uno straccio imbevuto d’acqua, che gli cambiava di tanto in tanto. A vederlo così, Mario esplose in una risata dicendo: «Co’ ‘ssa pezza nera n’capo me pare Zi’ Cuncetta quanno va alla messa!». Scoppiarono a ridere tutti e tre, ma Zi’ Coso tornò subito serio e colmo di freddezza: «Mo magnamo, che è ora, e vui ve state cca fino a che non se ripiglia, e se non se ripiglia…Va’ a piglia’ sei pummarole grosse, e nu cico de vasilico. Movete.» ordinò severo a Mario. «Otta’, vacce tu.» disse Mario strafottente neanche guardando l’amico. «None. Ce va Mario. Movete t’aggio dittu.». Mario si voltò furioso verso l’orto scalciando ciottoli. Mentre mangiavano… «L’hai fatto pecché isso è libero, e tu no. Vidi la ‘nvidia, come te se roseca.» disse il vecchio prima di dare un morso alla panzanella. «E che significa?» sbottò isterico il ragazzo: «Si pazzo! Isso è ‘n’agnimale, io songo nn’ome, e pozzo fa’ chello che me pare!». «Addavero?» proseguì placido Zi’ Coso: «Hai vistu quanno t’aggio ‘rdinato de fa’ le cose come stivi? Nn’è accussì che pure pateto fa co’ te? E se tu nno fai, nn’è vero che po’ t’allucca e te vatte malamente? Tutti gli santi iorni? N’cè pe chesso che alla scola già si stato bocciato?». «La scola n’serve a gnente, ine voglio bbia ghì a fatica’.» balbettò Mario. «Tu sotto padrone? Co’ ‘sta coccia no’ duri manco n’ora. Pe’ ciò a Pe’ de Foco gliu vulivi arreca’ bascio gliu paese, e magari faregliu muri’ dento ‘na gabbia, pecché n’te piace che isso nno vive dento ‘na gabbia come te. Ecco pecché tu sì fraceco dento, e ‘nu iorno chelle sbarre ca te purti dento ‘sciranno fore, e saranno chelle de ‘na prigione.». Mario si alzò di scatto gettando con sprezzo il resto del suo pranzo alle galline, e se ne andò scalciando polvere giù verso il rio.

«Zì Co’, i’ n’vece avesse tornà alla casa, sennò mammema chi la sente?» mormorò Ottavio guardando l’amico allontanarsi. «E n’vece ve state cca’, se no so’ cavoli vosti, e isso t’è ragione a chiamarete cacasotto. E se capisce pure pecché site gli meglio amici: isso ha trovato uno che po’ cencecheà, come gliu pate fa co’ isso, e tu co isso c’hai trovato gliu pate ca non tì, pecché se n’è fuito, e v’ha lassati suli a te e mammeta. Che site begli tutti e dui, tu e chigl’ato agnimale… dui pori diavuri scincicati.» terminò ridacchiando Zì Coso, facendo arrossire Ottavio che scattato in piedi e afferrato il piatto lo puntava minaccioso: «Non te permette cchiù de nomena’ a patemo!». «Che vo fa’ co’ ssu piatto, gliu vo tira’ a me o a isso?» mormorò il vecchio indicando Pe’ de Foco: «Forza, tira, tanto semo vecchi tutti e dui, accussì agliu creatore ce vado ‘n compagnia.» rispose voltandogli le spalle. Ottavio dopo un brivido tornò del suo colore, e posando il piatto si lasciò sedere. Zì Coso si sdraiò per la sua pennichella all’ombra del grande gelso bianco che sovrastava l’aia, e prima di chiudere gli occhi mormorò: «Otta’, tu si nu bravo uaglione, e sotto sotto pure Mario, ma tu n’ta fa’ tratta’ accussì da isso, fa male a te, e fa male pure a isso. Mo m’addormo nu poco, tu ogni tanto mitti na pezza bagnata n’capo a gliu poro Pe’ de Foco.». Zì Coso sonnecchiava ancora quando Ottavio vide spuntare la testa dell’amico che risaliva. Aveva un bastone. «Che vo’ fa co’ ‘ssa mazza?» chiese Ottavio preoccupato. «Mitti n’ata pezza n’capo a chella bestia, accussì Zì Coso non sente la botta. Mo gl’accido e po’ sitti sitti ce ne iamo, e gliu arrecamo bascio.». «No!» fece Ottavio alzandosi risoluto e puntando una mano verso l’amico. «Che t’ha raccontato chigliu vecchio ‘ncritinito! Levete cacasotto, ca sennò sta mazza te la scasso n’capo!» gli intimò Mario. L’altro gli si avventò addosso e cominciarono a rotolare avvinghiati sull’aia svegliando il vecchio: «Fermi! Diavuri ‘mpestati! Guardate!». Un raggio di sole filtrava dal gelso illuminando la testa di Pe’ de Foco, che aveva un occhio fisso su Zì Coso. Fissarono muti l’occhio gelido del rettile come fosse un buco nero, finché non richiuse lentamente la palpebra. «M’ha parlato!» gridò Zì Coso con lo sguardo bocconi. «M’ha parlato…vo esse portato a gliu mare!» continuò in un sussurro, come ipnotizzato.
Mario si alzò di scatto scrollandosi l’amico di dosso: «Pe’ la matina Zi’ Co’, te sì finito de ‘mpazzi’! E come t’ha parlato? Co’ la coda? E che t’ha detto? Che gli fa male la coccia? E po’ che ne po’ sape’ de gliu mare se non gliu ha mai visto?». «’Mbicigli, non lo sintite gliu vento che ve’ da mare tutti gli iorni? Isso gliu addora, lo sape meglio de vui comm’è gliu mare, è na creatura magica, e se more, vidite gli guai che passate!». A quelle parole i due monelli iniziarono a piangere dal troppo ridere, mentre Zì Coso si alzava e cambiava l’ennesima pezza umida. Quando i due si zittirono, li fissò gelido: «Vui dui mò m’aiutate a caccia’ la moto e a vede’ se parte, po’ ve ne potete pure ghì a fanculo. Quanno scura me gliu carico ‘rreto e gliu porto a mare.». I due rimasero a fissarlo muti e sbigottiti. «Chisso è ‘mpazzuto…» mormorò Ottavio. «Diteme ‘n’ata vota ca so’ pazzo e ve giuro ca ve faccio vola’ dento agli Sassi. E so’ cavugli gli vosti se fate parola de ‘sta storia.». Tirarono fuori la Bianchina dalla stalla e la ripulirono.

Dopo vari tentativi, con qualche colpo di tosse e una gran fumata nera la vecchia mono cilindro resuscitò. I ragazzi si avviarono muti verso il paese, voltandosi ogni tanto a guardare quella scena bizzarra: un lucertolone con una pezza in testa, la vecchia moto che copriva il frinire di cicale con il suo rombo scatarrante, e Zi’ coso che frenetico entrava e usciva di casa senza altro motivo che scervellarsi su come avrebbe potuto evitare di essere notato dai paesani o chiunque durante il viaggio, sia perché Pe’ de Foco avrebbe fatto una brutta fine, che per non diventare definitivamente lo zimbello del villaggio. Il sole era quasi dietro i monti quando Zì Coso iniziava a vestire Pe’ de Foco con una camicetta bianca della defunta moglie. Scucì un suo paio di pantaloni neri per simulare una gonna lunga che avrebbe fissato a due bastoni già legati ai fianchi della moto, e alle cui estremità aveva messo due scarpette da festa della sua compianta. Legò la testa con un fazzolettone a fiori, in modo che si intravedessero appena gli occhi dell’animale tramortito. Cercò di arrotolare il più possibile la lunghissima coda che infilò in un sacco. Si caricò quel fagotto addobbato sulla schiena, lo ancorò a sé con delle bretelle, salì cauto sulla moto, levò il cavalletto e si avviò incerto e zigzagante giù per la collina. A metà strada dal paese, seduti su un ponte, Mario e Ottavio sentirono avvicinarsi il rombo, e quando videro passare Zì Coso con quella spaventapasseri dietro, per poco non caddero di sotto dal ridere. Quando si ripresero il rombo era lontano, «Iamo a piglia’ la vespa de patemo.» scandì serio Mario, lo sguardo fisso nel vuoto. «Che? Chigliu pateto è la vota bbona che t’accire!». «Otta’… me simbri mammeta! Facemo accussì, se tu no vo’ mini’, i ce vado solo, e alla casa stasera n’ce torno. Chigliu patemo verrà subbito alla casa tia, e tu gli a dice chesso: “Ha detto accussì Mario che se torna alla casa e tu gli mitti le mani n’goglio, è meglio ca gliu accidi, tanto no gliu vidi cchiù lo stesso.”», diede uno schiaffetto all’amico prima di correre via, e quello dopo un attimo di esitazione gli si lanciò all’inseguimento. Nel frattempo Zì Coso era giunto in paese, il punto critico era il bar, con gli astanti ai tavolini intenti nelle sfide a “passatella”, un gioco fatto di carte e sonore bevute di birra. Zì Coso confidò che fossero già abbastanza brilli e diede gas alla moto, ma fu proprio il rombo ad attirare attenzione, e la velocità non sufficiente da passare inosservato.
«Ohohohooo!!! Vidi zì Coso comme scappa! Addo te ne vai co’ ‘ssa bellella Zì Co’!», «Ne Zì Co’? Addo’ te la si sposata a ‘ssa bella pacchianella? Pe’ la matina e che popò che tene!», e giù così tra fischi e grasse risate. In effetti il sacco con la coda acciambellata era vistosamente voluminoso rispetto alla sottile silhouette della donzella misteriosa, ma il trucco funzionò, smuovendo la routine di quella ciurmaglia, che passò il resto della serata tra battute e congetture.

Era fatta. Ora doveva solo arrivare al porticciolo di Gianola prima che facesse buio. Sulla superstrada sussultò scorgendo da lontano l’Alfetta dei carabinieri appostata. Decelerò di istinto, attirando allo specchietto retrovisore l’occhio del brigadiere Allolito, che fece all’appuntato: «Ginu’, ferma a questo, e se non tiene niente ‘e che, prendi nome, targa e andiamo, questo è l’ultimo, t’aspetto in macchina, mi fa male la capa, ho preso troppo sole.». Scattò la paletta. «Oi mama… e mò?» disse tra i denti Zi’ Coso. «Scendete e favorite la patente.». «Aggiate pacienza, non pozzo scegnere, la mia signora sta a durmi’, no sta bono, la porto alla casa.». «Favorite la patente.». «Non la pozzo prendere, sta sotto gliu sedile e come v’aggio pregato, no vurria sceta’ muglierema.». L’appuntato quasi non sentì il vecchio, tanto era preso ad osservare le singolari forme e l’aspetto della signora. «Aspettate qua.» disse staccandole gli occhi con un brivido. «Brigadie’! Dovete venire! Ci sta un vecchio, dice che non vuole scendere per non svegliare la moglie e non vuole dare la patente, ma la cosa strana non è questa, è la moglie Brigadie’! Dovete vedere! Tiene un fazzoletto in testa, si vedono gli occhi chiusi, e come so’ brutti! E terrà ‘nu naso che manco Puricinella! La pelle pare verde! È una femmina secca come il palo del telefono, ma tiene un… perdonate Brigadie’, tiene uno strano culo sconfinato! E pare che c’ha pure una gamba di legno!». «Ginu’, ma niente niente tutto ‘stu sole a me m’ha grigliato ‘e recchie e a te t’ha bollito chell’i poche ‘e cerevella che tieni? Maronna mia…». Mentre Allolito sbuffando si accingeva ad uscire dall’auto, coperta dal rombo della Bianchina arrivava a tutta velocità una Vespa. « Pigliaci la paletta!!!». Ottavio, seduto dietro, ad occhi chiusi sconfisse la paura. Allungò il braccio destro e sfilò la paletta all’appuntato, mentre Mario emetteva un grido degno di Cavallo Pazzo, per poi strillare, «Mitti ‘ssa paletta n’goppa alla targa! Movete! Cacas… Pe’ la matina! Allora mò n’te pozzo cchiù chiama’ cacasotto!». Si infilarono in una traversa con lacrime miste di vento e risate, mentre sentivano la sirena e la sgommata dell’Alfetta.
Zì Coso ripartì con il sorriso e un flusso caldo al cuore. Arrivò al porticciolo alle ultime luci del tramonto. I due “diavuri” erano già lì, e lo aiutarono a trasportare Pe’ de Foco fino al molo. Tolsero i vestiti al rettile e si sedettero vicini con le gambe ciondoloni sull’acqua. Zì Coso ne teneva la testa appoggiata sopra le cosce e i due ragazzi il resto del corpo sulle loro. Rimasero in silenzio a guardare la luce sfumare. Ottavio non fece in tempo a chiedere «Respira ancor..», che il ramarro scattò fulmineo verso mare in un tuffo che li bagnò da capo a piedi, ferendo con i rostri la coscia di Mario, strappandogli i jeans in righe parallele come sbarre, e frustando sonoramente con la coda la fronte di Ottavio. Lo guardarono muti prendere sinuoso il largo. Una lacrima dagli occhi di Mario cadde a diluirgli il sangue sulla coscia, ma lui non piangeva più per il dolore fisico ormai da tempo, era quella strana scena di libertà a farlo crollare. «Ahi..», mormorò Ottavio toccandosi la fronte. «Iammocenne.» fece Zì Coso con un largo sorriso di occhi umidi, che tre giorni dopo erano chiusi e secchi, sotto il gelso, durante la sua pennichella pomeridiana.

Li riaprì così di scatto che restò abbagliato dalla luce e dal frinire immenso di cicale, nel quale aveva distinto il fragore famigliare di un tuffo. Attese con gli occhi spalancati un grido o qualche altro rumore a sconfessare quell’ibrido tra dubbio e speranza, ma fu silenzio, e li richiuse in un crescente ridacchiare. Il valoroso Pe’ de Foco, dopo un bel giro nella baia, aveva risalito il fiume Capodacqua dalla foce fino ai piedi dei monti, poi da lì fino a casa. Per tre giorni aveva seminato nuove incredibili leggende, apparendo e scomparendo tra occasionali grida di vecchi e bambini, riuscendo anche ad assaggiare una vecchia trota, ma preferiva di gran lunga i suoi grassocci girini dei Sassi, eleganti sulle pietre candide, appena smossi all’alba dalle mine delle cave di marmo di Coreno.

Pubblicato da

Alessandro Cantaro

Alessandro Cantaro, grafico web-designer freelance. Mi piace scrivere e in questo spazio raccolgo e condivido alcune cose. 501k sono gli ultimi quattro caratteri del mio codice fiscale, nient'altro. :-)

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