Giusto per non dimenticare cosa significano le parole “guerra”, “bombardamento”, “artiglieria”, “fuggire” ecc., quello che sta avvenendo proprio adesso in altri paesi di cui ben conosciamo il nome (mentre noi si fa l’albero di natale) e con armi ben più distruttive che nei ’40:
“Le comunità del Lazio meridionale, strette tra due fuochi contrapposti, furono stravolte dai bombardamenti dei liberatori alleati e dalle rappresaglie degli occupanti tedeschi; stremate dalla fame, dalle malattie, dall’esperienza dello sfollamento, esse persero ogni punto di riferimento, fisico e mentale.”

batta43

Nell’immagine, Santa Maria Infante, 15 maggio 1944.

Tiriamo fuori la memoria ora che abbiamo i mezzi per farlo, non bastano i monumenti e le villette comunali con i cannoni dove si arrampicano i bambini per giocare e si fa una celebrazione l’anno, dobbiamo ricordare e imporre di ricordare, è un nostro dovere, è quello che tacitamente ci chiedono le vittime di un orrore già vissuto, che non avrebbero mai voluto veder rivivere da nessun’altra parte sul pianeta.
È il momento di cambiare.
Raccontiamo ai bambini quello che i nostri predecessori gridano dalle lapidi, facciamogli capire che la guerra non è quella dei videogiochi, è tutta un’altra storia.
Facciamogli sentire bene che quel passato non è virtuale ma è avvenuto per davvero, portiamoli nei posti così che ne sentano l’odore, raccontiamogli storie VERE.
RICORDIAMO.
A loro piacerà, assimileranno e si emozioneranno anche più di noi, sono bambini.
Tramandiamo, loro ricorderanno e intanto, “combattiamo”.

Nebbia nei capelli

Se provi piacere asciugando i capelli a una persona con il fon, allora significa che l’ami, pensava.
Ogni testa assonnata che sbucava dai sedili dell’autobus 21 delle 7.15 sembrava aver portato un po’ di nebbia con sé prima di salire, nei capelli. C’era odore di nebbia lì dentro. Ben diverso dal profumo sprigionato dall’aria calda e profumata di uno sbuffante fon, placido separatore di masse capellose appena deterse.
Su quel pensiero ondeggiò vittima di un primo colpo di sonno, riafferrando all’ultimo secondo utile la sbarra a cui si manteneva, costretto anche quel giorno a stare in piedi.
Urtò un signore che lo guardò con espressione da ultimatum: vedete di resistere al vento dannata canna, buona la prima ma ora stop, o libererò il mastino dalle labbra e ciò non vi conviene.
Era grigio, sembrava un tipo da “voi”. Disse – Scusate. –, staccando lo sguardo per lasciarlo tornare nel suo guscio privato di pensieri disconnessi tipico di chi è condannato a non poter viaggiare seduto.

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Uova. Ogni essere appena sveglio ha la fragilità di un uovo. C’è chi riesce prima a rompere il guscio e a curiosare in quel n’uovo mini mondo offertogli dalla vita e chi invece sembra volerci rimanere e soprattutto esige che non gli sia rotto… il guscio.
Gli scappò un singulto immaginando il signore a fianco ringhiargli – Non mi rompere il guscio! – Il signore sembrò accorgersene lanciandogli un’ultima occhiataccia che però cambiò subito in un ghigno soddisfatto, pigiando il pulsante di fermata e anguillando nella mischia nonostante l’abbondante stazza fino a raggiungere l’uscita, beato lui. Così quel autobus non era che un gran contenitore di una cinquantina di uova stipate, sedute ed in piedi ognuna con la propria invisibile scadenza timbrata da un inchiostro non visibile, tranne che alla fine, prima della cottura. Se Newton fosse vissuto in quel periodo avrebbe scoperto la gravità in un autobus colmo di uova, niente mele, in piedi alle 6.30 di mattina, quando davvero sai bene che cos’è la forza di gravità. Secondo colpo di sonno, per fortuna stavolta urtò una donna che non solo aveva rotto il guscio almeno un’ora prima, ma già sembrava chioccia e lo riappese energica alla sbarra come una pianta di pomodori ad una canna, con tanto di sorriso.
La ringraziò imbarazzato. La donna – chioccia era esperta di cinetica da mezzi pubblici, non si teneva neanche alla sbarra, si mise a studiarla per non essere di nuovo sopraffatto dal sonno, anche perché osservandola si accorse che riusciva a chiudere gli occhi e a recuperare il sonno senza appigli, strabiliante. Il trucco sembrava celarsi nella posizione, esattamente parallela ai finestrini, e poi c’era una sorta di istinto naturale nel prevedere gli sbilanciamenti del mezzo dovuto forse ad una conoscenza profonda del percorso. Strano, non l’aveva mai incontrata su quel autobus che prendeva ormai da ben undici anni, sempre alla stessa ora. Doveva quindi essere dotata di un istinto sovrannaturale.
Si disse che doveva assolutamente apprendere quella tecnica portentosa. Visto che lei era stata così garbata nel salvarlo, pensò di approfittarne per chiederle umilmente quante fermate mancavano alla sua liberazione, in modo da rompere il ghiaccio e poter carpire il suo segreto. Si mise ad osservarla aspettando l’attimo favorevole nella sua intermittenza sonno – veglia e nel momento in cui notò la massima apertura delle palpebre le disse: – tra quante scende? –. Era di altezza media, tondeggiante ma evidentemente soda e dotata di buona elasticità. Lei girò gli occhi bruni ancora annebbiati verso i suoi, lui li vide accendersi rapidi e trasportare il resto del viso alla prontezza di una cortese risposta. Aveva una specie di ritmo magico che gli sfuggiva. – Capolinea. – gli rispose con espressione rassegnatamente solidale. Anche lui scendeva al capolinea e nel resto del tragitto si tennero svegli a vicenda chiacchierando tra gli scossoni da una fermata all’altra.
Quando il guscio e il ghiaccio erano stati rotti abbastanza si lanciò nella domanda che più bramava farle, – come riesce a dormire in piedi senza tenersi? –. Gli rispose sorridente che il suo segreto era immaginare intensamente il pendolo di Foucault e lui, colto alla sprovvista e dall’ignoranza di cosa fosse, annuì simulando di aver capito con una risatina forzata. Al capolinea si salutarono, lei in realtà prendeva sempre quell’autobus ma mezzora prima, quella mattina aveva fatto tardi. Si erudì su Foucault ed il pendolo e il giorno dopo uscì di casa più presto del solito. Scoprì nuove cose: che era stupido non farsi covare dal letto mezzora prima per non soffrire tre quarti d’ora di tortura, che Foucault alla sua stessa età, colpito da paralisi, si era fatto montare uno specchio da lui inventato per seguire il moto degli astri sul letto dov’era immobilizzato, e che c’erano dei capelli che avrebbe tanto desiderato asciugare con il fon.

Tessere di vita

Una calda e generosa slinguata in faccia gli proiettò l’ultima scena di quell’incubo ricorrente, l’impatto inevitabile di un’onda gigantesca, senza possibilità di fuga. – Baffo! Diavolo di un bastardo, è colpa tua se non faccio che sognare tsunami. – biascicò svegliandosi e asciugando la faccia nel cuscino mentre il cane, in effetti un simpatico bastardo di media taglia peloso come un Bobtail e pezzato come le mucche delle pubblicità di derivati del latte, lo guardava scodinzolando in attesa di qualcosa che, dal tipo di effusioni, non pareva affatto essere il pasto o la solita scorrazzata nel cortile.
Non era un momento facile, era di nuovo crollato sul divano davanti alla TV, guardandovi attraverso meditabondo tra una lattina di birra e l’altra, pensando all’unica mossa possibile per un pedone di cinquant’anni separato e rimasto senza lavoro come lui.

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I tempi dell’occasione di saltare due caselle anziché una erano lontani. Provava per la prima volta nella vita cosa significa sentirsi un pezzo sacrificabile nella scacchiera dell’esistenza. Doveva smettere di considerarsi un pedone o quanto meno, illudersi che non lo fosse, in qualche modo forse lo avrebbe aiutato. Una vita intera da dipendente, se non era per un capo era per l’alcol, anche se mai esagerando, come per il fumo. Sarebbe stato difficile. Avvertiva forte nelle gambe l’ansia del tramonto dell’energia osservarlo beffarda e inesorabile nella nebbia della rassegnazione d’aver superato il mezzogiorno della sua vita. Per fortuna c’era Baffo. – Ho capito cosa vuoi, razza di mocho sbiasciante. – La luce e i suoni che filtravano dall’esterno davano l’impressione di una di quelle giornate talmente nitide da voler rimproverare i sensi tardivi ad adattarsi. Quegli ultimi due giorni di ottobre aveva piovuto quasi senza interruzione. Preparò e mise la caffettiera sul fornello, quindi, sospinto dall’irrequieto quanto festoso Baffo, spalancò la porta di casa ricevendo in pieno viso tutta la potenza di quel mattino così limpido che era sul punto d’esplodere, sembrava di sentire il rumore del sole. Baffo, dopo aver ispezionato spedito il cortile e l’aiuola dei limoni si era appeso con le zampe anteriori al cancelletto, esprimendo chiaramente che era oltre quell’ultimo ostacolo che risiedeva la vera felicità: la sua adorata spiaggia dorata. Il sabato mattina e con quel sole splendente la spiaggia sarebbe stata sicuramente affollata, avrebbe dovuto tenere Baffo al guinzaglio e l’idea di essere trascinato dall’esuberante quadrupede a velocità da flipper non lo attirava per niente, ma come l’avrebbe detto al mocho che lo guardava speranzoso e scodinzolante ormai appeso al cancelletto? Volse lo sguardo alla collina che separava in due la costa, a destra la spiaggia delle loro passeggiate, con tutti i suoi lidi ordinati, chiusi in attesa della stagione balneare successiva, a sinistra la spiaggia di serie b ferita dall’ampia foce del fiume, traguardo estivo di umanità meno abbiente, fuori stagione era desolata e vittima delle piene che la ricoprivano di ogni tipo di residuo trascinato, strappato alla terra dalla forza del fiume che ne rapiva anche il colore. Baffo non ce lo aveva mai portato. Pensò che la pioggia non era stata così forte e che la spiaggia in fondo poteva essere decente. L’ombra del flipper, il suo mal di testa e l’irrequietezza latente di dover rompere con le abitudini, spostarono l’ago a sinistra della collina. Si fermò a distanza dalla foce, al bordo della pineta che separava i campi incolti dal mare. Non fece in tempo ad uscire per aprire lo sportello a Baffo che quello saltò fuori dal finestrino prima che l’auto fosse ferma, guadagnandosi una maledizione. L’indiavolato sparì nella pineta assieme agli inutili concitati richiami. Cominciava a pentirsi per quella scelta, prese il guinzaglio, chiuse l’auto e si lanciò all’inseguimento. Trafelato nel mezzo della pineta gli giunse l’abbaiare ostinato di Baffo coperto a tratti dal fragore del mare che doveva essere bello mosso. Gli si presentò una scena piuttosto comica, a una decina di metri dalla riva un grande tronco beccheggiava smosso dalle onde protendendo minaccioso i rami verso Baffo che ne seguiva il movimento facendo avanti e indietro, abbaiando e ringhiando inferocito quanto atterrito da quel drago ligneo rigurgitato dal fiume. Durò il tempo di adocchiare un gruppo di gabbiani e lanciarvisi contro latrando a palla di cannone. Al contrario di quanto aveva supposto, la piena era abbondante, il mare era color fango e c’era stata una forte mareggiata, la spiaggia era piena di ogni tipo di relitto di origine umana e naturale. Quanto era stata stupida la sua ipotesi sulla quantità di pioggia di quei due giorni, i fiumi sono lunghi e l’acqua che cade può essere più o meno intensa già di quella a qualche chilometro da te. Riconobbe in lontananza la sagoma di ciò che sembrava essere un animale morto arenato sulla spiaggia. Baffo andava dritto in quella direzione. Non osava neanche immaginare cosa avrebbe fatto quel disgraziato, quindi cominciò a correre sgolandosi per richiamarlo. Per fortuna arrivò giusto in tempo per dissuaderlo dall’avvicinarsi. Era una povera pecora così gonfia che sembrava stesse per esplodere, con le quattro gambe puntate verso il cielo gli sembrava esprimere come un macabro gesto di vittoria, era come se gli gridasse – Son finite le mie pene, sono libera finalmente! – Questo gli fece venire scuri pensieri che ultimamente lo tormentavano. Decise che era il momento di farsi una corsetta insieme a Baffo ed allontanarsi il più possibile dalla foce. Quando il fiato stava cominciando a venirgli meno ed era quasi sul punto di fermarsi, percepì una forma inusuale sulla quale stava per affossare i piedi e la superò con un salto che lo fece finire sfinito seduto sulla sabbia. Sì voltò e vide diversi sacchetti di plastica appiattiti nella sabbia, ognuno dei quali conteneva sassolini, conchiglie e frammenti, tappi di bottiglia, pezzi di plastica, vetrini e quant’altro si può trovare su una spiaggia di minuto, diviso rigorosamente per colore. Notò anche delle orme che puntavano verso la pineta. Non vide più Baffo e cominciò a chiamarlo ma niente, del peloso neanche l’ombra. Preoccupato cominciò a seguire le orme, vicino c’erano anche quelle di un cane, certamente Baffo. Proprio alla fine della spiaggia prima della pineta, appena aggirato un cespuglio se lo trovò davanti che si abbeverava da un mezzo pallone di gomma pieno d’acqua accanto ad un vecchio con una specie di impermeabile verde e rattoppato che lo carezzava sereno. Si avvicinò a loro dicendo buongiorno, il vecchio ci mise un po’ a rispondere, in francese e senza degnarlo di uno sguardo. Doveva essere un Senegalese, da quelle parti ce ne erano molti che giravano, soprattutto l’estate come venditori ambulanti sulle spiagge. Richiamò subito il cane, d’istinto, ma sembrava che Baffo non ne volesse sapere, continuava a prendersi quelle carezze come ammaliato, allora si avvicinò protendendo il guinzaglio ma sia il cane che il vecchio lo guardarono con aria delusa. Il vecchio si alzò in piedi e sorridendo gli fece capire con la sua lingua babelica mista di dialetto locale e francese che non era il caso, che gli animali vanno rispettati, e si incamminò verso la spiaggia seguito da Baffo. Sollevò lo sguardo in aria infastidito e li seguì, quel Giuda di un cane sembrava già aver cambiato padrone. Il vecchio si mise a sedere vicino alle buste piene di frammenti colorati e Baffo si accucciò accanto a lui. Tentò ancora di richiamarlo mostrandogli il guinzaglio ma ormai era come se non avesse più potere su lui. Il viso sereno e magnetico del vecchio e il fatto che era tanto tempo che non vedeva Baffo così tranquillo, fecero presa e si mise a sedere. Il vecchio gli chiese come si chiamava il cane e lui, visto che non riusciva a fargli capire il nome con le parole, fece il gesto di attorcigliarsi un baffo immaginario e quello scoppiò a ridere toccandosi i suoi, grigi sopra la lunga barba. Dopo una lunga pausa il vecchio cominciò a parlare indicando il mare, se stesso e i frammenti colorati. Quello che lui riuscì a carpire gli diede l’idea che il destino avesse sospinto quel poveraccio fuori dal senno. Diceva che sua figlia, il marito e i loro due bambini, i suoi nipoti, erano nel mare, che il mare stesse poco a poco restituendoglieli e lui li raccoglieva ogni giorno pazientemente, da anni. Sua moglie invece sembrava essere aldilà dell’orizzonte, verso sud. Il vecchio tracciò delle verticali con la mano perpendicolare all’orizzonte, prima verso il cielo, poi verso terra, poi di nuovo verso il cielo, quindi pose la mano sul petto e respirò profondamente ad occhi chiusi, come se solo quella brezza potesse restituirgliela. Cominciava a sentirsi male in quella situazione, lo inquietavano quel vecchio e il suo destino, gli facevano riaffiorare il suo che quel giorno voleva proprio dimenticare. Fece per alzarsi risoluto, voleva prendere Baffo e tornarsene a casa ma il vecchio gli afferrò un polso e lui rimase così stupito dalla forza insospettata e dalla vista di quegli occhi lucidi e imploranti che rimase a fissarlo. La stretta si sciolse, il vecchio si alzò in piedi chiedendogli di aiutarlo a prendere le buste e seguirlo. Si inoltrarono nella pineta, il vecchio si fermava ogni tanto a raccogliere arbusti e a metterseli sotto il braccio finché non ne fece una fascina. Arrivarono ad un piccolo scheletro in cemento armato fatiscente, con i ferri arrugginiti a vista, corroso dall’aria di mare e nascosto in un’area della pineta che era piena di cespugli. Il vecchio sospinse la porta, una pedana di legno incardinata e tessuta dai rampicanti. C’era una sola stanza, in terra un materasso poggiato su un consunto scafo in vetroresina e sul lato, vicino l’apertura di una finestra, un focolare su cui aveva ricavato una sorta di cappa fatta di lamiere in metallo ritorte ed accostate. Il vecchio sistemò gli arbusti, accese il fuoco e lui percepì l’ingegno di quel precario adattamento. Più tardi, mentre Baffo si era appisolato davanti al camino come se avesse dovuto rifarsi da un millenario sonno e stavano sorseggiando un ottimo caffè nonostante i mezzi, il vecchio, che aveva ormai ascoltato tutto della sua storia da pedone cinquantenne dall’incerto destino, prese un tizzone a mo’ di torcia dal camino e gli chiese di seguirlo attraverso una porta che sembrava mimetizzata, fatta da un nylon grigio dello stesso colore del cemento. In quest’altra stanza, a terra, c’era una base di sabbia sul pavimento di cemento armato su cui aveva incastonato tutti quei frammenti colorati che raccoglieva sulla spiaggia formando dei mosaici, c’erano le immagini dei suoi cari ricomposte con i colori della sua terra, c’erano il mare in tempesta ed una nave. Il vento ancora doveva finirlo, disse che era il più difficile da fare. Quel vecchio riceveva dal mare poco a poco ciò che gli era stato tolto e lo ricomponeva pazientemente giorno dopo giorno. Un anno dopo, due coniugi inglesi, turisti di passaggio, entravano dentro la bottega di un negozio di mosaici artigianali, notandone uno ricchissimo di colori e particolari appeso dietro la cassa. Raffigurava un maestoso cavallo alla carriera tra i pezzi immobili di una scacchiera dai colori del mare in tempesta. Ne chiedevano il prezzo. Gli veniva gentilmente risposto che quel pezzo non era in vendita. Un po’ delusi, voltavano lo sguardo incuriositi da un vecchio che parlava pacioso sottovoce ad un cane peloso e pezzato, nel retrobottega.

Pelle

Questo racconto è del 2011, Noemi è una modella “locale”alla disinibita ricerca di un ricco “pollo” da spennare.

Sono quasi le due del pomeriggio. Silvano e Noemi sono in spiaggia stesi sugli asciugamani. Silvano dorme a pancia sotto. Dalle undici, ora in cui sono arrivati, lui non ha fatto altro che stare al cellulare finché lei l’ha costretto a spegnerlo, hanno fatto un brevissimo bagno e uno spuntino, poi lui è crollato in un sonno pesante appena raggiunta l’orizzontalità. Noemi fissa quel piccolo spot più scuro che va lentamente espandendosi sull’asciugamano sotto la bocca socchiusa di Silvano che adesso comincia a russare, gocciolando un esile filo di saliva di tanto in tanto… ha quasi quarant’anni. Lei ventiquattro.

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Dopo il diploma di maturità strappato con il minimo dei voti e degli sforzi all’istituto magistrale non ha fatto più nulla, salvo passare da un bipede porta-portafoglio all’altro come fa un ape intorno a un pesco in fiore e partecipare a sfilate e concorsi di Miss «qualsiasi cosa»: regioni, città, paesini, auto e moto, maglietta bagnata, pizza e via così. Un giorno, mentre sfilava sulla passerella del concorso di Miss Cassata in una nota località siciliana, aveva notato Silvano. Sì, era un po’ troppo piazzato forse, con pochi capelli, vero, ma com’era elegante quel completo sabbia abbinato al colore rossiccio delle basette ed alla montatura degli occhiali. Come era abile e sicuro nel maneggiare il cellulare. Lui, da gran pavone in fase corteggiatrice, le stava dedicando quella specie di danza mentre parlava animatamente al telefono addirittura molleggiando su un piede solo. Lo sguardo vispo e roteante, concentrato in chissà quali importanti trattative, riusciva addirittura a lanciarlo ammiccante verso lei, luminosa in mezzo a tutte quelle cassate. Le disse di essere imprenditore nel settore dolciario. In realtà lui di dolci, salvo sapere esattamente come ingollarli senza sporcarsi le dita, non ne sapeva più di lei e col tempo si rivelò un mediocre faccendiere in barba, scalciato ansiosamente in politica dall’azienda dolciaria di famiglia. Le aveva subito promesso di farla entrare in televisione ma fino ad ora ce l’aveva solo messa davanti, a guardarla, e nemmeno insieme perché si alzava ogni cinque minuti aspirato dal telefonino. Anche ora, mentre lo osserva dormire, le sembra fotocopiato sull’asciugamano nella stessa identica posa: il braccio sinistro disteso e il destro piegato all’insù, con la mano accanto all’orecchio solo vuota del cellulare. Stufa del ronfare e annoiata da quella specie di clessidra liquida tra la bocca di Silvano e l’asciugamano, gli si sposta accanto alla schiena e comincia delicatamente ad estrargli i punti neri scovandoli sul dorso peloso, concentrata al massimo per non svegliarlo. È una cosa in cui Noemi si sente abile. Ogni volta la prima cosa che fa quando lui si sveglia è di comunicargli orgogliosa che gli ha estratto tutti i punti neri mentre lui nemmeno se n’è accorto. «Hai le mani d’oro», risponde dedicandole un flash entusiasta che sfuma mezzo secondo dopo, mentre riaccende il telefonino e se lo impianta di nuovo all’orecchio. In realtà non si è mai posto il problema di averceli o no quei punti, però lei è felice con quel contentino. Ha promesso di aprirle un centro estetico con palestra, sauna, idromassaggio e depilazione nucleare, che lei non sa cos’è, però pensa che dal nome dev’essere qualcosa “ultimo grido di generazione”. China sulla schiena di Silvano, continua impegnata le sue delicate operazioni chirurgiche alternando le unghie degli indici a quelle dei pollici mentre un pacioso e canuto signore anziano, magro e semi-pelato con dei gran baffoni bianchi sdraiato prono a qualche metro da loro, sta osservando rapito la scena rievocante un documentario sulla vita dell’ippopotamo e del suo utile e fedele compagno: l’uccellino parassitario. Quando ricorda l’immagine dell’enorme pachiderma con la bocca spalancata che placido e sonnacchioso si lascia nettare i denti dal minuscolo volatile piluccante, sbuffa spettinandosi i baffoni in un riso trattenuto. Noemi alza lo sguardo e lo tana con un cipiglio. Quello arrossisce e si gira dall’altra parte ancora singhiozzante. «Cafone.», pensa lei. Ritorna al suo delicato lavoro rimuginando seccata al perché siano dovuti venire proprio in quel piccolo centro balneare le uniche due settimane di vacanze estive. Odia quel posto, è poco conosciuto e pieno di extracomunitari. Silvano le aveva detto che proprio lì, invece, avrebbe potuto avvicinare delle persone importanti, dei VIPS. Gli serviva essere assolutamente lì per il suo lavoro. «Vedrai, vedrai, vedrai!», le aveva detto. Noemi, finito ormai di piluccarlo, si mette supina poggiandosi sui gomiti, lo sguardo pensieroso verso il mare. D’un tratto nota all’orizzonte, oltre le boe di salvataggio, due braccia che si sollevano come per chiedere aiuto. «C’è qualcuno che affoga laggiù?», si domanda alzandosi in piedi di scatto e correndo verso il bagnasciuga. Vede di nuovo quelle braccia alzarsi verso l’alto. In preda all’agitazione corre verso il lettino del bagnino impegnato in una partita a scopa con l’aiutante e gli grida che qualcuno, al largo, sta per annegare. Scatta in piedi e guardando in quella direzione ordina al collega di andare a tirare il pattino in acqua, poi prende il binocolo mentre lei gli strilla di sbrigarsi richiamando l’attenzione della gente. Per il clamore, si è formata una piccola folla sul bagnasciuga e tutti guardano in direzione di quelle braccia che si sollevano. Un attimo dopo il bagnino abbassa il binocolo e guardando Noemi negli occhi e in periferia con un espressione fra il canzonatorio ed il sensuale, avverte ad alta voce l’aiutante e la folla sul bagnasciuga che si tratta di qualcuno che nuotando sul dorso sta venendo verso riva. Dei «Lo sapevo…» seguiti da risatine e commenti vari si espandono qua e là, dispersi dalla brezza pomeridiana. Lei, di tutti i colori, prima di tornare all’asciugamano lancia un occhiata di disprezzo al bagnino ammiccante, sentendosi osservata e derisa da tutta la spiaggia: «Cafoni!». Silvano intanto continua a russare come se niente fosse accaduto, l’alone di saliva si è allargato fino ad impregnare anche l’asciugamano di Noemi. Si mette seduta continuando a guardare quelle braccia che alzandosi quasi sempre con la stessa cadenza hanno appena superato le boe e si avvicinano alla riva. Sentendosi ancora troppo osservata, decide di andare a fare un bagno dando un ultima occhiata stizzita al pacioso signore con i baffi che invece la guarda benevolo. «Cafoni, cafoni, cafoni!», pensa mentre entra in acqua. Le due braccia natanti sono vicine. Lei avanza in acqua e si immerge fino al collo, poi si gira verso la spiaggia per aspettare e spiare inosservata l’origine della sua figuraccia. Ormai sente il rumore delle bracciate al suo lato. Il colpevole emerge. Noemi finalmente lo vede, di profilo. Alto, un Davide bronzeo, con i capelli brizzolati, il viso armonioso ma anche duro. Non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Davide, si chiama proprio così, si sciacqua il viso e si passa le mani sui capelli, si scrolla agitando i muscoli asciutti, poi percepisce la presenza di qualcuno al suo lato e si volta. Si trovano faccia a faccia. Lei continua a fissarlo, ipnotizzata dal suo corpo statuario, dal viso disteso profondamente solcato e disegnato dal vissuto, un contrastato chiaro-scuro di esperienze e segni di espressione illuminato da quegli occhi verdi e intensi. Lui, invece, rimane un attimo indifferente, si volta e continua a camminare tranquillo verso riva. Lei riemerge dallo stato di trans e poi, incredula e risentita di non aver mietuto un altra vittima con il suo fascino di Miss Qualsiasi Cosa, gli tiene gli occhi addosso aspettando l’emersione dei glutei e scommettendo vendicativa di riuscire a trovare sicuramente un difetto in quel Davide di Riace, almeno nella sua metà ancora sommersa. «Avrà il sedere basso e appeso… le gambe corte o storte, le ginocchia sporgenti, i piedi troppo piccoli, troppo grandi o piatti?». Appaiono i glutei. Alti e muscolosi sotto lo slip nero attillato. «Fuori uno. Sono perfetti…», rimugina con un brivido che le sale sulla schiena senza accorgersi che il labbro inferiore le è calato dandole l’espressione di una bimba che mangia con gli occhi una bellissima torta dietro una vetrina, la bocca semi-aperta ad appannare il vetro e gli occhi semi-chiusi. La “torta”, che ora è a pochi metri, si volta all’improvviso prendendola alla sprovvista e immortalandola in quella smorfia libidinosa . Lei si ricompone e fa subito finta di guardare oltre. Lui la guarda studiandole serio il viso per qualche secondo, con il fare di chi ha l’impressione di riconoscere qualcuno. Poi, come rassegnato, accenna un sorriso si volta e continua a camminare verso riva. Noemi lo ricambia troppo tardi, rossa ed impacciata lo vede già di spalle. Interpreta quell’atteggiamento a modo suo: «l’ho steso!», realizza ringalluzzita. Continuando a seguire con lo sguardo Davide che ormai è sulla spiaggia e cammina elegante e senza un difetto verso il lido, si rende inconsciamente conto della potente reazione del suo corpo a quell’incontro, sente freddo ed ha la pelle d’oca. Esce e torna all’asciugamano dove trova Silvano nella solita posizione: sembra caduto da un terzo piano continuando a parlare al cellulare fino all’attimo prima dell’impatto. Pensando ancora a quella bronzea opera d’arte in marmo umano che ignara che lei abbia cercato di salvarle la vita inutilmente per di più l’ha praticamente snobbata, si accende con le mani tremolanti una sigaretta, tira avidamente una boccata e si stende supina al sole. Il modo in cui l’ha guardata, ripensandoci, le sembra strano. Le ricorda quello di suo padre, un giorno, aveva otto anni: si era persa proprio in spiaggia e dopo ore che vagava piagnucolando tra la gente passando da un lido all’altro le era apparso d’improvviso suo papà che, non avendola ancora vista, la cercava ansioso tra gli ombrelloni. Stava quasi per chiamarlo quando lui finalmente la vide. Conserva il ricordo di quello sguardo durato tre secondi forse, non di più. Era denso di cose. Vide in quegli occhi stupore, sollievo, felicità, gratitudine e paura passare velocissimi per essere cancellati infine, scaduti i tre secondi, dalla rabbia. Purtroppo si ricorda molto bene anche quell’ultima perché era quello lo sguardo che vedeva più spesso negli occhi di suo padre e quel giorno le aveva prese di santa ragione. Lui lavora sulle navi e non l’ha visto e non lo vede quasi mai. Quando ha bisogno di aggrapparsi a suo padre va alla ricerca di quei tre secondi e di poche altre manciate più o meno simili. Aspira di nuovo una boccata e pensa: «Se sommo tutti questi secondi ce l’avrò almeno un minuto di buoni momenti con papà?». A volte ha la sensazione di inventarseli ma sui tre secondi di quel giorno al mare potrebbe metterci la mano sul fuoco. Quell’uomo venuto dal mare, prima, l’ha guardata in quel modo e i secondi non li ha cancellati con la rabbia ma con un sorriso. Le batte il cuore ma è convinta che sia la sigaretta. Spegne la cicca nella sabbia rassicurandosi: «Ho avuto la pelle d’oca perché quello mi ha messo in imbarazzo, io sto per sposarmi. È carino sì ma ne ho visti tanti così e guarda alla fine chi ho scelto: uno sveglio, che ci sa fare con la gente e un giorno avrà successo e potere. Quello magari se gli sorridevo mi attaccava bottone. Che stupido, come si fa a perdere la testa in così poco tempo? L’ho proprio steso…». Un suono stridulo, fine corsa piroettante di un palloncino sgonfiato, la scuote bruscamente dai suoi pensieri. Silvano si risveglia dalla pennichella con un tragico peto straziato, suscitando un nuovo ilare sbuffo del signor baffoni bianchi ancora prono lì vicino e la reazione indignata di Noemi: «Silvano!!!», che poi fulmina il baffoni costringendolo di nuovo a voltarsi singhiozzante dall’altro lato. Silvano riemerge alzando la faccia rossa grigliata dalle pieghe dell’asciugamano e ignaro del palloncino: «Eh? Che…che c’è? Amore… Che…. eh?». Lei prende fiato per rispondergli ma se ne pente acremente con una smorfia disgustata: «La devi smettere con le cozze! Lo sai che ti fanno male, no?! Vado al lido a prenderti un’acqua tonica!». Sibila asfissiata con un fil di voce. Mentre si alza nota baffoni bianchi, ormai con gli occhi lucidi, che continua a osservarli pacioso, come grato di quei memorabili momenti. Stavolta lei sbotta: «Cafone!». Silvano: «Ma… Noemi…». Stizzita: «Non ce l’ho con te amore, non ti preoccupare! Torno subito!». Entra nel lido. Al bancone c’è una ragazza bassina, magra e occhialuta con una bandana giamaicana, più o meno della sua età che appena la vede sgrana gli occhi dietro i fondi di bottiglia e le fa: «Ma… io ti conosco! Tu sei Miss Salsiccia e Limone 2009!!! È vero o non è vero?». I presenti nel lido si voltano, qualcuno ridacchia. Noemi che vorrebbe scomparire le risponde a voce bassa: «Ehm… No!. Si… Sono io…». «Come sei bella! Che onore!!! E cosa ti posso offrire? Dai, non fare i complimenti! Offre la casa!». Noemi pavoneggia sostenuta poggiandosi al bancone: «Due acque toniche. Grazie!». Mentre la barista continua a parlare, si mette a guardare le foto attaccate sul muro. Ne nota subito una con il bel falso annegante insieme alla barista e ad un altro ragazzo. Incuriosita chiede: «Scusami, posso chiederti chi è quel ragazzo in quella foto? Mi sembra di conoscerlo.» «Quale foto? Questa? Ci siamo io, mio fratello Filippo e Davide, l’istruttore di vela e windsurf.» le risponde la barista puntando il dito. Noemi: «Ah, Davide… Ed è di queste parti?». «No, lui si sposta. Vive su una barca nel porticciolo. Viene ogni anno, solo due mesi, poi se ne va. Sardegna, Spagna, Africa, Grecia … viaggia. Era uno famoso con le barche a vela. Le costruiva lui e faceva anche le gare. È ricco sai?», Noemi avverte un brivido, « Poi un giorno si è stancato e si è messo a girare di porto in porto. Fa qualcosa qui, qualcosa lì. Perché lo conosci? È bellissimo… eh?», le fa sorniona. Noemi contenuta: «Si…no… somiglia a qualcuno che…. mi sembrava di conoscerlo… ma quanti anni ha?». «Eh…. Se te lo dico non ci credi! Indovina!». Noemi: «Trentaquattro? Trentasei?». La barista ride: «Lo sapevo! Nessuno ci azzecca mai! Ne ha quarantasette!!! Non glieli davi mai eh? È troppo bello! Daviduzzo mio!». Noemi prende le acque toniche, ringrazia e torna in spiaggia. A pochi metri da Silvano, lo vede seduto già con il cellulare all’orecchio, questo non la meraviglia, quello che la fa trasalire è che mentre sta al telefono lo copre ogni tanto con la mano per rivolgere qualche parola smanceroso all’odiato signor baffoni il quale ricambia affettuoso. Con lei non parla mai quando è al telefono, al massimo solo per chiederle qualche servizio. Gli si siede accanto poggiandogli l’acqua tonica vicino e gli sussurra nell’orecchio libero: «Ma come fai a parlare con quello lì! È un cafone! Non fa altro che spiarci da quando siamo arrivati!». Silvano tappa il telefono e le fa sottovoce: «Grazie per la tonica tesoro! Il baffone? Potenziali voti tesoro, voti, voti, voti, i suoi e quelli di tutta la sua famiglia!». Poi si gira, strizza un occhio al baffone e prosegue la conversazione: «Tano? Scusami! È la mia Noemi. Si! Siamo al mare! Vedessi che sballo qua! Ti ci porto con me l’anno prossimo! Ci vieni? Me lo prometti? Tanuzzo!!! Allora, sentimi bene….». Noemi si alza scocciata e va verso il bagnasciuga con la sua bibita. Si incammina sorseggiando e scorge non troppo lontano delle vele da windsurf volteggiare sul mare. Decide di andare a dare un occhiata. Nella testa le risuona l’eco di quel: «È ricco sai?», dettole dalla barista a proposito di Davide. Ad un tratto lo vede. Sta facendo lezioni ad una ragazza sulla spiaggia, lei è in piedi sulla tavola, tengono insieme la vela mentre lui le da spiegazioni. Noemi gli passa accanto lentamente fingendo di essere interessata a quello che fanno. Davide non si accorge neanche della sua presenza e continua placido a dare la sua lezione. Lei avanza qualche decina di metri oltre e torna indietro. Stavolta passa così vicina quasi da poterli toccare, tanto che l’allieva la nota, ma Davide, concentrato, non facendo caso a Noemi nemmeno in quel frangente invita tranquillo la ragazza a non distrarsi. Noemi, infastidita, si avvia decisa verso il club di windsurf notando l’insegna sotto il lido lì accanto. Fuori c’è un ragazzino seduto intento a trafficare con il cellulare. Gli chiede quanto costa una lezione individuale. Quello, dopo una breve pausa sul generoso davanzale di Noemi, la guarda in viso un po’ intontito e le risponde balbettante cinquanta euro l’ora e mezza. Lei, sprezzante, gli dice, indicandoglielo, che vuole Davide come istruttore. Il ragazzino le risponde che Davide è già al completo ma lei insiste, o lui o niente. Gli dice che è disposta anche a pagare di più. Allora il ragazzino le chiede di aspettare un attimo e va verso Davide. Parlano un po’, Davide scuote la testa, il ragazzino insiste allora Davide guarda verso Noemi che, per un attimo, ha l’impressione che il suo sguardo sia lo stesso di quando si sono incontrati in mare poco prima. Il ragazzino torna dicendo che va bene ma per ottanta euro, potrà cominciare l’indomani alle cinque. Noemi va via soddisfatta, lasciando soddisfatto anche il ragazzino che si frega le mani per l’affare concluso mentre le ammira il di dietro ondeggiante. Noemi se l’aspetta, si gira di scatto e lo tana. «Cafone! Cambia canale!». Quello, umiliato, rientra nel suo ufficio. Tornando da Silvano rimugina che quella potrebbe essere la sua occasione. Le dispiace per lui ma tanto gli passerà, magari per indorare la pillola gli regalerà un bel Ka-Phone originale da 1200 euro appena l’avrà lasciato, ovviamente con i soldi della sua nuova conquista. Tanto è convinta ed ha la prova quotidiana che lui ama più stare al telefono che in sua compagnia e poi è stufa di quei «vedrai», perché aspettare quando può avere tutto subito? Già si immagina stesa a prendere il sole sulla barca a vela di fronte alle bellissime coste di Madrid mentre Davide, suo bellissimo e muscoloso schiavo, le porta una coppa di Sciampagn e poi si inginocchia per spalmarle l’olio sulle gambe, guardandola bramoso del suo splendido corpo che lei gli concederà, sì…, ma solo di tanto in tanto, come premio se sarà stato proprio bravo. È sicura che sia già cotto di lei e che poco prima, quando gli è passata vicino, ha di proposito fatto finta di non vederla. Sicuramente l’ha vista arrivare da lontano e sta giocando per avercela vinta e vederla cascare ai suoi piedi. È la seconda volta che la guarda e tutte e due le volte non è riuscito a nascondere quei tre fatidici secondi. Caro Davide, con me non la spunti, sono di ghiaccio io, cosa credi. Rapita da quei pensieri camminando sul bagnasciuga lo sguardo verso il mare inciampa in un castello di sabbia spianandolo e percorrendo qualche metro a quattro zampe per cercare di non cadere pancia a terra. Si rialza e si gira furibonda per vedere chi o cosa abbia rotto il suo incantesimo. Vicino al castello distrutto vede un bimbo biondino, capelli a caschetto sopra grandi occhioni blu, avrà tre o quattro anni e sebbene gli sia stata demolita la piccola opera, sembra divertito dall’acrobazia appena compiuta da Noemi e la guarda con un riso senza denti e la paletta sollevata in mano, come in segno di resa. Ma lei non ricambia il buon umore del piccolo, gli si avvicina tanto da sovrastarlo e lo apostrofa severa e minacciosa con le mani poggiate sui fianchi: «Sei stupido per caso? Ti diverti a far rompere le gambe alle persone? Chi ti ha insegnato l’educazione?». Il bimbo ha prima un brivido, poi si incupisce guardandola, mentre le labbra e il mento cominciano a tremolargli. La mamma, che ha assistito a tutta la scena, sopraggiunge rapida e protettiva mentre il suo frutto esplode in pianto. «Ma chi te l’ha data a te l’educazione! Ti pare normale far piangere un bambino di quattro anni? Mica l’ha fatto apposta. Perché invece non guardi dove metti i piedi? Gli hai anche sfasciato la costruzione!». Noemi sorpresa: «Ma…signora! Stavo quasi per cadere! Non ha visto?!». La mamma caricata dai lamenti del bimbo: «E di che ti preoccupi? Con quel popò di airbag che ti ritrovi al massimo rimbalzi e ti ritrovi di nuovo in piedi!». Dall’ombrellone di famiglia del piccolo esplodono risate ed una standing ovation. Noemi ingoia il rospo, si gira sui talloni e se ne va stizzita bofonchiando: «Cafoni! Cafoni. Cafoni…». Quando arriva trova Silvano che, oltre ad essersi già sicuramente accaparrato i voti di baffoni e famiglia, ci sta provando anche col bagnino e il suo aiutante giocando a carte simpatico e gesticolante con loro sul lettino. «Scopa!», strilla euforico sbattendo giù una carta. «Magari…» mormora il bagnino guardando sognante sorgere gli airbag di Noemi. Lei invece lo guarda con aria schifata e prega Silvano: «Ce ne andiamo? Sono stufa.». Silvano si congeda concedendo e rimandando la rivincita al giorno dopo. Mentre raccolgono le loro cose Noemi gli fa mielosa: «Amore, mi piacerebbe imparare ad andare sul windsurf…». «Il windsurf? Ma sei sicura? Guarda che è molto faticoso, ci vuole molta forza, sei certa che…». «Certo che sono sicura e poi io la forza ce l’ho, che ti credi. C’è un club laggiù, dove danno lezioni. Ho già preso appuntamento, comincio domani alle cinque.». «Alle cinque?! E tu ti vorresti svegliare alle cinque per….». «Ma no!», lo blocca, «Alle cinque del pomeriggio!». «Mh… e quanto costa?». «Ottanta euro l’ora e mezza.», risponde con un fil di voce da zucchero filato. «OTTANTA EURO!!!» muggisce imbufalito. Noemi trasformata in Heidi: «Dai Amò… non ti chiedo mai niente… fallo per la tua trottolina… e dai…». Pausa imbarazzante… «Vabbè…se tu non puoi… vuol dire che mi farò mandare i soldi da nonno.». Ah no! Da tuo nonno no! I soldi te li do io! Ce li ho cosa credi! Stavo pensando! Mi sembra solo un po’ caro… Ma almeno sono professionisti?». «Certo! Mi sono assicurata, mica sono fessa!». Poco dopo sono nel motel e mentre Noemi è nella doccia, Silvano in accappatoio sul balcone litiga al telefono con il padre per farsi accreditare altri soldi sul conto avanzando la scusa che per incontrare delle persone importanti dovranno frequentare ogni sera un locale esclusivo del posto. Alla fine, sudato, la spunta sotto la velata minaccia del padre: «Spero che almeno ne sarà valsa la pena! Silvo, il futuro di questa azienda è nelle tue mani. Tu sei l’unico erede insieme a tua sorella ma lei è fimmina, sei tu che devi prendere le rondini in mano!», «Le redini papà… le redini!», interviene Silvano sconsolato. «Si vabbè Silvo… lo hai capito il senso no? Te la devi meritare questa azienda. Non puoi capire i sacrifici che abbiamo dovuto fare io e tua madre… Tu e tua sorella avete trovato già apparecchiato, ma chi è che ha cucinato. Eh? Chi è che ha preparato tutto Silvo? Voi giovani senza manco sapere come è fatta la cucina e chi ci suda dentro, già state alla frutta! Mangiate, mangiate, mangiate! Il tuo bisnonno è migrato vestito di stracci, secco come un anguilla e con una valigia piccola piccola per l’ameri…», Silvano alza lo sguardo al cielo sbuffando silenzioso, ecco una delle rare volte in cui proprio non ama stare al telefono, «…e quando è ritornato, da anguilla si era fatto capitone e ne teneva due grosse di valigie in mano. All’America ha fatto tutti i lavori pover’uomo: ha pulito le strade, poi ha pulito le scarpe, le macchine, i piatti, i capelli….poi ha pulito le vetrine Silvo, e alla fine si è messo a spararle ‘ste vetrine pover’uomo, perché magari s’era scassato i cabasisi di pulire, pulire, pulire! RATATTATTATTATTA…», Silvano imita in silenzio la mitraglietta con gli occhi al cielo, ha sentito quella storia miliardi di volte… poi appoggia di nuovo il cellulare all’orecchio con tempismo perfetto, «….TATTATAAAA!!!! Mai mi scorderò le sue ultime parole sul letto di morte. Pentito per quell’impeto di violenza giovanile, confessò a me, suo piccolo e amato nipote, che aveva cominciato a sparare alle vetrine perché a forza di pulire, pulire, pulire…aveva avuto paura di diventare una fiiiimmina! Tuo bisnonno teneva i coglioni! E così li tiene tuo nonno! Ricordatelo! Lo ha messo lui il primo mattone e io e tua madre abbiamo continuato a posarli, uno al giorno Silvo, tutta la vita. Tu sei portato per trattare con la gente, noi lo sappiamo. Devi fare in modo da portarci la migliore materia prima al prezzo minore. Le mandorle Silvo! Pensa alle mandorle! Noi ci dobbiamo allargare se no coliamo a picco, hai capito? Se non andiamo in fondo andiamo a fondo! La concorrenza Silvo! Dobbiamo arrivare più lontano coi nostri dolci. Anche agli esteri se ci riesci! Noi non vogliamo che entri da quella porta là Silvuzzo, hai capito bene quale porta. Quella è più facile ma non per quelli come te, è pericolosa per te, tu sei troppo raffinato. Tu devi entrare da quell’altra, quella dei voti, che tanto è la stessa cosa, solo che è legale Silvo, è pulitica.». «Politica papà…politica!», lo interrompe Silvano stancamente. «Si vabbè… politica, pulitica… è la stessa cosa…. l’importante è che non ti devi sporcare le mani, quello lo fanno altri, le tue sono delicate. Tu devi solo fare qualche saldatura dove e come si deve, collegare i fili dove vanno collegati, poi schiacci bottoni, lasci passare corrente e basta. Seduto comodo dietro alla scrivatua…». «Scrivania papà… Scrivania!», lo ferma Silvano boccheggiante. «Si vabbè… la scrivatua, la scrivamia… o di chicchissia, è solo un mobbile di legno! L’importante è che devi essere preciso! Hai capito? Noi siamo vecchi Silvo! Ci devi pensare tu. Tutto è nelle tue mani. Tanto qua dentro eri buono solo a mangiare e chiacchierare, non sei fatto per stare qua dentro. Tu ti devi arrampicare Silvo e finiscila di mangiare troppo… che per arrampicarsi bisogna essere leggeri, secchi, bisogna avere fame per arrivare… Anguille! Bisogna che fai l’anguilla! Come tuo bisnonno…». Silvano lo interrompe in un timido moto ribelle: «Eh… ma le anguille scivolano papà, non si possono mica arrampicare…». «Non fare il cretino con me Silvù! Porta rispetto a me e soprattutto alla buon’anima di quell’angui… ma che mi fai dire… alla buon’anima di quel grand’uomo che era tuo bisnonno hai capito? Se non è l’anguilla allora fai la serpe, la lucertola, il ragno, il rospo o la bestia che vuoi tu! L’importante è che ti meriti quest’azienda Silvo! Mo’ ci dobbiamo mettere a fare i pieroangeli con gli animali… Come sei fesso! Svegliati figlio mio, svegliati! E a proposito di fessi…Stai attento a quella! Stai a sentire tua madre che ci ha il sesto e pure il settimo di senso, perché ti vuole bene. Quella Silvo… quella lì… come te lo devo dire… insomma, si vede che… è un po’ zocc…». Silvano sudatissimo comincia a strofinarsi il cellulare sul petto peloso e a strillare: «Papà? Non ti sento, c’è un disturbo! Mi raccomando i soldi! Che? Non ti sento più! Ciao! Bacia la mamma! Ciao! Ciao, ciao…». Chiude il cellulare stremato ma orgoglioso di essersi inventato quella tecnica per troncare le telefonate. Noemi esce dalla doccia ed appare in camera da letto in accappatoio. Procace volpe, ha già intuito il risultato positivo della telefonata solo guardando Silvano pallido ed esausto ma sorridente. Decide di ricompensarlo. Eccitata dal fatto che quella sarà forse l’ultima volta che gli si concederà e soprattutto ripassando, sempre inconsciamente, a memoria il marmoreo e bronzeo corpo di Davide, gli sussurra: «Amore… sei tutto sudato, vieni, siediti qui…». Gli sfila il cellulare, lo spegne e lo getta sul letto, prende Silvano per mano delicatamente e lo accomoda seduto su una poltroncina. Standogli in piedi davanti, si scioglie la cinta dell’accappatoio lasciandogli intravedere solo uno spiraglio verticale di nudità. Si avvicina a lui ipnotizzato, gli scioglie la cinta dell’accappatoio e lo apre appena, struscia le punte dei capelli ancora gocciolanti risalendolo dal basso fino al petto ansimante, scivola con le ginocchia sui braccioli, lo accoglie adagio aiutandosi leggermente con le unghie pungenti e si rilascia lentamente a ca-val-car-lo asfissiandolo con gli airbag voluminosi. Quelle quattro sillabe più un secondo dopo, un lungo, crescente muggito tremulo, raschiato ed inquietante attraversa la sottile parete del motel turbando la pennichella del signor baffoni e sua moglie affittuari della stanza accanto che supini si sgranano a vicenda gli occhi paralizzati dal terrore stringendosi una mano, infine sfuma in una sorta di barrito acuto e strangolato. Venti secondi dopo i cinque, muggito e barrito compresi, Silvano è bianco e asmatico sbracato sulla poltrona. Noemi in bagno a pettinarsi: «Usciamo?». Lei sa molto bene come fare in fretta con lui. Non è difficile. Il giorno dopo sono di nuovo in spiaggia e Noemi non sta nella pelle aspettando che si facciano le cinque per andare a coronare il suo segreto sogno di gloria. Non fa altro che figurarsi il suo futuro prossimo, ricco di viaggi e di serate di gala, ricco di gioielli, ricco di vestiti e di… ricco. Silvano, con il suo fine istinto da animale sociale, di cui la natura lo ha generosamente provvisto, fiuta qualcosa di diverso in lei: «Amò, stai bene? Ti vedo un po’ persa… Non ti ho mai vista così. Anche ieri sera, mi sembravi un po’ distante.». Lei in calcio d’angolo: «Eh? Io? Ah… non so. Mi sa che mi stanno venendo…». «Ma se le hai avute la settimana scorsa!». «Eh? La settimana scorsa…? Beh… lo sai che ho il ciclo molto irregol….». Per fortuna squilla il cellulare di Silvano e una volta tanto è grata a quel dispositivo. Decide di passare la mattinata ad abbronzarsi e a nuotare. Deve preparare al meglio il fisico per il grande momento. Verso le tre del pomeriggio, mentre Silvano gioca a carte con i bagnini, nota di nuovo le braccia falso allarme e figuraccia del giorno prima. «È lui!», realizza sgranando gli occhi. Le viene un lampo di genio e si avvia verso il mare con un progetto preciso: vuole sciogliere il ghiaccio subito in modo da non perdere troppo tempo dopo, all’appuntamento delle cinque. Va verso Davide che ha superato da poco le ultime boe di salvataggio e quando è sicura di non toccare più lo aspetta nuotando sul posto. Quando lui le è quasi a fianco, ad una decina di metri, fa finta di essere in difficoltà e comincia la farsa: «Aiuto! Per favore! Aiutatemi! Ho un grampio!» ma, cercando anche di non attrarre l’attenzione della gente sulla spiaggia, calcola male l’intensità dei lamenti perché Davide, che nuotando sul dorso ha le orecchie immerse in acqua, non la sente affatto alternando tranquillo le sue bracciate regolari. Sta quasi per decidersi ad alzare il volume quando sente alle spalle una vocina: «Signorì! Signorì! Che succede? Aspettate! Vi aiuto io!». È il signor baffoni con tanto di maschera e boccaglio. Non ne ha avvertito la presenza perché troppo presa a studiare la traiettoria di Davide. «Noooooo!!!» non fa in tempo a urlarsi dentro che quello già le ha agganciato un braccio sotto gli airbag e nella foga di eroico salvatore le spara una cornata con il tubo del boccaglio in un occhio. Lei a quel punto urla davvero. Lamentandosi del dolore all’occhio e immaginando la catastrofe del risultato estetico, cerca disperata di liberarsi dalla presa del povero benintenzionato baffoni il quale, invece, convinto che se lei sta gridando in quel modo è perché sta male davvero, vuole assolutamente salvarle la vita, forse anche per riscattarsi del «Cafone!» incassato il giorno prima. Si libera deciso della maschera gettandola e cerca con tutte le sue esili forze senili di riportarla a riva. Ci sta riuscendo tranquillamente se non fosse che lei, esasperata dalla situazione imbarazzante, cerca di divincolarsi con uno scatto improvviso e senza volerlo gli molla una gran gomitata sul mento slogandogli di lato l’esile mascella . Il povero baffoni, va un attimo giù, tracanna un bel quartino d’acqua di mare attraverso la bocca distorta ma riemerge eroico e non molla la presa. Quando si accorge di non riuscire più a respirare, però, va in panico avvinghiandolesi tossendo, con la mascella di lato e gli occhi rossi fuori dalle orbite. Terrorizzata alla vista di quella specie di Totò-zombie baffuto che non vuole mollarla e ora la fissa lamentoso con una smorfia contorta incastrata tra i seni, schifata lo disincaglia dalla morsa mammillare ma, così facendo, va giù anche lei tenendogli compagnia nella bevuta. Per fortuna quel clamore richiama l’attenzione di Davide che nel frattempo è ormai a pochi metri dalla riva. Prima di tuffarsi e nuotare verso i due che ormai annaspano in una specie di rissa fatta di grida, spruzzi e lamenti da oltretomba, con un fischio richiama l’attenzione del bagnino e quindi anche quella di Silvano. In dieci secondi, che in certi casi possono essere anche troppi, Davide, che è appena reduce da una nuotata di qualche chilometro, riesce ad essere sul posto. Si rende conto che il più grave è il baffoni che ormai sta quasi perdendo i sensi, lo afferra e grida a Noemi, che pur tossendo e respirando a fatica ancora riesce a tenersi a galla, di resistere qualche secondo. Comincia a trascinare faticosamente il povero baffoni verso riva. Per fortuna il pattino con il bagnino, l’aiutante e Silvano che urla verso Noemi terrorizzato, gli è già incontro. Ancora in corsa tirano su baffoni quasi esanime mentre Silvano, preso dall’agitazione fa avanti e indietro sul pattino facendolo oscillare paurosamente con il suo importante peso indeciso se tuffarsi, finché Davide non gli ordina brusco di sedersi e stare fermo se non vuole peggiorare la situazione. Il bagnino si tuffa e recupera Noemi. Davide la tira sul pattino. Entrambi i superstiti sputano polmoni ed acqua salata ma sono salvi. Sulla riva si è formata una gran folla che come approdano scoppia in un grande applauso liberatorio. Noemi piange avvolta nell’asciugamano seduta sul pattino vicino a Silvano che tenta maldestramente di consolarla, coscientemente imbarazzato dalla sua poca presenza di spirito in quella occasione. Per sua fortuna il cellulare squilla, sfiora un bacio poco convinto sulla fronte di Noemi e corre all’asciugamano per rifugiarsi nell’ennesima telefonata. Il povero signor baffoni invece sta buscandosi una ramanzina da sua moglie mentre cerca di rimettersi a posto la mascella massaggiandosela. Noemi ha paura di vedere la condizione del suo occhio ma decide coraggiosa di farlo. Si alza e si avvia verso il lido mentre Silvano, ripreso il suo solito colore grazie al telefonino, le fa un cenno con la mano e un occhiolino. «Che imbecille! Proprio adesso mi fai un occhiolino?», pensa salendo le scale del lido tastandosi l’occhio offeso con le dita. Su al lido la accoglie la barista occhialuta: «Oddio, Noemi! Ma che ti è successo! Ci hai fatto prendere un colpo! Vieni siediti!». La accomoda ad un tavolino mentre lei le improvvisa una versione distorta: «Ho avuto un grampio mentre ero al largo…», «Un crampo!» la corregge la barista istintivamente ma ansiosa, aspettando a bocca ed occhi aperti il resto della storia, «si…si, un crampo… » prosegue Noemi «Poi quel signore con i baffi si è sentito male, ho cercato di salvarlo…». Quando la barista, commossa, le dice che va a prepararle un tè caldo, lei le chiede se per caso ha uno specchietto da trousse. Dopo un po’ la barista torna con il tè, le porge lo specchietto, le fa una carezza in testa e poi ritorna a servire al bancone. Noemi beve un sorso, poi si guarda l’occhio. Per fortuna non si vede quasi niente, tira un sospiro di sollievo e si gira per guardare l’ora nell’orologio appeso dietro al bancone. Torna a voltarsi e in piedi davanti a lei c’è Davide. Lei non può fare a meno di notare che il suo sguardo deve metterlo a disagio, tradisce ancora parte di quei tre secondi. È suo, ne è sicura. «Come va? Io sono Davide, non abbiamo avuto il tempo di presentarci, si può ben dire…». «Io sono Noemi! Sto un po’ meglio… mi fa un po’ male l’occhio e mi gira ancora la testa… Siediti! Non ti ho neanche ringraziato… Posso offrirti qualcosa?», la volpe non perde l’occasione. «Non preoccuparti…» le fa lui restando in piedi, «… per fortuna passavo di lì. Senti, credo che per la tua lezione di windsurf sia meglio rimandare, visto quello che hai passato…». «No! No! Sono solo le quattro, mi sento già meglio e poi ho proprio bisogno di distrarmi.». «Sei proprio sicura? Guarda che possiamo cominciare domani se vuoi…». Lei insiste e lui infine cede salutandola e dandole appuntamento alle cinque al club. Noemi avverte qualcosa di strano nel suo sguardo anche nell’atto di congedarsi. «Ce l’ho in pugno!», si urla dentro più che soddisfatta. Alle diciassette e cinque minuti, mai essere puntuali agli appuntamenti, Noemi avanza con le stesse movenze di quando si espone sulle passerelle verso Davide che, aspettandola, sta trafficando vicino ad una tavola da windsurf a pochi metri dalla riva. Lui, in ginocchio alle prese con la tavola, si volta: «Ciao! Allora? Ti sei ripresa?», «Si! Sto benissimo e non vedo l’ora di cominciare!». «Bene! Allora siediti. La prima lezione, come puoi ben immaginare, sarà soprattutto teorica. Prima di iniziare però, devo farti qualche domanda di routine. Diciamo che mi serve per capire il tuo “approccio” con il mare.», «Va bene! Spara! Sono pronta!», «Allora Noemi, da quanto ho potuto capire nella confusione dell’incidente di prima, tu hai avuto un crampo mentre stavi nuotando, ti succede spesso? Scusa se te lo chiedo, ma il windsurf è una disciplina molto faticosa, richiede un grosso dispendio di energie e perdita di sali minerali, quindi, se soffri spesso di crampi non è consigliabile, inoltre vorrei sapere se hai problemi con l’acqua alta, insomma, sei una buona nuotatrice?». Lei più che disinvolta: «No guarda, il crampo mi era già bello che passato, è stato quel signore con i baffi che si è sentito male ed io ho cercato anche di salvarlo ma lui era così agitato che stava facendo affogare anche me…non so che gli è preso. Io so nuotare benissimo ed è rarissimo che mi venga un crampo e comunque so come gestirlo. Non ti preoccupare. Ma chi ti ha detto queste cose?». «Il signor Gerardo, il signore con i baffi, mi ha detto che ti ha sentito strillare che avevi un crampo e ha cercato di riportarti a riva…. », «No guarda! Io stavo benissimo e ho cercato anche di dirlo ma quello mi sa che è un po’ sordo perché ha insistito e per poco non affogavamo tutti e due!». Davide la guarda un attimo perplesso, poi prosegue: «Va bene Noemi, se è così allora possiamo continuare la nostra prima lezione. Tu sai che esistono dei venti che ….», mentre lui parla di venti, si alza una leggera brezza e lei, che si trova sottovento, è invasa per un attimo dall’odore della sua pelle misto a quello della salsedine. Questa fragranza le scatena un effetto narcotico imprevisto e mentre lui continua a parlarle di venti, lei è praticamente catatonica con lo sguardo fisso sulle sue labbra. Per fortuna Davide comincia a disegnare sulla sabbia e Noemi abbassa lo sguardo sulle sue mani ripensando per un attimo al filo di saliva di Silvano mentre dorme. Terrorizzata che ciò non possa accadere anche a lei in quel momento, chiude subito la bocca semiaperta e cerca disperatamente di concentrarsi sui segni che lui fa sulla sabbia. Intanto la brezza continua a soffiarle nelle narici quell’aroma sconvolgente e per un attimo si rende conto che la lingua vorrebbe uscire ed allungarsi come una serpe per assaggiargli la pelle della mano che continua con l’indice a solcare la sabbia. Ormai guarda i disegni grezzi di Davide come fossero un opera astratta estemporanea. La sua pelle. È irresistibile quell’odore, le scatena il finimondo. «Com’è possibile? Non riesco a controllarmi? Io?», riesce a domandarsi in un barlume di ripresa coscienza e in un attimo in cui la brezza cala. La brezza si rialza. Gli salterebbe addosso all’istante anche se fosse l’ultimo dei pezzenti viventi sul pianeta. Ormai Noemi non pensa più alle barche a vela, allo Champagne, alle serate di gala. Si sente spaventata e soprattutto stracotta di lui: «Quindi, come ti spiegavo prima., quando il vento ti viene da est, l’inclinazione del boma… Noemi! Ma ti senti bene?». Lei risale a fatica dal trans: «Eh? Si! Si! La pruoma…». «Vedo che fai fatica a seguire, deve essere lo shock dell’incidente di prima. Ascolta Noemi, io credo che sia meglio che torni dal tuo ragazzo e che ti riposi. Non ti preoccupare, dirò al club di non farti pagare questa lezione, vedo proprio nei tuoi occhi che sei esausta. Possiamo cominciare tranquillamente domani, se ti va. Sei d’accordo?». Noemi che essendo ancora sottovento ha decifrato a fatica il messaggio di Davide, abbassa lo sguardo, si riscuote con un tremito e decide che forse è meglio battere in ritirata, si sente troppo vulnerabile e questo le crea una sensazione di perdita di dominio a cui non è per niente abituata. «Si. Hai proprio ragione, credevo di farcela ma invece mi sbagliavo. Non mi sento tanto bene, forse è meglio rimandare a domani.». Davide si alza e la aiuta ad alzarsi. Noemi, ancora un po’ inebetita, alza lo sguardo ai suoi occhi. Si fissano per qualche secondo. Davide ha quello sguardo. Quello dei tre secondi di suo papà ma con il lieto fine. Non è più sottovento e liberata dall’incantesimo prova l’estrema mossa: «So che tu sei anche un istruttore di vela…», gli fa volpina guardandolo con gli occhi di gatta, «si.» le risponde Davide tranquillo, «si può ben dire che la barca a vela è la mia vita, in un certo senso…», Noemi sognante espandendo gli airbag: «Ohhhh…Davvero? Non sai quanto amo la vela. Il mio sogno fin da bambina è sempre stato quello di andare in barca a vela fino a Madrid. Sogno di essere sdraiata dondolando sulla barca guardando la costa al tramonto…». «Madrid? Purtroppo credo che questo rimarrà solo un sogno per te, a meno che non affitti un rimorchio e trasporti la barca fino lì. Madrid è a duecentocinquanta chilometri dal mare!», termina ridendo, «Noemi, vedo proprio che sei sconvolta. Forse volevi dire Barcellona? Dai, vai a casa e riposati. Domani è un altro giorno.». Noemi rossa come una anguria aperta: «Eh? Si! È vero! Barcellona, che stupida… Hai ragione! Sto proprio male! Meglio che torno a casa.». Si salutano. Si sente un verme e vorrebbe andar via come una talpa sotto la sabbia, però nota ancora quella strana espressione nell’ultimo sguardo di Davide e, anche se sconfitta, sente che le rimane uno spiraglio di possibilità. «Lo so! Sono sicura che posso farcela! Che stupida! Si, forse è colpa dell’incidente. È colpa di quel baffoni ficcanaso! Se non fosse stato per lui a quest’ora…», rimugina mentre ritorna da Silvano. Quella sera hanno un appuntamento al porticciolo. Una cena sullo yacht del principale fornitore dell’azienda familiare di Silvano. Alle nove Silvano e Noemi camminano sul molo del porticciolo fiancheggiando le barche all’attracco da un lato e dall’altro una fila di coloratissime bancarelle, piene di zuccheri caramellati e filati. Quella dolce fragranza fluttua nell’aria come tentando di sopraffare l’odore di alghe morte che risale dal mare del porticciolo. Noemi: «Che puzza!». È la sera dell’annuale ricorrenza del Santo patrono, ed il piccolo centro marino è addobbato a festa fino ad invadere buona parte del porto. Finite le bancarelle, si ritrovano a camminare nella luce che inizia ad essere crepuscolare verso lo yacht, anch’esso illuminato a festa, attraccato verso la fine del molo. Silvano è nervoso. Pur sentendosi a proprio agio nel completo sabbia per le grandi occasioni, vestendosi in fretta ed in preda al telefonino, ha messo di nuovo per sbaglio quel maledetto paio di mutande strette del quale non realizza per quale motivo non riesca mai a liberarsene. Riappaiono sempre nel suo guardaroba e nella fretta finiscono sempre per fregarlo all’ultimo momento. Cammina con un andatura che fa pensare alla mummia di Robocop. È indeciso tra il tornare al motel per liberarsi di quel cilicio ma tardare a quell’importante appuntamento voluto e organizzatogli dall’ansiosissimo papà, ed il cercare di dimenticarsi le sue parti basse per concentrarsi sugli affari. Pensando anche, in favore di questa seconda ipotesi, che questa condizione di ristrettezza possa renderlo più attento e decisivo nella diplomazia pro-azienda familiare che gli si prospetta nel corso della serata. Noemi, per l’occasione, ha messo un completino celeste iper-attillato con minigonna e airbag compressi a mille atmosfere abbinato a tacchi a spillo da undici centimetri. Prima di mettere quelle scarpe, purtroppo, non poteva sapere che l’accesso allo yacht prevede una scaletta a pioli di due metri e mezzo. Poiché alcuni ospiti già circolano a poppa curiosando e discutendo con gli aperitivi in mano, Noemi, sentendosi osservata, si sente obbligata a rinunciare all’idea di sfilarsi i trampoli prima di attraversare l’insidiosa scaletta e attende che Silvano imbocchi per primo in modo da poterla aiutare più facilmente, tenendola per mano, a superare quella dozzina di troppo strette tavolette. Silvano invece, da buon cavaliere già fin troppo osservato dagli ospiti astanti, insiste cerimonioso per farla attraversare per prima nonostante i pressanti e nervosi inviti disinvoltamente subliminali di Noemi che, prevedendo la difficoltà dell’operazione, preferirebbe invece che fosse lui a salire per primo. Infine desiste dal convincerlo e parte concentrata e convinta di dovercela fare affrontando i primi quattro gradini con la dovuta grazia, sebbene un po’ ostentata e nonostante il fiato sospeso. I problemi cominciano appena i centoventicinque chili di Silvano la seguono. La passerella comincia ad oscillare. Noemi, che ora è intenta ad affrontare il sesto gradino, non riesce a centrarlo bene con lo spillo e precipita all’indietro. Silvano a quel punto, costretto a lasciare i corrimano per sostenerla, la sorregge prontamente ma cercando di mantenere l’equilibrio, comincia suo malgrado a far oscillare la scaletta con un movimento del tipo hula-hop. La reazione a poppa è variegata. C’è chi comincia come fosse ipnotizzato da quella scena a ripetere gli “Ohhh! Ohhhhh!!!” dei due sventurati e chi invece si dà da fare a ripetere “Fate qualcosa! Fate qualcosa!”. Entrambi i gruppi sempre con l’aperitivo in mano più o meno agitato. Per fortuna, arriva di corsa un signore attempato ma ancora abbastanza tonico che si aggrappa ad una sbarra e si protende verso la scaletta fino ad afferrare la mano di Noemi che ha perso il contegno ormai in preda al panico, più che per la probabilità vieppiù maggiore di finire in acqua, per la figura che ne conseguirebbe. L’operazione di salvataggio riesce. Noemi sale a bordo rossa come una chioccia aggredita durante la cova. Farfugliando qualcosa che somiglia a un ringraziamento nei confronti dell’anziano e pronto signore, guarda a terra chiedendo «dov’è la tualet?» cercando di sparire alla vista e all’applauso degli ospiti quanto prima possibile per recuperare la sua perduta dignità e soprattutto per massacrare Silvano il quale è ancora sbuffante alle prese con la scaletta. Mentre il valoroso signore aiuta anche lui a salire a bordo, Noemi ancora rossa di rabbia già si è avviata verso prua con lo scopo di trovare un posto abbastanza isolato per assalire Silvano. Ripensa alla figuraccia ed è depressa al pensiero che per la seconda volta nella giornata un signore anziano le abbia offerto il suo aiuto. «Perché non c’era Davide al suo posto?», si domanda sull’orlo di piangere anche se non lo farà mai per via del trucco. «Possibile che attiro solo vecchiacci?» quasi non fa in tempo a chiedersi perché, che dallo scambio di saluti e battute tra Silvano ed il “vecchiaccio” capisce che si tratta proprio del proprietario della barca il quale ora la sta guardando con un ampio sorriso e le viene incontro insieme a Silvano tenendolo a braccetto. Dentro Noemi, in un attimo, si riattiva automatica la calcolatrice: yacht lussuoso uguale tanti soldi, tanti soldi uguale vecchiaccio, vecchiaccio uguale…: «Oh! Non so proprio come ringraziarla! Mi ha proprio salvata all’ultimo momento! Se non era per lei a quest’ora! Ma che forza che ha! Mi ha tirata su come un ruscello!!!». Renzo il vecchiaccio, che è un ricco imprenditore sulla settantina che conosce bene la vita, robusto, il viso rubicondo incorniciato nella barba brizzolata e un cappello da capitano, prima di reagire a quelle evidenti moine fa una pausa abbastanza imbarazzante guardando fisso Noemi con aria curiosa, infine scoppia in una fragorosa risata e le fa: «Un ruscello? Signorina! Aspiro almeno ad essere un torrente in piena nonostante l’età! Voleva dire un “fuscello”! Si vede che è ancora un po’ agitata.» Dice voltandole lo sguardo e dedicandole la stessa attenzione di un segugio per una tana di volpe abbandonata. Dopo aver guardato seriamente Silvano per un attimo con un esplicito quanto enigmatico sopracciglio alzato, gli sorride e stringendogli la testa con un braccio gli dà un pizzicotto sulla guancia. «Voi giovani!» continua, «…quanta strada avete ancora davanti! Allora, vi sposate?». Silvano balbettante: «Ci…ci stiamo pensando…». Renzo lasciandogli la testa: «Io e tuo padre Silvà! Quante ne abbiamo combinate! Ci conosciamo da quando eravamo piccoli così! E tua madre? Una gran donna! Devi ascoltarla Silvà, tua madre ha una grande saggezza! Adesso andate, visitate la barca e fate come a casa vostra. Signorina…Noemi? Posso darle del tu? Ho sentito che cercavi la toilette, è da quella parte. Vai Silvà, accompagnala, fai il bravo cavaliere. Ci vediamo dopo!». Entrano nel bagno. Noemi è inviperita. Sia per il muro che ha trovato in Renzo che per la figuraccia che ha fatto per colpa di Silvano: «Sei un cretino! Non hai visto che volevo che passassi per primo? Non ti sei accorto delle scarpe? Ah! Già! Ma tu non ti accorgi di niente! Ti svegli solo quando suona quel cavolo di cellulare! Sei un morto ambulante! Mi hai proprio rotto…». Silvano, che è visibilmente oppresso dal paio di mutande traditrici ed in più ha carpito parte del messaggio muto di Renzo poco prima, è rosso e sta per fare qualcosa che fino ad ora non ha mai osato fare, urlare: «Smettila!!! Basta! Stai sempre a lamentarti mentre io mi faccio in quattro per non farti mancare mai niente! E le scarpe! E i vestiti! E le borsette! E l’orologio! E adesso pure il windsurf!!! E poi sono stufo di come fai la smancerosa con gli altri uomini!!! Adesso pure con Renzo che ha settant’anni e potrebbe essere tuo nonno!!! Allora è vero che ha ragione mia mamma!!! È vero che sei una…», inchioda sull’articolo indeterminativo come rendendosi conto di essere arrivato ad un limite che non riuscirà mai a superare, anche perché vede montare sul viso di Noemi un’espressione che gli fa paura: «Sei una?», gli risponde lei sottovoce, la faccia tirata e inespressiva. Lui comincia ad aver paura. «Sei una?», continua lei tra i denti incrementando impercettibilmente il volume e con un tic involontario delle sopracciglia. Lui adesso è terrorizzato: «Ascolta… amore…». «Sei una???» prosegue imperterrita e aumentando ancora il volume. Adesso, con una palpebra sfarfallante, avanza molto lentamente verso di lui che ormai è alle corde, bianco, sudato ed ansimante. Quel pesantissimo silenzio di ghiaccio, però, viene interrotto improvvisamente. Accanto, nella cucina che è separata dal bagno solo da una sottile paretina, Said e Nabil, due cuochi marocchini assunti da Renzo in occasione di quella cena, stanno fumando pacificamente un aperitivo mentre cucinano e Nabil, che dei due è il più spiritoso, non riesce a cedere alla tentazione di rispondere a quella insistente domanda proveniente dalla stanza accanto. «Zooculah?», dice a voce bassa con un accento talmente esilarante che fa sbruffare Said in una risata educatamente trattenuta nel volume ma convulsiva ed altamente contagiosa. I due non immaginano che la paretina divisoria è talmente sottile che dall’altra parte i due litiganti stanno ascoltando perfettamente tutto nonostante le loro dovute precauzioni. Silvano reagisce tirando su le sopracciglia e riabbassandole subito senza riuscire a trattenere un accenno di risatina: «Ehh…». Per Noemi invece l’effetto è opposto: le si allargano le narici, sgrana due occhi rossi e fiammanti, quindi parte come uno zombie all’assalto di Silvano il quale subito e istintivamente si volta verso la porta per cercare di aprirla e scappare, vedendola avanzare vulcanica verso lui. Non fa in tempo ad aprirla, Livida dalla rabbia accentuata da quell’ultimo scherno, al grido di «BASTARDO!!!» gli sferra un calcio nel di dietro rimanendo scalza da un piede e lasciando la scarpa appuntita incastrata tra le natiche e l’inguine di Silvano il quale emette un rantolio soffocato. Rimane un attimo attaccato alla maniglia della porta come folgorato da quella scarpetta di cenerentola rosa dal lungo tacco che ora, penzolandogli, sembra la coda di un maiale che ha preso la scossa elettrica. L’unico palliativo a quell’immenso dolore dicotiledone lo scoprirà più tardi, rendendosi conto che gli elastici delle mutande traditrici hanno finalmente ceduto. Suona il suo cellulare, lei si lascia cascare a terra con la testa tra le mani, lui si sfila tremolante la scarpa, la lascia cadere ed esce rantolante dal bagno rispondendo al telefono con un filo di voce rauca : «Baaaapà..? Nooo…ddi righiamo..». Esce chiudendosi la porta alle spalle lasciandola da sola a singhiozzare di rabbia seduta per terra, senza una scarpa e con il trucco degli occhi ormai sciolto che le riga nero e verticale le due metà del viso. Dall’altro lato in cucina i due cuochi continuano piano a sghignazzare ma ormai, più che altro, per l’effetto del loro aerobico aperitivo. Noemi, presa da un nuovo estremo raptus di rabbia, afferra la scarpa reduce dall’incontro retro-ravvicinato con Silvano e comincia a colpire la paretina con il tacco al grido di: «CAFONI!!!CAFONI!!!CAFO…», proseguirebbe all’infinito ma viene frenata dal bussare alla porta e dalla voce preoccupata di Renzo dall’altra parte: «Noemi? Tutto a posto?». «Si!!! Si!!! Scusa! Sono al telefono!». Esce dal bagno un quarto d’ora dopo. Sia per la vergogna di farsi vedere subito pensando che oltre alla figuraccia della scaletta tutti certamente avranno sentito la sua bagarre con Silvano, sia per rifarsi di nuovo il trucco.  Quando apre la porta sente le voci degli ospiti, risate, rumori di stoviglie e posate venire da prua, stanno cenando. Non se la sente di farsi vedere e poi non vuole vedere Silvano. Le ci vuole ancora un po’. Quindi si sposta senza far rumore a poppa, che è deserta e si accende una sigaretta. Fumando getta un occhio distratto sulle altre barche ormeggiate. Improvvisamente il suo sguardo è attirato da una silhouette dall’aria familiare che si muove su una barca a vela attraccata tre barche dopo lo yacht. «Davide!». Si ricorda che la barista le aveva detto che viveva su una barca lì al porticciolo. Non ci pensa due volte. Si sfila rapida le scarpe, discende la scaletta dello yacht e si avvia decisa verso la barca di Davide. Mentre cammina progetta a puntino l’entrata in scena. Arrivata quasi alla meta, rallenta il passo, tira fuori il telefonino e comincia a passeggiare davanti alla barca di Davide fingendo una tranquilla conversazione telefonica accompagnata da frequenti risatine. Sempre tenendo sotto controllo la posizione di Davide con la coda dell’occhio, complice dell’oscurità, aspetta di vederlo a poppa per avvicinarsi ed inscenare l’incontro casuale. Davide, che ha cenato ed ora è preso nelle sue faccende, sbuca per un attimo a poppa. Lei non perde l’attimo e, sempre facendo finta di telefonare, si avvicina alzando la voce per cercare di farsi notare. Lui alle prese con delle funi, si volta incuriosito da quella presenza solitaria vicino alla sua barca, la nota e gli fa un cenno con la mano. Noemi inscena grande sorpresa e chiude subito il telefonino fingendo di salutare animatamente l’inesistente interlocutore. «Ciao!!! Cosa ci fai tu qui!» esterna la volpe con aria più che sorpresa. «Beh… Ci abito…». Risponde Davide con un sorriso e replica amichevole: «Tu che ci fai qui. Questa parte del molo è quasi al buio, non ti piace la festa del patrono?». «Si…No…Veramente ero a cena su quel draghetto laggiù, vedi? Quello grande tutto illuminato. Poi mi ha chiamato un amico che non sentivo da tanto e.. sai, quando parlo al telefono certe volte comincio a camminare e non mi rendo conto di dove vado a finire… ». «Eri da Renzo? Lo conosco bene. Gli do lezioni di vela e andiamo a pescare spesso insieme. Mi fa la corte perché vorrebbe che gli vendessi la mia barca. Quel vecchio lupo di mare traffichino… Beh! Un traghetto mi sembra un po’ esagerato, quello è uno yacht e io faccio arrabbiare Renzo perché gli dico sempre che con il vento, se impari a conoscerlo, puoi arrivare dove ti pare e soprattutto: mantenendoti in forma e senza inquinare.». «La tua barca è….è bellissima!!!», la volpe ha già intuito il tallone di Achille e prepara l’attacco. Infatti lui si gira un attimo ad ammirarla orgoglioso e poi, come grato per quel apprezzamento le fa: «Vuoi salire?». Noemi non aspettava altro, però è abbastanza lucida per farsi desiderare: «Oh! Mi piacerebbe… non sai quanto! Però dovrei tornare alla cena. Sai, non è corretto scomparire così quando si è invitati…». Lui però la prende in contropiede: «Hai ragione! Che stupido. Renzo poi ci tiene così tanto ai suoi ospiti…Credo che sia meglio che tu vada. Allora… a domani alle cinque!». Si rende conto che ha fallato la mossa ma già sa come riscattarsi, fa una pausa fissando gli occhi sull’albero maestro, poi li abbassa su di lui: «Però, chissà quando mi ricapiterà di salire su una barca così bella… Magari un attimo mi piacerebbe salire, giusto per sentire la sensazione. Ti ho detto che adoro le barche a vela. Mi stai tentando!». Si avvicina alla scaletta. «Va bene! Ti consiglio, però, di toglierti quelle scarpe! Guarda che questa scaletta non è agevole come quella di Renzo.». «Oh! Figurati! Sai, io faccio le sfilate, sono abituata a camminare con i tacchi dappertutto.» Imbocca la scaletta che ha i gradini effettivamente più stretti di quelli della scaletta di Renzo e inoltre sono molto poco illuminati ma ormai ha lanciato la sfida e parte decisa e fiera nella sua sfilata. A metà percorso, il suo andamento sinuoso e silenzioso è rotto da due “STLAC! SCLAT!” seguiti da due “Pluf! Plof!”. Noemi si abbassa di undici centimetri sulla scaletta mentre un piccolo branco di pescetti incuriosito già gira intorno luccicante ai due tacchi rosa galleggianti in contrasto con l’acqua scura del porticciolo. «NOOO!!! Le mie scarpe!!!» lamenta reggendosi sulle corde laterali della scaletta oscillante. Davide pronto: «Mi dispiace! Ce la fai?». Lei, furiosa dentro, ma decisa ad andare in fondo accenna un si disinvolto con la testa. Ma le scarpe sono lisce e senza i tacchi mancano di qualsiasi presa. Infatti scivola e si ritrova sospesa a cavallo di un gradino della scaletta con un piolo giusto al centro dell’inguine che la costringe a chiedere aiuto. Ma non ce n’è bisogno perché Davide è già sopra di lei, la solleva con un braccio e la porta di peso sulla barca. Sentendosi presa con quella forza e quella delicatezza, aspirando di nuovo l’aroma per irresistibile della pelle di Davide, gli appoggia la testa sulla spalla e quando sono sulla barca e lui sta per metterla giù, comincia a baciargli automaticamente e avidamente il collo come posseduta. «Ma che fai!» le dice lui staccandola da se bruscamente. Noemi rimane a guardarlo con l’espressione drogata. «Ma che ti succede!» le chiede Davide esterrefatto. Lei come in trans: «So che ti piaccio! Ho notato come mi guardi! Perché adesso mi rifiuti? Vuoi farmi soffrire? Anche tu? Tutto il mondo ha deciso di farmi soffrire?», si dispera finché non scoppia in pianti e singhiozzi. Lui immobile la osserva per un po’ con aria seria e pensierosa. Poi le prende una mano: «Dai, vieni.». La porta a prua e la fa sedere ad un piccolo tavolino di legno tondo. Poi fa il giro e le si siede davanti. «Noemi. Smettila di piangere. Ti prego. È vero, ti ho guardato e ti guardo in un modo strano. Non lo faccio apposta., devi credermi. Lo vuoi proprio sapere perché ti guardo in questo modo?». Lei ancora singhiozzante accenna un sì. Lui fa una pausa guardandola intensamente, poi si alza e ritorna poco dopo con una bottiglia, due bicchierini ed una piccola agenda consumata e foderata di cuoio in mano. «Ti piace la grappa?» le dice con la bottiglia in mano pronto per versare: «Non lo so… ma si.. versa pure, ho bisogno di qualcosa di forte.». Davide riempie i bicchierini, mandano giù un sorso tutti e due. Poi stanno per un po’ in silenzio. Nella penombra gli arrivano i rumori e i suoni della festa e, di tanto in tanto, anche qualche risata e schiamazzo dallo yacht di Renzo. Mandano giù un altro bicchierino. Lui si carica una pipa e la accende, lei si accende una sigaretta, fa un profondo tiro e poi lo guarda finalmente in viso. Davide fa un tiro dalla pipa, poi prende una piccola lanterna da terra, la accende e la poggia sul tavolino. Poi tira fuori una piccola agenda, la apre, la sfoglia fino ad un certo punto e rimane per un po’ a studiarla, alza lo sguardo e gliela passa aperta, fissandole serio il viso. Noemi ha un sussulto. In quelle due pagine ci sono incollate due foto. «Ma questa sono io! No… Sembro io! Oddio! Ma questa chi è?», chiede stupefatta. In effetti la ragazza nelle due foto le somiglia in modo impressionante. «Quella ragazza è mia figlia… Era mia figlia. E quella che hai in mano è la sua agenda, il suo diario. Lo teneva sempre con se.». «Ma che le è successo? Quando?». «Quanti anni hai?». «Ventiquattro, li compio tra poco.». «Lei adesso avrebbe la tua stessa età. Se né andata tre anni fa. Era a Parigi, conosci il progetto Erasmus? Stava studiando scienze della comunicazione, era riuscita a vincere una borsa di studio e condivideva un appartamento con altri studenti e Karim, il suo ragazzo. Un sabato sera di fine estate stavano tornando tutti insieme a casa dopo aver girato diversi locali e lei e Karim giocavano a rincorrersi con due pistole ad acqua. Lei ad un certo punto ha cominciato a correre all’indietro senza rendersi conto di andare a finire sulla strada. Karim e gli altri hanno cercato di avvertirla ma un attimo dopo un furgone l’ha presa in pieno e l’ha scaraventata sul marciapiede, davanti ai loro piedi. Karim ancora non si è ripreso del tutto, ci sentiamo spesso.» Davide prende un grande respiro e rimane silenzioso. Lei continua a guardare quelle foto, poi apre la prima pagina: «Denise….che bel nome…mi è sempre piaciuto.». Le cade una lacrima. Tira un sospiro e guarda Davide che ha gli occhi lucidi. «E sua madre? Come l’ha presa? Tua moglie voglio dire…», gli chiede. Lui si riaccende la pipa, fa un tiro gettando gli occhi verso il mare calmo, il riflesso bianco della luna sul mare entra fino all’interno del porticciolo, sopraffatto regolarmente e a tratti da quello verde della luce del faro: «È come se insieme a Denise, sia morta anche una parte di lei. L’abbiamo presa allo stesso modo. Questa cosa è stata così forte per me e mia moglie che abbiamo deciso di separarci. Non abbiamo deciso per quanto tempo ma abbiamo sentito subito entrambi l’esigenza di farlo. Stando insieme non facevamo che ricordare, soffrire e piangere la mancanza di Denise all’infinito. Questo ci stava togliendo la forza di vivere. Ci amiamo ancora ma ci vediamo poco, al massimo due volte l’anno e per pochi giorni. Lei si chiama Lyudmila, è russa, l’ho conosciuta a Valdivostok durante un viaggio, avevamo tutti e due solo vent’anni. Fu un colpo di fulmine, ci sposammo subito e appena due anni dopo lei era incinta di Denise. Fa la corrispondente all’estero per una TV nazionale. Le piace l’avventura e viaggiare. Sotto questo aspetto siamo uguali. Denise in questo senso ci aveva reso più stanziali che nomadi. I momenti più belli della nostra vita li abbiamo vissuti quando siamo stati uniti grazie a lei, al fatto che dovevamo essere i suoi genitori ed aiutarla a crescere, tutti e tre insieme. Anche per Lyudmila è così. Ed è per questo che ora facciamo fatica a stare insieme per più di una settimana. È come se dopo un po’ ci mancasse l’aria.». «Perché non fate un altro figlio?». «Ci abbiamo pensato. Siamo anche arrivati al punto di farlo ma poi ci siamo fermati. Sai…non so come spiegartelo… Ci sentiamo ancora addosso una specie di cappa, una sorta di nuvola minacciosa che io spero che passi il più presto possibile, prima di non essere più in grado di farlo e di avere abbastanza energie per tirarlo su come si deve, un altro figlio.». Noemi, ancora fissando il viso di Denise che le assomiglia davvero, a parte quella profonda luminosità nello sguardo che ha sempre odiato, forse anche un po’ invidiato e che ha sempre sentito come “giudicante” nelle altre persone in cui l’ha notata durante la sua vita, comincia a pensare a suo padre e a sua madre. Vede sua madre che a quell’ora sarà, come al solito, sdraiata sul divano a guardare la TV dopo una giornata di lavoro come commessa al supermercato e dopo i lavori dentro casa: ogni tanto si addormenta, poi si risveglia. Tante volte, quando ancora viveva a casa con lei, si era chiesta se per caso sua mamma nei momenti in cui si assopiva davanti allo schermo, non stesse in realtà sognando di guardare la televisione e quindi non accorgersi nemmeno di addormentarsi, tanto la sua espressione era sempre uguale: con gli occhi chiusi, aperti o semiaperti. Ora immagina suo padre, sopra una nave, che in una breve pausa fuma una sigaretta guardando con odio il mare, galera della sua vita. Con il viso sporco di grasso sputarci dentro e ritornare al lavoro, con un calendario hard dimenticato e di chissà quanti anni vecchio, appeso da qualche parte, unico punto di colore nel bianco e nero della sala macchine. Rivede Silvano, con il cellulare all’orecchio e vede la madre di lui che le sussurra “Zooculah!”, mentre protegge il figlio complice nascosto dietro se. Scoppia in un singhiozzo. Davide le sfila delicatamente l’agenda dalle mani: «Noemi. Guardami. Cos’hai?». Lei lo guarda per un attimo con l’espressione ferita ma orgogliosa, prende la bottiglia di grappa e si serve da sola. Poi, dopo aver buttato giù un altro bicchierino, si sbottona cominciando a descrivere il suo vissuto, la sua situazione famigliare e la sua situazione attuale. Lui fa fatica a capirla talmente è caotica e logorroica. Sta ritirando la bottiglia di grappa ma lei, continuando a sfogarsi, gliela strappa dalle mani e beve una gran sorsata direttamente dalla bottiglia. Lui gliela toglie e la mette via. Noemi ora è sbronza. Alterna momenti di ebrezza a singhiozzi di pianto convulso. Le viene da vomitare. Fa in tempo a sporgersi dalla barca con il mondo che le centrifuga intorno alla testa e a rigettare l’alcool che ha bevuto nell’acqua scura del porticciolo. Dopo che ha finito, lui la rimette a sedere, le fa una carezza in testa dicendole che va in cucina a preparare un caffè. Dalla piazzetta del paese, a qualche centinaio di metri, arrivano le note del gruppo di liscio che intrattiene la serata di festa e Noemi, sorseggiando il suo caffè lo guarda: «Sei sicuro che non ti piaccio neanche un po’? Io mi sento così attratta da te, credo sia una questione di pelle.». Lui le sorride, appoggia la tazza di caffè sul tavolino si appoggia allo schienale della sedia e incrocia le mani sull’addome: «Noemi. Hai parlato di pelle. Vedi la mia pelle? È una pelle di quasi cinquanta anni. Potrei anche capire che una ragazza ventenne sia attratta da qualcuno che potrebbe esserle padre, anche se ti dico dal cuore che proprio non lo capisco. Ritornando alla pelle, vedi, io mi sento attratto da una pelle più simile alla mia, mi sento più a mio agio, deve essere una pelle almeno similmente consumata quanto la mia, sono affascinato dalle pelli consumate e provate dalla vita, magari anche con qualche cicatrice, come la mia Lyudmila, che con il lavoro che fa, si è trovata spesso in situazioni difficili. Non biasimo le scelte degli altri ma io sono fatto così. Sono una quercia adulta e voglio vicino una quercia che abbia più o meno la mia stessa età e più o meno gli stessi tagli e le stesse sbucciature inferitele dalla vita. È questo quello che mi attrae in una donna: la sua esperienza di vita. Tu sei giovane, sei libera di fare ciò che vuoi. Hai tutta la vita davanti ma se ti va posso dirti come la penso, visto che mi hai vomitato tutto il tuo passato in un quarto d’ora prima di rigettare la mia ottima grappa in mare.». «Si! Certo che mi interessa sapere cosa pensi di me. Sembri una persona molto sicura e sento che sei anche stato un padre eccezionale.». Gli occhi di Davide si lucidano di nuovo, prende l’agenda di Denise dal tavolo, la chiude e vi poggia le mani sopra: «Ascolta, sei una ragazza sveglia e questo si vede ma le tue capacità e le tue potenzialità devi imparare a concentrarle verso altri traguardi ed altre direzioni. Se fossi in te ricomincerei a studiare, non è mai tardi, o comunque proverei a dedicarmi anima e cuore ad una attività nella quale sento che ho le capacità per crescere e crearmi una base solida sotto i piedi, senza l’aiuto di nessuno e senza gli apprezzamenti di nessuno.». Noemi durante la pausa di Davide intento a riaccendere la pipa ripensa al piacere che prova nel piluccare i punti neri e a come era brava, da piccola, a creare i vestitini e a truccare le bambole. Poi ripensa a Silvano: «E cosa pensi di Silvano? Ti ho parlato di lui.». «Non lo conosco e non mi sento di dare un giudizio su una persona senza averla prima conosciuta e frequentata ed anche con questi presupposti è sempre difficile. Noi esseri umani siamo complessi ed anche imprevedibili. Posso dirti altre cose. Stai lontana da chi ti da l’impressione di essere interessato solo al tuo corpo ed anche da quelli che parlano troppo, anche se possono sembrare affascinanti per questo, valuta sempre in modo attento e distaccato, vai al succo. Quando conosci un uomo concentra molto l’attenzione sulle sue mani. Un uomo che sa fare lavori in casa, dal cambiare un rubinetto a saper usare un giravite o una pinza ha le mani diverse da uno che non lo sa o non lo vuole fare. Ha mani più grandi, più forti ed anche qualche graffietto e qualche callo se guardi bene. Quello, in una buona percentuale, è un uomo che ama occuparsi del nido, più responsabile e quindi più affidabile. È come al supermercato, non prendere la frutta che ha una pelle perfetta, vuol dire che è stata protetta dai veleni. Se scegli quella meno bella, con qualche segno e magari con qualche insetto che ci gira intorno, sarai sicura che è più sana. Ritornando al nido: è importante anche che lui non ne sia troppo geloso, anche questo è un segnale negativo, la precisione e la manualità non devono mai essere ossessive, altrimenti vuol dire che nascondono problemi. Chi è troppo pignolo, spesso, è una persona che ha un grosso bisogno di aiuto e richiede tante energie da chi gli vive accanto.». Noemi scoppia a ridere: «Lo sai che anche mia mamma mi diceva sempre questo, sulla frutta e la verdura, quando mi mandava a fare la spesa? Non mi ha mai parlato dei ragazzi in questo modo però!». Ciò dicendo immagina le mani di Silvano: senza un graffio, non l’ha mai visto fare nessun lavoro in casa, anzi, ne ha fatti solo lei da quando sono insieme. Ora che immagina le sue mani riesce solo a vedere le dita grassocce volare sulla tastiera del cellulare. Poi ripensa alla manualità e alla pignoleria e vede il ritratto perfetto di suo padre. Non aveva mai pensato però che lui potesse aver bisogno di aiuto. Lo immagina di nuovo quel giorno in spiaggia, quando si era persa. «Mi piacerebbe aprire un centro estetico.», dice guardandosi le mani. «Fallo allora! Non pensare, fallo e basta! Noemi, la mia storia è molto semplice e, se non altro, posso garantirti che la mia vita, adesso, non dipende dal giudizio e dalla valutazione di nessuno. Vivo della mia esperienza. Sono stato fortunato, è vero. Ho avuto dei genitori fantastici che mi hanno aiutato al punto giusto e mi hanno saputo indicare la strada ma il resto l’ho fatto io. Questa barca l’ho costruita praticamente da solo con le mie mani e ne sono fiero. Penso questo: l’aiuto e il sostegno degli altri è una cosa bellissima, è una di quelle cose che ci permettono di andare avanti e di vivere una vita felice ma non bisogna esserne dipendenti, altrimenti si perdono l’orgoglio, lo stile e la dignità, che, in un certo senso, secondo me, rappresentano la maggiore parte del nostro ossigeno.». Dallo yacht di Renzo arrivano un applauso e delle risate. «Credo che adesso sia meglio che tu vada. Noemi, se vuoi vedermi…. quando vuoi. Ma lascia stare il windsurf, ascoltami.» le sorride Davide allungando una mano per scuoterle affettuosamente una spalla. «Si. D’accordo.». Lui sta per alzarsi e accompagnarla alla scaletta ma lei, che è già in i piedi, gli poggia una mano sulla spalla per trattenerlo dicendogli: «Orgoglio, stile e dignità! Me lo hai insegnato tu! Vado da sola.». Ciò detto si abbassa, gli da un bacio sulla guancia e si avvia a piedi nudi, con in mano le scarpe mutilate dei tacchi verso poppa. Appena scesa la scaletta si sente un botto e un attimo dopo il porticciolo è tutto illuminato di giallo per un istante. Cammina lungo il molo colorato dai fuochi d’artificio. Supera lo yacht di Renzo, dove non ha nessuna intenzione di salire e prosegue. Si sente confusa, fuori luogo. Come una volpe scuoiata ma ancora viva che vede di nascosto la sua pelliccia indossata da una signora andare via e sparire sulla scala mobile di un ipermercato. Sente ancora l’effetto dell’alcool a stomaco vuoto e anche se leggermente, barcolla con in testa tutti quegli strani pensieri. Cammina ancora a piedi nudi, con le scarpe in mano quando in un lampo verde, sotto i fuochi, vede seduto li vicino, su una panchina, il signor baffoni. Anche lui la vede e le fa un cenno con la mano. Come imbambolata, lo raggiunge saltellando e gli si siede accanto. «Signori’! E che ci fate da sola qui a quest’ora! Dov’è il vostro ragazzo?». Lei lo guarda sorridendo e rimane muta. I fuochi ora aumentano, i colori si susseguono veloci. Noemi e baffoni, l’una accanto all’altro, guardano lo spettacolo pirotecnico. Lei ha l’impressione di sentirlo singhiozzare: «Ma che fai! Piangi?». È così. Gerardo, il baffoni bianchi, sta piangendo. «Signori’… Io ho visto la guerra. Ero piccolo. Questi botti mi fanno ricordare quando stavamo sotto ai rifugi, tutti stretti di paura. Ci manca solo la sirena. Ogni volta che vedo i fuochi mi sembra come se mi vogliono dire: “Gerà, è questa la guerra! Quella che ti ricordi tu è stata solo un sogno brutto. Questa è la vera guerra!». Noemi guarda il suo vecchio viso rugoso, i baffi cambiare rapidi colore e una piccola lacrima dall’occhio, scendere e nascondervisi dentro veloce. Gli appoggia la testa sulla spalla e Gerardo, all’istante sorpreso, si lascia distendere in un largo sorriso, la stringe teneramente a se con un braccio intorno alle spalle finendo di guardare quegli ultimi fuochi d’artificio.

Orio e Aria

Scritto nel 2011.
Notte di fine estate in piena luna, la due cavalli penetra lenta e silenziosa la pineta che in morbida discesa va a barbeggiare la striscia bianca di sabbia che la separa dal mare, sopra i due cavalli Orio e Aria si passano la pipa, l’odore dei pini entra dai finestrini e miscela con quello dell’erba abbrustolita l’aria è calda Orio spegne motore e fari, la macchina continua la discesa verso mare nel buio, dondolando, cigolando, le gomme sottili cedono alle buche che fanno da mortaio agli aghi di pino secchi col rumore di chi mangia patatine.

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Ridono nel buio, solo il bianco dei denti e degli occhi, con l’ultimo sobbalzo la due cavalli si ferma e affonda appena nella sabbia. Il tetto della pineta è finito, la striscia di sabbia, il mare aperto e tutto il resto è color luna. Scendono, si tolgono le scarpe, la sabbia è accogliente e piedi affondano. Cominciano a inseguirsi sulla spiaggia. Lo fanno anche di giorno quando c’è gente e sono bravissimi, riescono a correre come pazzi senza toccare niente e nessuno, le ali ai piedi, elastici nei muscoli, i riflessi di giovani gatti. Sfiorano tutto e si sfiorano veloci e mai si acchiappano, i sorrisi stampati. Ora si spogliano continuando ad inseguirsi., poi la pipa fa sentire il suo effetto, si buttano sulla sabbia nudi ansimanti ridenti e sudati, a pancia in giù, uno di fronte all’altra sulla sabbia ancora tiepida del sole di oggi. Uno sguardo e sono già in acqua. Si agganciano, Orio è di pietra e Aria dolce lo avvolge con le cento ventose di un polipo che abbraccia il suo scoglio a risucchiarlo dentro se. Ora urlano e piangono insieme, dopo ridono ripensando ai vagiti strazianti che qualcosa di indomabile dentro gli ha fatto emettere e perché si sentono un po’ come un granchio solo, Orio danza sulle punte dei piedi, Aria attaccata su di lui che non smette di mordergli una spalla. Si abbattono sulla riva, le piccole onde sciabordanti i corpi rigogliosi, tutto è color luna.

Sottovento

Questo racconto è del 2011, Ermete, un hacker solitario in vacanza, vede crollare tutte le sue fisime grazie ad un potente “incontro”.

L’ultimo fotogramma di quel sogno agitato e senza senso, una specie di  zapping da telecomando del mio vissuto in mano a un tarantolato, è un giradischi spento con il braccetto abbassato sul vinile, la puntina immobile.
Un decimo e riparte suonando il rumore del vento, della spiaggia estiva e del mare grosso. È un disco graffiato, di sabbia frustata nel vuoto da qualcuno che non si cura di chi gli è accanto e soprattutto sottovento.
La tempestina mi investe il viso e sfila sotto gli occhiali a velocità supersonica, tanto che ho l’impressione di accusare l’abrasione sulle palpebre ancor prima di udire il botto dell’asciugamano.

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Mentre levo gli occhiali da sole, la regione razionale del cerebro mi parte in calcoli sulla velocità del vento pomeridiano e quella del suono mentre l’altra regione, quella animale, offesa dal gesto affatto altruista dell’ignoto reo vicino d’ombrellone,  lancia l’impulso alle palpebre di schiudersi per svelarne quanto prima l’identità e sbaglia. L’ingenua razionale ha in quell’attimo la risposta: il vento è più veloce e la sabbia si leva assai prima del botto. La animale che ha attivato le palpebre non fa in tempo ad ordinare la ritirata. Risultato: flash abbagliante, spilli negli occhi, secondo botto e oscurità. Mi esce un timido cribbio rantolante, ormai sono diventato  una specie di muffa pensante. Computer dieci, undici ore al giorno porta l’essere ad una sorta di mutazione. A farla breve sono bianco stracchino e mi infastidisce prima o poi quasi tutto, tanto o un po’. La notte, un buon pallido monitor, il buio tutt’intorno e l’odore del caffè formano il mio habitat ideale. Decido quindi di riemergere dal sonno sicuramente ad occhi chiusi cercando a tentoni l’acqua minerale e pentendomi di aver scelto di nuovo il mare per l’annuale vacanza obbligatami ancora dai vecchi in squadra col dottore e i suoi ictus in agguato, gli occhi e le mal posture. Facendolo mi accorgo che mi sono fuso al  PVC  zigrinato del lettino e soprattutto che la razionale non ha ben calcolato la traiettoria solare e la velocità di spostamento d’ombra d’ombrellone rispetto alla posizione del talamo plastificato relazionata alla durata della siesta pomeridiana incontrollata, ne sono schiavo. Quanto sono stato in coma? Ho i piedi esposti agli UV fino a metà stinco. Quasi piango dalla commozione ripescando nella memoria quel Pinocchio che si addormenta con i piedi nella stufa ritrovandoseli al risveglio ben carbonizzati. Ma lui almeno lo sveglia il buon padre Geppetto soccorritore. Io invece ho due lonze affumicate, gli occhi in fiamme, non vedo il nemico d’ombrellone e non lacrimo certo per la commozione. Neanche lo sento il nemico, troppo il vento e il di lui passo felpato dalla sabbia. Con un urlo interiore trovo la forza e l’acqua minerale, mi strappo la ceretta del lettino dalla schiena e siamo a due urli interiori, mi sciacquo la faccia e le orbite offese, ritiro all’ombra le lonze fumanti a velocità senile nonostante la trentina e finalmente mi siedo e scorgo il nemico. No. LA nemica. Lo sapevo, non poteva essere che lei. La razionale ne ha azzeccata almeno una e mentre fessa si compiace, quasi distrae la animale dall’evitare una terza imprevedibile scudisciata. Ma ce la fa. Ce la fa con l’imprevisto: il velo d’acqua minerale sul viso. Ora ho due lonze e la faccia panata. Somiglio sempre più a una vetrina di macelleria. Riesco comunque a riaprire gli occhi e a generare un timido «oh!», ma controvento. Elena, la vicina assassina, non mi sente. «OH!» ci riprova la mia animale. Stavolta mi sente, mi guarda, stupisce un attimo e sbotta e stoppa in riso trattenuto. Elaboro all’interno un «CAPRA MALEDETTA!» e innervosito quasi mi perdo che  si è scusata. Capretta è il suo alias nel giro ma so che a lei non piace affatto. In effetti mi fa pensare ad una capra, una capretta nera bassina ed anoressica. Sembra che la materia le ami solo il fondo schiena che è l’unica attrattiva del suo essere ai miei occhi. Prediligo le abbondanze, forse influenzato dai miei centotrentasette chili. Spesso, sotto gli occhiali da sole, fingendo di dormire sul lettino strategicamente inclinato, studio le abbondanze femminili limitrofe creando una sorta di concorso, un harem miraggio immaginario di un essere tendente alla consistenza gelatinosa tranne le dita, agili muscoletti da tastiera. Ermete l’hacker solitario. Difficile per me pensare ad una compagna, preferisco quelle virtuali, il fai da te e la calma quiete del mio oscuro bunker tecnologico. La capra ha occhi troppo grandi e troppo neri, i capelli troppo corti e troppo neri, il naso troppo sottile la bocca troppo grande, troppe lentiggini e troppi piercings  tutto o troppo o troppo poco. Per me è fuori concorso. Il suo sguardo furbo e scattante è tra l’indagatore e il troppo dolce-compassionevole e ho  la spiacevole sensazione di attrarre la curiosità di quel mostriciattolo belante, spesso la sorprendo a fissarmi mielosa. Io e lei quasi mai comunicato, qualcosa sul più e il meno tutt’al più,  io sempre troncando la sua logorrea da bocca larga. In spiaggia è schiva, tranne che con un ristretto numero di amici abbastanza eccentrici come lei con i quali non fa altro che blaterare insensatezze, lingua abnorme e sproporzionata per una capretta. Elena la capretta nana dello sprofondo sud, troppo nera e troppo vispa, mi innervosisce già alla vista. Stizzito, per perderla mi dirigo al mare, è finita l’acqua minerale e ho la faccia panata da lavare. Perché finisco ogni anno in questo posto? Sabbia, salsedine, polvere, sole, vento e capre. Fatale per uno come me. E i vecchi: «Ti fa bene! Non vedi che colori hai preso? Lo iodio! Respira lo iodio! ». Vi odio! I miei colori preferiti sono fondo nero e scritte verdi, se proprio vi interessa saperlo! E poi lo iodio si prende dal pesce non basta respirarlo e a me il pesce mi fa schifo! Non capiranno mai. Mi sento “L’uomo che cadde sulla terra” con qualche decina di chili in più…non vedo l’ora di tornare a casa. Non faccio il bagno quasi mai, solo quando è calmo e oggi il vento gonfia il mare. Cavalloni bianchi e capre nere, troppi anche gli animali, li amo solo negli hamburger e sulle copertine dei manuali di programmazione. Entro appena sopra le ginocchia . Mi chino per bagnarmi solo gli occhi con le mani, ho brividi di freddo, lonze che bruciano sotto sale e la razionale che ancora si interroga sul perché degli animali sulle copertine dei manuali di informatica. Riapro gli occhi troppo tardi per vederlo in faccia il cavallone che mi schiaffeggia e mi festeggia in toto sbalzandomi in tre mosse il fondo-schiena sull’arena. Mi ritrovo seduto. Tricheco seduto, nome perfetto se fossi nato pellerossa. Ho perso il costume, panico, come esco?  No! Si è agganciato alla lonza sinistra, lo sento, ora la risacca lo tira verso il largo, con l’alluce ustionato lo trattengo, carta vetrata di sabbia e acqua salina sull’ustione. Terzo urlo interiore. Maledetti i pantaloncioni grandi e timidi. Quanto vorrei il coraggio di un bel Lycra attillato. La razionale si aziona narcisistica e nel momento sbagliato: avrei il fisico? La animale la risveglia urlandole che il livello del mare risaccato si sta abbassando troppo in fretta e che bisogna fare qualcosa o i bambini che mi guardano e sghignazzano vedranno il resto del tricheco, forse anche la capretta maledetta, devo rimettere il costume rapido. Con uno scatto trichechino lo tiro su, quasi colpo della strega e sghignazzi cafoncelli. Bene! Stasera me ne torno nel mio bunker su nel freddo nord. Torno all’ombrellone ostentando disinvoltura e capisco dalla traccia traditrice di una vena sulla fronte e la tensione sul viso di chi trattiene un ulteriore riso che Elena, prima di andarsene, ha avuto il tempo di masterizzare tutto il mio show. Questa zotica capra mi studia, interiorizzo guardandola in cagnesco. Lei mi ricambia, i grandi e mielosi fanali neri, con un ultimo sguardo da capra compassionevole sui miei calzini rossi UV e gli insaccati che cerco di celare doloranti nella sabbia bollente. Si incammina verso il lido e mi saluta, la testolina rivolta indietro. A quel punto, immobile, stremato ed ansimante decido vendicativo ed ostinato di studiarle il lato B ondulante e traboccante dai jeans corti e sfilacciati. Tanto non ci sei nel mio concorso! Ma la capra si sa, è più rapida del  tricheco, si gira di scatto e mi tana. Riesco a perdermi il suo riso voltandomi. «È stata la razionale o la animale a scatenare la vendetta?», mi chiedo mentre raccatto le mie cose e cerco gli spicci per la doccia e non li trovo… Non li trovo! Oddio la salsedine! Oddio io odio la salsedine e lo iodio! La odio al punto che non sento più il bruciore delle lonze affumicate. Non metterò la maglietta, no! Morirei di brividi, potrei uccidere il primo che mi si para avendo le lonze insabbiate più il trio nefasto pelle-salsedine-cotone! Ma non posso passare per il lido senza, non ci riesco, mi vergogno troppo del tricheco. Calma, la razionale mi da la soluzione: metti la maglietta fino a che non esci dal lido, poi quando sei alla macchina la togli. Dovrai soffrire solo per cinquanta metri, te la senti? Per forza. Partito. Nel lido dovrei salutare lungamente e convenevolmente Rocco il barista che non sa che me ne andrò stasera e che sicuramente non mi vedrà più tranne che nella foto ferragostiana di amici, cocomeri e salsicce  appuntata dietro il bancone. Ma non ce la faccio, stanno per partirmi smorfie involontarie e rantolii. Saluto passando in fretta, esco e accelero verso la macchina. Mi affretto sulla stradina sterrata cercando di planare con le infradito ad evitare che la polvere, che odio come, anzi molto più della salsedine, mi entri in contatto con i piedi. La polvere. Terrore dei PC e delle schede madri, sottile, perversa nemica di filtri, ventole e pori, soffocatrice del gentil tatto… mentre la mia razionale parte nel poetico, la animale, non abituata a gestire l’infradito a quella velocità, falla. Inciampo in una pietra con la lonza destra, si sfila il blocco dell’infradito la quale si ripiega e per evitare la caduta percorro mio malgrado i dieci metri che mi separano dalla macchina a velocità da centometrista rischiando di impattare violentemente con il capo l’automezzo che paro con la mano. Boato di lamiera. La ammacco. La stupida razionale passa dalla poesia sulle polveri a improbabili fantasie su clausole assicurative in casi anomali. Prendo fiato, apro lo sportello butto tutto dentro e vado per liberarmi del terrifico cilicio salato e cotonato quando odo una vocina alle spalle che mi chiama. È la capretta. Maledetta! Candidamente mi spiega che il motorino non le parte e che le farebbe comodo un passaggio fino a casa . La guardo muto, ancora con le braccia incrociate davanti, congelato nell’atto di  sfilarmi la maglietta  con il piede sull’infradito ripiegata a metà su se stessa. Lei mi chiede se mi sento bene. Sbroglio le braccia rinunciando disinvolto a sfilarmi l’orribile maglietta ed alzo involontariamente l’infradito che scatta lanciandole una nuvoletta di polvere e brecciolini sulle gambe. Noto che è scalza ed emetto una specie di mugolio che lei interpreta come un sì. Allarga di più il sorriso  fa il giro e sale in macchina. Cammina scalza! Mi sento soffocare, mi ritornerà l’asma. Entro in macchina, mi siedo e la guardo. Sorride la capretta. Lei in realtà non sorride, perché ha SEMPRE il maledetto sorriso stampato, non fa che regolarlo. Recito a mente parte del calendario con qualche variante dedicata ad Elena e alla mia poco pronta razionale ed entro anch’io. Partiamo e ho i nervi da salsedine a fior di pelle, tempeste magnetiche si agitano sulla schiena, le lonze cotte e di polvere panate preferisco dimenticarle, vado pianissimo cercando l’immobilità della maglietta malgrado la stradina sconnessa e con la coda dell’occhio vedo la capretta di fianco appoggiata allo sportello già puntata verso di me, le braccia conserte ed il bagliore del suo massimo sorriso attendente. Maledetta capretta dalla bocca larga e la lingua lunga. Sta così per trenta lunghissimi secondi durante i quali io penso a tuffi olimpionici in celesti piscine d’acqua dolce e cascate del Niagara sulla schiena. Capretta rompe il silenzio a bruciapelo: «prima, in spiaggia, mi fissavi il sedere per caso?». Mi prende alla sprovvista, la razionale sta ancora sott’acqua in un lago d’alta montagna e l’unica cosa che riesco a replicare è un «no..» troppo presto e molto poco convinto. «Guarda che anche tu mi piaci. Non te ne sei accorto, fai finta o sei timido?» scodella mentre mi indica di voltare a destra, in una stradina dritta e lunghissima che sembra portare  nel mezzo delle campagne. Quello che mi fa trasalire è il livello di polvere della stradina. Tanta e bianca, tantissima polvere bianca e finissima. La razionale, vista la situazione, ha già formattato le tre opzioni a tranello proposte da capretta, ma lei deve aver scelto al posto mio per la terza, perché leggo nel suo sguardo un misto di speranza ed attrazione. La polvere mi insegue. Raziona razionale! Guardo nel retrovisore e vedo una tempesta creata dagli pneumatici che ci rincorre ed avvolge già per metà l’automezzo. Capretta mi chiede se mi sento bene. Accelero pensando di evitare di esserne sommerso ma in questo modo, prendendo dossi e buche  aumento i sobbalzi e lo sfregamento cotone-salsedine sulla pelle. Smorfie involontarie attirano la sua attenzione già incentrata solo su di me. Ma non guarda mai dal finestrino? Capra selvatica! Lei mi domanda di nuovo se mi sento bene. Sudato, in preda al panico da tempeste di polvere e orrori tattili di sabbia e salsedine mi scappa automatico un: « Io odio la salsedine e lo iodio.». Scoppia a ridere: «Ma come parli?!? Sembra uno scioglilingua!». Basta! La odio! Ed è anche piena di salsedine la capra! Contrasta con tutto quel bronzo. Ma non le da fastidio? Evidentemente no! Evidentemente è abituata la capra selvatica, va pure scalza. E poi come si permette? Le avrei guardato il sedere? Io? Io di certo no, è stata la razionale. Mentre la odio internamente lei sta cimentandosi nello scioglilingua da me creato: « Io odio la salsedine e lo iodio…Io odio la salsedine e lo iodio…Io odio….». Non resisto, e la attacco:«Siiiii!!! Gli scioglilingua, sai…. come «Sopra la panca la CAPRA campa sotto la panca la CAPRA crepa…». Stavolta non me la perdo, voglio proprio vedere se lo perde anche solo un istante quel sorriso perenne. Lo perde per un fotogramma la maledetta. Poi, come se fosse stata illuminata da una incredibile rivelazione mi fa: «Lo sai che alle capre piace tanto il sale?». Non faccio in tempo ad afferrare il senso che lei spegne il sorriso, afferra il mio braccio destro staccandomi la mano dal volante, lo alza, tira fuori la lingua e lo percorre dalla spalla al gomito. Io inchiodo. La risacca di polvere bianca e fine ci avvolge. Tutto diventa bianco ed abbagliante tranne lei, la nera capretta  che lascia il mio braccio e mi solleva la maglietta. Quasi perdo i sensi mentre la sento lenta e decisa lavarmi e levarmi  la salsedine di dosso. È energica, sicuramente è più forte di me, il suo corpo abbronzato ed anoressico contrasta e affonda puntuta nel mio, impasto bianco di pane salato la accoglie morbido e abbondante. Razionale non capisce come fa a denudarmi seduto. Non capisce come lei è già nuda, si muove con cauta destrezza in uno spazio tanto piccolo, perfetta nei tempi, i movimenti. Cercando i punti d’appoggio come una saggia e nerboruta arrampicatrice continua a lavarmi il sale di dosso al rallentatore. Io lascio fare, lascio entrare la polvere dal finestrino mentre la donna capretta-ragno si prende avidamente e lentamente tutto il suo salato piacere. La razionale sentendosi inutile è uscita a fare una passeggiata e la animale, come un musicista incompreso represso,  si accaparra  finalmente tutta la scena impossessandosi dello strumento a corde vocali. Libero degli ululati che sfociano in riso incontenibile. Posseduto da quel misto tra solletico e godimento immenso mi sento mutare in un lupo allegramente ubriaco che completata la trasformazione smaltisce la sbronza ed è già mannaro. Come un automa passo all’azione. Blocco la capretta prendendola per i fianchi, la sollevo con una forza che non sospettavo d’avere e la pianto deciso sopra me. Lei mantiene un attimo la rigidità, poi sembra svenire, diventa morbida adagiandosi, la testolina con i capelli corti pungendomi il collo e sulla spalla. Scopro quanto è buona la salsedine, mentre lei comincia a muoversi lentamente. Un paio di ore dopo siamo in mare, appena dopo il tramonto, immersi a fare le stesse cose che in macchina incuranti degli schiaffi dei cavalloni. La razionale ormai sarà a casa, lassù, al buio, aspettando che io apra la porta del bunker ed accenda il pc. Avrà molto da aspettare perché io ora amo la salsedine, amo lo iodio e, la polvere… non esiste.

Aspanu e Sciabè

Questo racconto è del 2011, due grandi amici vanno a pesca come d’abitudine ma la loro amicizia verrà spezzata da una sorpresa. 

Alfio e Loris camminano uno fianco l’altro come sempre, come quasi ogni sera, con le canne da pesca in mano e gli zaini lungo la stretta via bianca e farinosa che inerpicandosi porta alla scogliera, calpestando passo dopo passo l’evanescenza delle loro lunghissime ombre proiettate dal tramonto appena avvenuto alle loro spalle. Alfio è del posto, figlio di  pescatori.  Loris invece, come ogni anno, è lì per trascorrere le vacanze estive con la famiglia, commercianti lombardi. Entrambi sono ventenni. Alfio è alto, magro, scuro di capelli, occhi e carnagione, scuro anche nel viso. Più che scuro si direbbe pensieroso. Parla poco, ma quando parla per Loris è uno spasso, è cinico ed arguto, ha dentro quell’anziana saggezza che lo fa tanto ridere. Lo sfotte dicendo che gli sembra nato al contrario. Nato morto, morirà neonato.
Loris è un po’ l’opposto. È pimpante e logorroico, basso, tarchiato, biondiccio, carnagione chiara e lentiggini. Il sorriso pressoché sempre stampato.

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Alfio, per rispondere alle sue provocazioni, dice a Loris che è come una cicala: così intenta a bearsi del suono che emette, che non smetterebbe mai di frinire, nemmeno nell’attimo in cui un discolo gli infilasse una pagliuzza di fieno nel di dietro, per divertirsi a vederla volare via così goffamente addobbata. Una volta, quand’erano più piccoli, appena conosciuti,  Alfio gli aveva mostrato quel giochetto sadico. Loris, incredulo, aveva visto zigzagare maldestramente e sparire contro il sole la cicala disperata e  frinente, con una lunga pagliuzza secca infilata su per il dorso. Loris però sa bene, ormai, come sfilare parole al taciturno amico. Gli basta parlare del sud come lo fa qualcuno del  nord. Suo padre è un nordista devoto e lui per alcuni versi lo segue. Mancano circa cinque minuti di cammino prima di arrivare alla scogliera, decide di rendere Alfio logorroico e quindi gli fa: «Sai? Mio zio è arrivato oggi con l’aereo da Milano per venire a trovarci,  ha detto che dall’alto, prima di atterrare, sembra tutta così ordinata quest’isola… Poi quando è sceso si è reso conto dell’illusione ottica che può causare la distanza di osservazione: anche una baraccopoli o dei mucchi di immondezza, visti dall’alto, possono sembrare puliti e ordinati. Poi da vicino… tutta un altra storia! ». Alfio capisce l’antifona e rimane muto per un po’, mentre l’altro si lascia sfuggire qualche piccola pernacchia di riso mal contenuto,  infine rompe il silenzio: «Molti di voi del nord, trattate il sud come alcuni di quelli che vanno con i transessuali: li disprezzate, prima e dopo che ci siete stati, non commentate mai il “durante” ma ci tornate sempre. Chissà perché? Siete solo una piccola branca di avidi, paurosi e grigi commercianti repressi!!!». Loris scoppia a ridere e gli dà una sonora pacca sulla spalla, strappandogli un ghigno. Sono quasi arrivati alla postazione di pesca, abbandonano la stradina che fiancheggia  la scogliera per discenderla attraverso un piccolo sentiero fatto di massi  fino a raggiungerne uno enorme, levigato e  piatto, ad un metro sopra il mare. Comincia a fare scuro anche se ci si vede ancora abbastanza bene per poter sistemare a terra le cose ed attrezzare le canne da pesca senza l’aiuto delle pile. Finalmente sono seduti, uno fianco all’altro, i galleggianti in acqua con su gli stecchini fosforescenti e le gambe penzolanti  sul mare. Loris, come sempre, continua a parlare praticamente da solo di qualsiasi cosa gli passi per la mente. Ad  Alfio comunque piace ascoltarlo. Gli piace il tono della sua voce e, di tutte quelle parole ormai, ha imparato a discernere quelle interessanti e filtrare quelle inutili riuscendo a pensare ad altro, ascoltandole come fosse il suono piacevole di una flebile radio in sottofondo o la placida telecronaca pomeridiana di un noioso incontro di tennis. Quella sera la luna è quasi  piena. Si vede bene tutta la baia, il mare calmo riflette il bagliore lunare, le piccole luci gialle di imbarcazioni sparse qua e là e quelle delle costruzioni e dei lampioni lungo la costa, ogni tanto il flash di qualche auto nel prendere una curva. Alfio, lo sguardo perso all’orizzonte, interrompe la logorrea di Loris: «Vedi quello scoglio in mezzo al mare laggiù?». «Si, lo scoglio degli amanti», e allora?». «Guarda come si vede bene stasera… sai perché si chiama così?». «No, immagino per via della forma, anche se non ce li vedo proprio due amanti.». «Allora guarda bene, non ti sembra una barca con due corpi? Due corpi abbracciati sopra?». «Insomma, forse sì, con un po’ di immaginazione…magari è il punto di vista che conta, sai che…». «Ti ho chiesto se sai perché lo chiamano così.» «No. Non lo so. Perché?». «È una lunga storia, un ricordo arricchito e mutato in leggenda a furia di essere tramandato per qualche generazione dalle nonne e i vecchi pescatori del posto, se vuoi te la racconto.» «Tu che racconti una lunga storia?! Caspita! Non me la perderei per nulla al mondo!!! Mi dovevo portare un registratore. Sei sicuro che sarà lunga? Conoscendoti ne avrai al massimo per un minuto e mezzo! È impossib…». «D’accordo! Se stai zitto un attimo ci provo! Va bene?». Loris ammutolisce con un “ok” sghignazzante. «Si chiamavano Aspanu e Sciabè.» «Chi, gli amanti? Ma che razza di nomi son…». «È una leggenda! Vuoi starmi a sentire? Si o no? Se non ti va mi fermo qui e buonanotte!». «No, no! Continua! Ora sono curioso! Ascanio e Scia…che? E allora?». Alfio sospira, prende una pausa e continua: «Aspanu e Sciabè erano i loro nomi. Aspanu era alto, un po’ ingobbito, magrissimo e taciturno, dietro l’apparenza esile celava  una forza incredibile, era  mastro d’ascia e fabbro, costruiva e riparava barche, forgiava attrezzi di ferro ed era sposato ma senza figli. La moglie aveva sempre partorito prematuramente e ormai non c’era più speranza, era stato un matrimonio di convenienza e se già all’inizio non avevano molto da condividere ormai non si parlavano più da tempo, anche se vivevano sotto lo stesso tetto. Sciabè invece aveva un carattere espansivo, era sempre sorridente, il corpo minuto, sodo e tondeggiante. Veniva da fuori, aveva ereditato una piccola casetta in campagna da uno zio deceduto e viveva lì insieme ad un unico figlio. Poi, un giorno, suo figlio era emigrato in cerca di fortuna e adesso viveva in solitudine. Raramente riceveva da lui una lettera che, poiché analfabeta, doveva farsi leggere da qualcun altro.  Coltivando la terra e allevando pollame, qualche pecora e una sola mucca, riusciva a tirare avanti vivendo dei suoi prodotti e vendendoli al mercato del  villaggio e di quelli più vicini. Aveva anche un forno a legna con cui faceva un pane delizioso che tutti adoravano: il famoso pane di Sciabè.» «Ah! Ora ricordo dove ho sentito questo nome! Lo conosco! Mamma lo compra ogni tanto! È buonissimo! Specialmente se lo metti al forno e poi ci metti l’ol…». «Posso continuare?». Loris sghignazzando: «Uh scusa, non volevo interromperti… vai, vai, sto zitto, muto. Vai!». «Aspanu e Sciabè si erano amati, già solo con lo sguardo, dalla prima lontana volta in cui  i loro occhi si erano incontrati ma, soprattutto per via della rigida timidezza di Aspanu, non si erano mai avvicinati più di tanto, inoltre il villaggio contava pochissime anime e tutti vedevano e sapevano tutto di tutti. Aspanu era molto intelligente, cupo e riflessivo, era sempre chiuso nella sua bottega. Raramente la sua fucina era spenta ed oltre a costruire e riparare barche, lavorava il ferro mirabilmente. Aveva creato utensili ed anche diverse piccole invenzioni che erano state utili agli abitanti del villaggio. Si dice addirittura che sia stato lui il primo inventore del meccanismo del verricello.» «Scusa l’ignoranza Alfio, ma a che serve un verricello?». «Vedi il mulinello della canna che hai in mano? Ti serve per tirare su i pesci quando abboccano. Beh, più o meno la stessa cosa, serve a tirare pesi con l’aiuto di una semplice leva.» «Cavolo!! Se Aspanu avesse potuto brevettarlo sarebbe potuto scappare in un isola fiscale con Sciabè e sarebbe diventato multimilion…». Alfio lo blocca con un occhiataccia e continua: «Aspanu amava anche pescare ma più che altro era un passatempo per lui, guadagnava già abbastanza con la sua bottega, quindi quando ci andava preferiva restare sotto costa, vicino alla scogliera. Non era un buon nuotatore, anni di lavoro nella bottega gli avevano indurito i polmoni ed accorciato il fiato e in più aveva  un gran timore del mare aperto. Il mare, quando era ancora  bimbo, gli aveva strappato via il padre. Il muro grigio e silenzioso formato dalla folla sul molo resistere al vento sotto il cielo scuro. Un muro rapidamente demolito, a tratti, dagli impeti e le grida strazianti di sua madre, ricostruirsi lentamente, fino a  chiuderla di nuovo in una cinta di compassione mormorante. Il volo raso della procellaria sfiorare fulmineo ed incurante vertiginose pareti di onde nere seguita dall’eco del suo stesso grido, quel grido vagamente umano, quasi a fare il verso cinica e beffarda alle urla di sua madre. La vista di quel mare impetuoso ed impietoso verso quel puntino scuro che era  il suo forte e  invincibile papà che sfocava laggiù, appena sotto la linea di un orizzonte cupo e  indefinito. Queste immagini gli si nascosero dentro per il resto della vita. Quando usciva con il suo piccolo gozzo da pesca, Aspanu,  gettava l’ancora a qualche metro dagli scogli, calava qualche lenza e raccoglieva frutti di mare. Andava in immersione solo brevemente, a volte, per provare a catturare qualche polipo, per prendere qualche ostrica o qualche riccio di mare. Qualcuno racconta che si era costruito una specie di maschera subacquea fatta di legno, pece e frammenti di vetro. Con il tempo aveva imparato a conoscere palmo a palmo tutta la scogliera della baia. Un giorno, mentre era fuori per pescare, entrò con la barca nella grotta del diavolo, quella stretta e lunga che sta più avanti, qui vicino, dove la costa si alza a picco sul mare.». «La conosco! L’estate scorsa zio ha affittato un gommone e ci siamo entrati dentro, l’ingresso è un po’ basso e quando c’è l’alta marea o il mare mosso è meglio non provare ad entrarci secondo me…». «Esatto! Proprio quella. Aspanu ci era entrato con la barca quel giorno e, nell’atto di calare una lenza, guardò distrattamente la parete di fondo. Verso il basso, dove la volta discendeva dando alla grotta  l’impressione di dover terminare, notò quella bassa e scura apertura della larghezza di una barca ed alta circa tre palmi a cui non aveva mai prestato particolare attenzione. Incuriosito, posò la lenza, si immerse, nuotò verso quella direzione e vide che l’arco creato dall’apertura continuava per qualche metro prima di perdersi nell’oscurità. L’acqua in quel punto era ghiacciata. Tese l’orecchio nell’antro. Gli parve di sentire un leggero scroscio continuo, come di acqua corrente, ma non era sicuro, poteva essere un eco particolare creato dal movimento del mare attraverso gli anfratti semi sommersi da qualche parte nella grotta. Ebbe la sensazione, o forse un illusa speranza, che oltre quel cunicolo potesse esserci un altra grotta. Una grotta nella grotta. Ma era impossibile entrarci con la barca, era troppo bassa e profonda, l’idea di avventurarsi a nuoto in quel ventre buio e ghiacciato gli dava i brividi. Quella specie di bassa gola lunga e oscura, però, lo attraeva più di quanto lo intimorisse. Gli venne un idea. Ritornò subito alla bottega e si mise al lavoro per tutto il giorno e tutta la notte. Aspanu ritornò all’alba del giorno dopo nella grotta del Diavolo con degli attrezzi. Gettò l’ancora , si accostò su un lato e  legò la barca saldamente allo sperone di uno scoglio. Stando in piedi, cominciò a colpire energicamente la parete con martello e scalpello. Dopo qualche ora aveva piantato nella roccia due grossi anelli di ferro che aveva forgiato durante la notte, distanti quasi quanto la lunghezza della barca e tutti e due alla stessa altezza. Lo stesso fece sulla parete opposta. Poi stremato dalla fatica e dalla notte insonne tornò a casa. Il giorno dopo era di nuovo lì. Aveva creato un foro chiuso da un grosso tappo a leva sul fondo del gozzo e, avvicinatosi al cunicolo in fondo alla grotta del Diavolo, lo sbloccò cominciando ad imbarcare acqua. Quando la barca fu immersa nel mare quel tanto da poter passare sotto l’arco misterioso senza toccarne la volta, Aspanu tappò il foro, tolse l’ancora, si sdraiò nella barca semi allagata appoggiando le spalle e la testa sulla traversa a prora e le gambe su quella a poppa. Poi, con l’aiuto di un remo, puntandolo sul soffitto della grotta che in quel punto era abbastanza bassa, si avvicinò con la prora al cunicolo, dandone le spalle all’ingresso. Quando ci fu sotto con il viso, ritirò il remo e cominciò a far forza con le mani sulla volta rocciosa per spostarsi con la barca all’interno del ventre oscuro. Dopo diversi metri si ritrovò quasi completamente al buio. Così sdraiato, distingueva a malapena la silhouette dei suoi piedi contro la debole luce ormai lontana e intermittente della grotta del Diavolo, il fiato sospeso dalla paura di rimanere incastrato e morire in quel cunicolo angusto. E così fu, si era incastrato! Anche se al buio, intuì facilmente che doveva essere una prominenza della roccia che bloccava la punta della prora. Cominciò a tossire convulsamente. Preso dal panico, cercò di calmarsi. Chiuse gli occhi, trattenne il respiro e come senza volerlo gli apparve lo sguardo profondo di Sciabè, poi le sue labbra generose distendersi in sorriso. Rilasciò i polmoni e cominciò a respirare piano e regolarmente. Ripresosi, puntò le mani sulla volta del cunicolo e diede una forte spinta con la schiena cercando di spingere in basso e verso l’uscita la barca per disincagliarla. Dopo diversi tentativi riuscì, sudato e spaventato, ad esserne fuori. Una volta uscito, portò la barca al centro della grotta del Diavolo, fece passare quattro catene negli anelli di ferro che aveva incastonato nella roccia il giorno prima, e si mise all’opera per sollevare la barca dall’acqua tramite quattro pesanti e rozzi verricelli di ferro battuto che aveva forgiato, montato e poi  fissato paralleli agli estremi delle due traverse di seduta. Prima si sedé al centro della traversa a poppa. Vi incastrò  le gambe al di sotto puntando i piedi sul fondo della barca. In quella posizione, sbloccò di nuovo il tappo, afferrò le leve dei due verricelli ai suoi lati e le spinse cominciando a sollevare lentamente metà della barca, stando attento a dosare l’inclinazione per evitare che l’altra metà si immergesse, col rischio di imbarcare acqua. Funzionò. Spostandosi da una traversa all’altra e azionando a coppia i verricelli, in breve tempo sospese la barca al centro della grotta del Diavolo, si alzò in piedi e ne carezzò soddisfatto l’alta volta ormai a portata di mano, poi guardò in basso, fiero di sé,  il mare domato. L’acqua vi scrosciava  dentro  strafottente, fuoriuscendo dal foro sul fondo e rimbombando fragorosa nella grotta. Infine chiuse il foro, calò la barca, ritirò le catene e remando tornò veloce alla bottega. Non si diede per vinto, sentiva che quella che aveva toccato non doveva essere la fine di quel cunicolo. Ci furono giorni di mare grosso ed Aspanu non stava nella pelle dalla voglia di ritornare alla grotta del Diavolo. In quei giorni di pausa insofferente, si recò al mercato per cercare una spessa e lunga fune, dei grossi stoppini e dell’olio da lampada. Si incontrarono di nuovo. Nonostante avesse già acquistato ciò che gli serviva, Aspanu continuò a girovagare per il mercato senza meta, solo per poter osservare di tanto in tanto Sciabè dietro la sua bancarella, incrociarne gli occhi e nutrirsi l’anima con la vista del suo viso solare. Infine non resse più l’emozione, il fiato cominciava a mancargli e tornò suo malgrado alla bottega. Sciabè lo seguì con lo sguardo fino a vederlo sparire con quella grossa fune stretta tra le mani e, quella notte, si svegliò in un bagno di sudore, preda dell’eccitazione. Aveva sognato di far l’amore con lui sopra una grande matassa di funi che passavano ruvide su tutto il suo corpo morbido, carezzandolo e a tratti costringendolo, dolcemente e  lentamente. All’alba del primo giorno di mare calmo, Aspanu, sempre più deciso a scoprire cosa nascondeva quel passaggio apparentemente cieco, ritornò alla grotta del Diavolo. Ripeté le stesse operazioni, sbloccò il tappo dal fondo e allagò la barca. Prima di sdraiarcisi dentro, accese e pose una piccola lampada ad olio sulla prora. Quindi si distese ed entrò di nuovo nel cunicolo. Arrivò fino al punto dove si era incastrato e, come aveva messo in conto, toccò la roccia. Grazie alla lampada, inclinando la testa all’indietro, vide lo spessore che bloccava il passaggio della prora. Lo studiò al tatto passandoci le mani intorno, le braccia allungate dietro la testa. Era ampio ed occupava tutta la larghezza del cunicolo, ma dietro aveva sentito il vuoto, era come una grossa cortina. Tirò fuori mazzetta e scalpello che aveva avuto cura di tenere a portata di mano e, anche se in una posizione pressoché impossibile, cominciò a cercare di scalfire quell’ostacolo. Dopo qualche interminabile ora, sudando freddo, tra mille difficoltà, bruciandosi spesso con la lampada ed anche rischiando di farla cadere ed incendiarsi, il suo picchiettio fu interrotto dal tonfo di un grosso pezzo di roccia sulla prora che schiacciò la lampada ad olio, per sua fortuna spegnendone la fiamma. Al buio assoluto, con la sensazione orribile di essersi creato una tomba con le proprie mani cominciò disperato,  e senza vedere, a colpire e a spingere  la scheggia di roccia per  liberare la barca. Finalmente la sentì andare e cadere in acqua con un tonfo, al di là della prora. Il suo viso sfinito di fatica e di paura fu subito  illuminato da un lieve bagliore. Si spinse sotto l’apertura ancora per qualche attimo e finalmente se ne trovò fuori a mezzo busto. Dall’altra parte, anche se avvolto nella penombra,  gli apparve uno spettacolo incredibile. La nuova grotta, nascosta nella grotta del Diavolo, aveva una volta altissima, era molto profonda ed abbastanza larga per passarci comodamente con due barche come la sua affiancate. Sulle pareti, gli scogli creavano delle forme contorte e fantastiche, come opere di uno scultore folle. Dalla volta scendevano stalattiti minacciose ma stupefacenti, gli sembrarono tante statue di Madonnine preganti a testa in giù. Dall’alto della parete di fondo, da un crepaccio, filtrava un unico raggio di luce che illuminava l’infrangersi di una cascatella d’acqua sorgiva su irregolari gradini neri di roccia vulcanica, ne seguiva la discesa e ancora, più in basso, il fluirne rapido a scivolare e  mescolarsi con l’acqua di mare, in una penombra palpitante e silenziosa. Quel lieve scroscio d’acqua che aveva sentito giorni prima. Rimase estasiato ad osservare quelle meraviglie in silenzio qualche istante, sdraiato nella barca semi sommersa. Poi, con il cuore in gola per quella scoperta, rientrò a casa. Il giorno dopo, vedendo il mare calmo ripartì, entrò nella grotta del Diavolo allagò la barca e sparì nel cunicolo. Stavolta aveva creato due larghi e bassi ripiani, a prora e a  poppa, dove aveva stipato diverse cose. Una volta dentro la seconda grotta gettò l’ancora. Accese una torcia e avvicinandosi ad una parete la incastrò tra gli anfratti. Si arrampicò e cominciò a piantare quattro nuovi anelli di ferro nella roccia come aveva fatto nella grotta del Diavolo. Dopo ore di lavoro aveva finito. Passò le catene negli anelli e sollevò la barca con i verricelli, lasciandola sospesa a finire di svuotarsi. Poi, arrampicandosi sulle pareti aiutandosi con la fune, cominciò a trovare delle conche adatte a contenere dell’olio da lampada che aveva trasportato in bottiglie e a versarcelo dentro. Vi immerse gli stoppini e li accese uno per uno. In poco tempo la grotta fu illuminata a giorno. Fu uno spettacolo talmente forte che cadde seduto bocconi sulla barca sospesa. Tutta la grotta aveva preso una luce d’oro che sfumava a perdersi verso su, negli angoli acuti più oscuri. Miriadi di riflessi si formavano sulle rocce e le stalattiti al mutar forma delle fiammelle. Si riusciva a vedere perfettamente il fondo sotto il mare limpido, roccioso, anch’esso fantasioso nelle forme, dovevano essere cinque o sei metri di profondità. Vide piccoli abitanti muoversi, affacciarsi incuriositi per poi tornare a nascondersi, un bellissimo grosso polipo danzante spostarsi calmo da una roccia all’altra,  branchi di pesci multicolore  balenanti apparire e sparire, minuscoli occhietti luminosi spiarlo a tratti, come tante stelline cadenti. Era pieno di ricci e grossi frutti di mare, dovevano essere ostriche. Nel silenzio assoluto, appena scalfito dal leggero scroscio della cascatella, gli sembrò di udire una musica lontana, come una specie di melodia composta da una sola nota, con una cadenza ritmica abbastanza regolare da sembrare opera di un musicista. Guardò verso un piccolo anfratto vicino l’entrata della grotta. Quel suono particolare gli sembrava provenire da lì. Si immerse e si avvicinò nuotando. Il mare, con il suo lento movimento, penetrando attraverso uno scoglio di lava contorta e bucherellata, ne soffiava l’aria all’interno creando quella dolce, monotona e al contempo perfetta composizione. Nei giorni successivi Aspanu trasportò tante altre cose nella sua grotta. Portò delle assi di legno che appoggiava sulla barca sospesa in modo da creare un piano ed anche dei cuscini. Passava intere giornate a riposare in quel paradiso. Ogni tanto si tuffava per prendere un ostrica, aprirla e berla per poi continuare a riposare, ammirando le splendide stalattiti preganti a testa in giù, sopra di lui. L’acqua della cascatella era dolce e ghiacciata. Ci si sedeva sotto per tuffarsi, subito dopo, in quella salata che anche essendo fredda sembrava calda al confronto.  Mancava qualcosa.  Sdraiato tra i cuscini il suo pensiero andava sempre a Sciabè. Quanto avrebbe voluto la sua compagnia  in quei momenti. Si rese conto che durante i momenti più difficili nel realizzare quell’impresa non aveva pensato che a Sciabè. Forse era grazie a Sciabè e per Sciabè che aveva fatto tutto questo. Sì, era così. Venne Agosto e Aspanu decise che avrebbe portato Sciabè nella Grotta Paradiso. Così l’aveva chiamata. Ed il cunicolo era il Purgatorio. Loris che è rimasto incredibilmente muto fino a quell’istante, catturato dal racconto di Alfio, esplode: «AH! Ora la storia si fa molto interessante! C’è la parte a luci rosse? Le ostriche….Eh?». «E smettila scemo! Lasciami finire. Aspanu non sapeva come accostare Sciabè. Era timido e a parte mantenere per un po’ il suo sguardo e ad arrossire non riusciva a fare altro. Si scervellò per trovare una soluzione e alla fine la trovò. Tornò in bottega e si mise a disegnare con del carbone su un pezzo di tela. Aspanu sapeva che Sciabè fosse analfabeta. Quindi cominciò a tracciare una mappa della baia: il tragitto e la sua barca con un puntino sopra fino ad una cala che era poco distante dalla casa di Sciabè, poi il tragitto della barca con due puntini sopra fino alla grotta del Diavolo e una rappresentazione grezza di un nascondiglio sconosciuto a tutti tranne che a lui. Quella era la parte che gli riusciva più difficile, come poteva renderla con un disegno? Infine si rassicurò, pensando che in fondo poteva sembrare una semplice gita notturna in barca. Per indicare l’ora e il giorno Aspanu usò i numeri romani perché immaginava che Sciabè, vivendo anche di commercio, sicuramente i numeri li conosceva. Dopo tanti tentativi e tele bruciate, arrotolò la stoffa e la infilò in una bottiglia di vetro scuro, infine vi versò dell’olio e la tappò con un sughero. Il giorno dopo, sapendo che Sciabè avrebbe portato la bancarella in un paese vicino, vi si recò stringendo in mano la bottiglia. Giunto al mercato, fece finta di studiare titubante la merce sulle bancarelle fino a che non fu davanti a quella di Sciabè che,  vedendolo arrivare, aveva  già sfoderato il suo splendido e largo sorriso. Aspanu aveva notato  quell’improvviso rossore sul suo viso, cosa che gli aveva aumentato i battiti cardiaci quantomeno del doppio. Gli si parò davanti e, non riuscendo a reggere più di tanto il suo sguardo, afferrò una pagnotta dalla bancarella con una mano porgendo la bottiglia d’olio con l’altra a Sciabè, riuscendo a fissarne solo le  labbra. Sciabè, normalmente non avrebbe mai accettato un pagamento tramite baratto dal primo venuto senza neanche chiedere cosa ci fosse dentro quella bottiglia ma, in quel caso, intuì le intenzioni e rimase in silenzio. La prese così lentamente che Aspanu fu sicuro di sentire il suo calore attraverso il vetro. Rosso come una pesca matura, riuscì a sagomare un rapido ghigno e si girò sui tacchi allontanandosi stringendo forte sotto il braccio la pagnotta ancora calda che scricchiolò fragrante sotto la sua terribile impacciata morsa. Sciabè rimase a seguirlo con lo sguardo intontito, fino a distoglierlo verso qualcuno che ormai, dopo l’ennesima volta, invocava a squarciagola il prezzo di qualcosa. Rispose il prezzo stizzendo e  rivolse di nuovo lo sguardo nella direzione di Aspanu ma lui era sparito. Riuscì a intravedere qualche briciola a terra, tra i piedi dei passanti, sorrise. A casa, Sciabè svuotò febbricitante la bottiglia ed estrasse la tela intrisa d’olio per distenderla sul tavolo. Una calda notte d’agosto illuminata da una grossa mezza luna, prima di mezzanotte, Aspanu uscì piano dal letto e poi di casa. Si mise in barca e remò fino alla cala dove avrebbe dovuto prendere Sciabè. Arrivò ed era deserta. In fondo se lo aspettava. Come poteva sperare che qualcuno potesse prendere sul serio tutta quella follia? Quindi rimase a guardare ansioso la riva per qualche minuto, poi,  pentito e sentendosi un fallito, cominciò a remare per tornarsene a casa. Dopo soli due colpi di remi verso il mare aperto fu investito da una spruzzata d’acqua sulla schiena, seguita da un’armoniosa risata. Sciabè era in acqua, che nuotava dietro la barca. Aspanu, con gli occhi luminosi, ridacchiando emozionato ed impacciato, issò Sciabè sulla barca come fosse un filo d’alga, depose quel tesoro delicatamente sulla traversa di poppa e cominciò subito a remare verso la grotta del Diavolo come un forsennato. Sciabè cominciò timidamente a porgli domande ma Aspanu continuava a remare energicamente sorridendo, senza mai parlare, al punto che Sciabè, quando le sue domande si fecero insistenti senza mai ricevere risposta, fece la mossa di buttarsi in acqua ma, Aspanu pronto, mollò di scatto i remi e afferrò saldamente i suoi polsi dicendo: «Se adesso vieni con me, tu vedrai il Paradiso.». Sciabè resisté per un attimo, poi si perse negli occhi lucidi e folli dalla passione di Aspanu, si perse nella sensazione della  incredibile quantità di forza residua  nascosta e perfettamente dosata di quelle enormi mani strette intorno ai suoi polsi. Si rilassò sulla traversa lasciandosi trasportare dondolante verso il largo, gli occhi semichiusi ed un beato sorriso. Aspanu, vedendolo, raddoppiò senza accorgersene la forza delle sue vogate. Giunti nel buio della grotta del diavolo, sbloccò il tappo e la barca cominciò ad allagarsi sotto lo sguardo spaventato di Sciabè che ora, quasi nell’oscurità, sentendo l’acqua fredda salire sui piedi, aveva perso il suo sorriso.  In trappola fra l’attrazione, la curiosità, l’oscurità e lo sgomento di non aver capito una parte del disegno di Aspanu sulla tela intrisa d’olio, non riusciva più ad emettere alcun suono. Lui sembrava un pazzo in quel momento ma ormai sentiva che non avrebbe più avuto la forza di scappare. A quel punto, Aspanu, accorgendosi finalmente dell’agitazione di Sciabè dal suono del suo respiro affannato, si rese finalmente conto che doveva condividere ciò che stava facendo. Prese una piccola lampada ad olio, l’accese e la pose a prora, dietro di sé. Poté vedere così il viso inquieto di Sciabè che invece vide la magra silhouette di Aspanu,  cominciare timidamente a dettare le operazioni e le regole per passare dal cunicolo Purgatorio dentro grotta Paradiso. Quando la barca fu immersa al punto giusto, bloccato il tappo, invitò Sciabè a sdraiarsi al suo fianco. Entrarono nel cunicolo. Sciabè, con gli occhi serrati dalla paura, avvinghiò la mano di Aspanu che, per poter avanzare,  continuò a spingere sulla volta con una mano sola. Arrivati quasi dentro, Aspanu, prima che Sciabè potesse vedere qualcosa, sussurrò qualche parola sfilandosi fuori dalla tasca un pezzo di tela nera. Sciabè sentì le sue mani veloci intorno alla testa e il contatto della tela sopra gli occhi. Poi al buio pesto, con la pelle d’oca, ascoltò prima il tonfo dell’ancora, poi rumori di catene, dopo un po’ si sentì sollevare con la barca, prima a prora e poi a poppa, sentì l’acqua abbandonarle i piedi e scrosciare sotto la barca rimbombando nella grotta, quindi avvertì come un bagliore crescere dietro gli occhi coperti, infine sentì le mani di Aspanu allentare la stretta della benda e finalmente vide il Paradiso. Aspanu aveva acceso tutte le lampade create nelle varie conche tra le rocce. Era davvero il paradiso. Mentre lui raccontava tutta la sua impresa e descriveva i particolari di grotta Paradiso, Sciabè ammirava, in silenzio, tutte quelle meraviglie. Aspanu, quindi, prese le assi e cominciò a montare il piano sulla barca ma non prese i cuscini, che aveva nascosto dentro una sacca in un anfratto. Timido, si decise a farlo quando Sciabè, dopo tanto che parlavano, cominciò a spostarsi spesso, manifestando l’insofferenza del suo povero fondo schiena a quel piano di legno duro. Restarono tutta la notte a parlare osservando le Madonnine appese pregare all’ingiù, ad immaginare soggetti nelle forme bizzarre delle rocce sulle pareti e a studiare la vita degli abitanti della grotta guardando il  fondo, sdraiati sui cuscini e affacciati con la testa all’ingiù. Ad un certo punto, mentre erano sdraiati in silenzio e finalmente cominciavano a sfiorarsi le mani, Sciabè sentì quella lieve melodia di una sola nota creata dal mare soffiante nella roccia lavica di cui Aspanu non aveva ancora parlato e cominciò ad improvvisarci sopra, armonizzandola con la voce. Aspanu rimase incantato ad ascoltare finché non smise sorridendo. Implorò affinché continuasse e Sciabè si accorse che aveva la guancia rigata da una lacrima. Lo guardò teneramente e riprese a cantare. Continuarono a sfiorarsi e a parlare tutta la notte finché non intravidero un barlume dell’unico raggio di luce che entrava in grotta Paradiso e capirono che era quasi l’alba. Partirono di corsa dandosi un nuovo appuntamento. Era la metà di agosto, la luna quasi piena ed il mare una grande tavola. Aspanu arrivò verso mezzanotte alla cala di Sciabè che stavolta lo aspettava sulla riva con una sacca piena. Aveva portato del vino, pane e delle cose da mangiare. Già quando furono nel purgatorio, mano nella mano, alla fievole luce della lampada di prora si guardarono ed esplose la passione, cominciarono a baciarsi avidamente nel Purgatorio e quando Aspanu riuscì a fatica a trasportare la barca nel Paradiso non poté iniziare le solite operazioni, scivolarono avvinghiati in acqua, Sciabè fece in tempo ad afferrare la fune e ad avvolgerla freneticamente intorno ad Aspanu stingendoselo a se, fecero per la prima volta l’amore, contro le rocce, incuranti dell’acqua gelida e dell’oscurità, unica luce la piccola lampada posta sulla prora. Tempo dopo erano sdraiati insieme, nudi, sul talamo sospeso a riprendere fiato sotto il colore dorato delle torce. Sciabè tirò fuori dalla sacca il suo famoso pane ed il suo vino, Aspanu si tuffò per prendere delle grosse ostriche e qualche riccio di mare. Si rifocillarono e ripresero a far l’amore, stavolta più dolcemente. Sciabè si abbandonò nell’ampio e lento gorgo dell’immensa forza teneramente dosata di Aspanu. Lui si sentì come un delfino che nuota senza meta, volando fuori in una brezza tiepida e rituffandosi dentro in un oceano caldo, senza avere più timore di quel mare aperto che, un giorno, aveva inghiottito suo padre. Si addormentarono e Aspanu fece un sogno che poi raccontò a Sciabè. Facevano l’amore precipitando in un pozzo che attraversava la terra da un emisfero all’altro, uscivano da una parte, rimanevano sospesi per un istante in aria e poi ricadevano nel pozzo di nuovo uscendone dall’altra, all’infinito, era bellissimo e vertiginoso ma a un certo punto lui si trovava da solo in quel precipitare perpetuo e si sentiva soffocare. Sciabè gli disse che poteva essere il ritmo del suo respiro la causa di quel sogno. Gli disse che lui non respirava bene durante il sonno e che avrebbe fatto meglio a smetterla con il lavoro di fabbro. Continuarono ad incontrarsi fino ad un giorno di metà settembre. Aspanu, da diverso tempo, stava lavorando al progetto di un meccanismo per issare le pesanti reti piene di pescato sopra i pescherecci. Pensava che se avesse funzionato sarebbe stato abbastanza ricco per fuggire e portare con sé, lontano dal quel villaggio di malelingue , il suo tesoro. Subito dopo il loro primo appuntamento si era messo in testa di finire rapidamente quel progetto per fare una sorpresa a Sciabè, che non sapeva ancora nulla. Stava tutto il giorno sulla fucina accesa a forgiare il ferro e gli era venuta una tosse insistente, giorni prima aveva avuto anche la sensazione di perdere il respiro che per fortuna era passata quasi subito. Quella notte di settembre, mentre dormivano nella grotta Paradiso, Sciabè aprì gli occhi, il sonno rotto da un sordo rumore e una scossa della barca sospesa, il livello del mare scendeva e risaliva fino a lambirla, fuori si era scatenata una tempesta. Guardò lui che ancora dormiva e notò che aveva il respiro corto ed affannato. Lo svegliò a fatica, aveva gli occhi rossi e non riusciva a parlare, respirava malissimo. Lo fece bere, gli bagnò il viso ed il corpo sudato ma il suo respiro peggiorava. Quindi cercò di soffiargli aria nei polmoni ma senza risultato. Quando vide che stava per perdere i sensi ebbe la terribile certezza che avrebbe potuto perderlo. Gli disse, singhiozzando in preda al terrore, che stava per tuffarsi a nuoto per andare a chiedere aiuto. Lui cinse i suoi polsi con le mani ma stavolta la presa era debole e non ebbe abbastanza fiato per dire che gli sarebbe passata, che di lì a poco sarebbe stato bene. Rimase con gli occhi semichiusi , impotente ad osservare con lo sguardo appannato Sciabè legarsi il capo della fune alla caviglia, l’altro alla barca e tuffarsi in acqua.  Perse i sensi. La marea era alta, il cunicolo sommerso. Prese quanto più fiato poté e si immerse. Riuscì a passare il cunicolo a fatica per via della forte corrente graffiandosi contro le pareti e finalmente emerse dall’altra parte, quasi senza fiato e tossendo acqua salata. Il mare saliva e scendeva paurosamente nella buia grotta del Diavolo. Nelle tenebre, si aggrappò ad una sporgenza della parete per riprendere fiato ma riusciva a farlo a intermittenza perché il livello dell’acqua superava a tratti la sua testa. L’uscita, quasi sempre sommersa, lasciava intravedere ogni tanto i lampi sopra il mare in tempesta. Si fece coraggio, prese forte il fiato e si immerse nel fondo oscuro. Nuotò sott’acqua verso l’uscita tenendo gli occhi aperti, cercando di orientarsi con il bagliore dei lampi. Quando, ormai senza fiato, ebbe l’impressione di essere finalmente fuori, salì in superficie. Mancava pochissimo, una brevissima distanza fatale. Il livello del mare in tempesta si sollevò proprio nell’attimo in cui stava emergendo. Batté violentemente la testa sotto l’apertura della grotta, perse i sensi ed affogò. Poco dopo un onda più forte incastrò il suo corpo esanime e abbandonato all’esterno della grotta, fra gli scogli. Aspanu si svegliò ore dopo di soprassalto, tossendo, con un forte bruciore al petto.  Afferrò con il cuore in gola  la fune che Sciabè aveva legato alla caviglia prima di sparire nel cunicolo e la tirò con forza. Era tesa. Per un attimo fu rincuorato. C’era silenzio, il raggio di luce non era ancora entrato in grotta Paradiso, segno che fuori era ancora buio, il mare era abbastanza calmo per riuscire ad uscire. La tempesta forse non era stata così forte, forse faceva ancora in tempo a fermare Sciabè. Sarebbe stato un guaio se fossero stati scoperti. Calò veloce la barca, accese la lampada ad olio, la poggiò sulla prora ed uscì dal cunicolo tirandosi fuori con la fune. Vide la corda uscire all’esterno della grotta del Diavolo. Sicuramente Sciabè l’aveva legata fuori per facilitare il suo salvataggio. Issò la barca per svuotarla aiutandosi con le mani per fare prima. La calò, e continuò a tirare la fune trasportandosi verso l’uscita, seguendone inquieto il percorso. Uscito dalla grotta vide la fune sparire nella scogliera. Gettò l’ancora e si buttò in acqua, afferrò la fune e la seguì al buio con le mani tirandosi verso gli scogli, fino a che toccò un piede gelido. Urlò di dolore. Andò forsennato a tentoni cercando il suo viso fra le rocce ferendosi le mani. Gridando il suo nome e piangendo cominciò a disincagliare il suo corpo ghiacciato, sciolse la fune dalla caviglia e finalmente depose Sciabè sulla barca. Strinse dondolando il suo morbido corpo freddo ed esanime per il resto della notte cercando di scaldarlo e riattivarlo con il suo calore, mormorando ed ogni tanto canticchiando tra i singhiozzi le frasi con cui Sciabè usava accompagnare  quella melodia di una nota sola creata dal mare e dai fori della roccia lavica in grotta Paradiso. Giunta l’alba remò per un po’ verso il largo, abbracciò Sciabè e si legò al suo corpo con la fune. Poi girò la fune intorno a una  traversa e la legò sulle sue cosce. Infine sbloccò il tappo. La barca di Aspanu affondò rapidamente sotto il peso dei verricelli e delle catene.». Finito il racconto Alfio, stupito che Loris sia stato in silenzio per tutto quel tempo, si gira e lo guarda. «Loris! Ma che stai piangendo?». «Cavolo Alfio! E ci credo! È una storia tristissima. Bella sì, ma tristissima. E pure inquietante. Credo che per un pezzo non andrò in gommone con mio zio». Alfio lo guarda sorridendo. Restano qualche minuto in silenzio ad osservare i galleggianti immobili. Alfio ha l’impressione che Loris sia inquieto e gli fa: «Vedo che la mia storia ti ha colpito Loris, ora voglio farti una domanda, ma mi devi rispondere sinceramente, dal fondo del cuore.». «Va bene. Spara.». «Vorrei che tu mi dicessi come ti sei immaginato il personaggio di Sciabè, insomma, come te lo sei raffigurato.». Loris titubante: «In che senso, fisicamente? Mah… una donna di mezz’età, bionda, formos…». «Hai detto una donna. Sei sicuro?». «Eh? Che vuoi dire! Certo che ho immaginato una donna, che altro dovevo immaginare? Sei tu che hai descritto una donna.» «No. Ti sbagli, se hai ascoltato bene, avrai notato che non ho mai fatto riferimenti al suo sesso in nessun modo. Non ho mai usato un pronome, un verbo o un aggettivo al femminile.» Loris a quel punto comincia ad alterarsi: «Mi stai dicendo che Sciabè era un culattone? Mi hai raccontato la storia di due culattoni?». «Ecco qua… culattoni…. Non ti innervosire, ti ho solo fatto una domanda. Sei libero di immaginare questa storia come vuoi. Ti dico solo che da queste parti “Àspanu” è il diminutivo di Gaspare e “Sciabè” è  usato come diminutivo di Saverio. D’altra parte è un nome che non starebbe male neanche ad una donna . Non credi? E poi anche se fossero stati due “culattoni”, non ti avrebbe colpito lo stesso questa storia?». «No! Per niente! Anzi, si può dire che me l’hai bella che rovinata! Ma che cavolo ti passa per la testa?». «Perché ti scaldi tanto? E poi è curioso che tu abbia detto che ti sei immaginata Sciabè bionda. Anche tu sei biondo.». «E questo che cavolo c’entra? Cos’è uno scherzo questo? Eh? La finisci qui ‘sta storia? O me ne devo andare?». «Insomma Loris, possibile che non riesci a vedere? Perché! Perché sono anni che tu vieni in vacanza e regolarmente noi due, invece di fare come gli altri che vanno a cercarsi le donne, veniamo fin qui ad appartarci e a passare tutte le serate senza prendere quasi mai neanche un misero pesce? Io ho capito e adesso so quello che provo.». «Ma… ma… ma sei impazzito? Cosa mi fai adesso, una dichiarazione? Io credevo che venivamo qui perché siamo grandi amici. Mi stai facendo uno scherzo vero Alfio? Dimmi che è uno scherzo e ci ridiamo sopra eh?». Loris comincia a ridere forzatamente ed Alfio, calmo, sereno e più serio che mai lo smorza subito fissandolo serio e gli risponde: «No. Non è uno scherzo. Tu mi piaci. E so che anch’io ti piaccio. Fai solo fatica a vederlo per colpa del tuo ambiente, soprattutto familiare. Tuo padre, tua madre,  i tuoi fratelli, tuo zio, i tuoi amici non potrebbero mai accettare una cosa del genere e tu lo sai bene. Non mi hai mai sognato Loris? Dimmi la verità. Io l’ho fatto e non me ne vergogno.». A quel punto Loris è bianco, balbetta qualcosa, molla la canna a terra e fa per alzarsi ma Alfio, che è molto più forte, gli prende i polsi, glieli stringe forte e lo blocca a terra seduto. Poi gli sussurra guardandolo con gli occhi lucidi: «Se adesso verrai con me, tu vedrai il paradiso.». Loris per un attimo sembra perdere i sensi, socchiude gli occhi. Alfio trepida aspettando il largo sorriso di Sciabè ma si illude solo per poco, l’altro, come ripresosi da una seduta di ipnosi, spalanca gli occhi di scatto, si divincola violentemente, si alza in piedi, prende la sua pila, illumina il viso di Alfio e comincia ad insultarlo pesantemente: «Mi fai schifo!!! Me lo potevi dire prima che eri un culattone schifoso!!! Bastardo!!! Traditore!!! E io che credevo fossi un amico!!! Per tutti questi anni!!!». A quel punto sotto lo sguardo profondo e imperturbabile di Alfio che intanto ha anche lui acceso e puntato la pila sul suo viso, Loris non ci vede più dalla rabbia. Sferra un calcio alla mano di Alfio gettandogli la pila in mare, poi da un altro calcio alla scatola di vermi scaraventandogliela sulla faccia che nonostante ciò mantiene sempre la stessa imperturbabile espressione. Quindi rimane a guardarlo  con la pila puntata e l’espressione tra il colpevole, l’inorridito e l’esterrefatto. «Mi fai schifo…», sussurra . Poi raccoglie lo zaino e fugge via, lasciando Alfio senza luce a seguirlo con lo sguardo mentre la luce traballante della pila si allontana perdendosi su per il sentiero. Per fortuna c’è la luna. Pensa Alfio. Si ripulisce il viso, raccoglie le cose e lentamente si avvia per tornare verso casa. Non si rivedranno più. Loris da quel giorno comincia ad avere un incubo ricorrente: è con Alfio, e devono attraversare una lunga spiaggia ai piedi di un costone invalicabile. Fa scuro  rapidamente, sta salendo la marea e la spiaggia si assottiglia fino a che sono costretti a camminare quasi al buio sugli scogli. Si gira verso il mare e vede all’orizzonte un onda enorme scura e minacciosa che avanza. Si gira di nuovo e vede Alfio con il fango ed un verme pendulo sul viso che gli porge la mano per tirarlo su uno scoglio più alto ma lui, impressionato,  si volta di nuovo verso il mare, l’onda è più vicina e sempre più alta. In preda al panico si gira di nuovo verso Alfio ma lui non c’è più. L’onda gigantesca sta per travolgerlo, si sveglia di soprassalto ed ogni volta ha l’impressione di sentire l’eco di una melodia monotona che non riesce mai a riconoscere, fatta di una sola nota.  Passano gli anni. Una mattina d’estate  Alfio è al chiosco del porto, sta leggendo il giornale. Gira pagina e legge di un uomo trovato morto annegato in un canale su al nord. Riconosce Loris. Lascia la moglie e una bambina di due anni. Qualcuno lo ha visto camminare ubriaco e canticchiare da solo accanto al canale poco prima che sparisse. Non è chiaro se si tratti d’incidente o di suicidio. Carmelo, la sua Sciabè, gli porta una tazzina di caffè. Lo vede fissare quella notizia di cronaca, si avvicina, legge e poi  fa: «Povera bimba, che rimane senza il papà… o magari è meglio, chissà… magari era uno stron…». «Smettila!», lo gela Alfio, «Non mi va di scherzare sui morti.» Carmelo zittisce e si allontana alzando le mani dopo aver poggiato il caffè sul tavolo  per Alfio che fissando quella piccola foto ha un flash improvviso. Rivede loro due da piccoli e la cicala che sparisce zigzagando goffa contro il sole con la pagliuzza infilata su per il dorso, risente la risata di Loris sguaiata e contagiosa. Sorride per un attimo, poi si scurisce subito. Gli cade una lacrima, due.  Le chiude nel giornale, si asciuga gli occhi veloce, tira su col naso mentre prende la tazzina, si alza e va, l’espressione seria e  imperturbabile verso Carmelo che, offeso dalla sua reazione, è appoggiato al parapetto picchiettando le unghie sulla sua tazzina con lo sguardo perso verso il mare. Mentre la radio del chiosco suona “Samba de Uma Nota Só”.

Afra

Questo racconto è del 2009, Giada è una ragazza ventenne in crisi che verrà aiutata da Afra, una donna di cui crede di essere innamorata.

Male. Mi sveglio male, madida di sudore freddo. Non è più teso, perdo il controllo. Stringo forte in mano il resto del filo spezzato di un aquilone  impazzito seguendone ansiosa le traiettorie improvvise, nervose, imprevedibili. Arriva all’alba quel sogno in bianco e nero, ricorre spesso e mi scaccia fuori dal sonno, dal letto e poi di casa. Eppure è qui, in questa natura sempre-vento e sole che ho imparato a sollevare un aquilone, è stato lui ad insegnarmi. Noi due, predestinati all’uso unito quasi fin dai pannolini. Eccoli i miei ventidue anni e l’eterna situazione delle due famiglie di eterni amici, uniti per le vacanze estive nell’usa e scorda sud. Si dorme ammassati dentro veloci pigrizie di ammanigliati conquistatori del metro quadro, igloo scatolari,  poli-familiari tufacei odoranti frigo spenti anche se pieni, schegge di plastiche scadenti a scolorire qua e là, incastonate tra  graminacee di giardini traditi dopo meno di due mesi e palloni da calcio passito, sempre più piccoli e deformi a disidratare sopra i tetti.

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Nonostante “piccoli” incidenti e ipocrisie si va in eterno uniti e avanti. Ma avanti verso cosa? Uniti contro chi? Aggrappiamoci eternamente. Cosa potremmo desiderare di più dalla vita? In fondo a Luca gli voglio bene, ma non capto più. Ho l’impressione che tutt’intorno stiano tirando i dadi a turno per lo stesso gioco le cui regole nessuno mi sa spiegare e al mio turno recito falsa partecipazione. Qual è lo scopo? Lo scopo… ma lo amo? Non credo, non lo so, la mia riserva di sorprese e brividi esaurita, lo apprezzo molto, ma con lui è come con l’aquilone impazzito, anzi no, è il filo, che quando sembra più tenere invece si spezza e mi punisce frustando il dorso della mano. Il letto mi rigurgita stremata alle cinque di mattina ma il corpo reagisce energico e insofferente, rapido e silente, sprezzante lavandini e colazioni fugge via di casa e invola verso mare. Macchine appannate, siepi, recinti e fichi d’india sfrecciano sui lati, corro a perdifiato inseguita da qualche abbaio, poi finalmente c’è la sabbia e il tunnel di canne che porta fino al mare. Mi fermo un attimo per togliere di fretta le scarpe e via di corsa. Il passaggio è stretto ed in alcuni punti le lunghe foglie mi frustano le cosce e il viso sprizzando la rugiada, mi guidano e riesco a tener gli occhi semichiusi fino in spiaggia. A qualche metro dalla riva getto le scarpe, tiro via la rugiada dal viso, asciugo le mani sui pantaloncini, punto i talloni nella sabbia fredda e comincio a ruotare i piedi fino a sprofondare e a cercare il residuo tepore del sole di ieri. Mentre riprendo fiato osservo. A quell’ora tutto sembra di un violaceo chiaro-scuro. Il cielo dal blu-notte all’indaco, il mare grande e calmo argento sommerso, verde morto e blu petrolio. C’è quella specie di rosa all’orizzonte che sfuma striato di un oro pallido, ancora lontano per sfoggiare tutto il suo bagliore. Comincio ad allungare il respiro e chiudo gli occhi, mi concentro sui rumori. Serve tempo e concentrazione per poter violare quel silenzio finto, per riuscire a  carpirne i piccoli segreti. Sto avanzando, i piedi bloccati su un’immensa e lentissima giostra sferica rotante verso il sole, fuoco puro, arde silenzioso, immagino gli slanci sibilanti delle sue lunghe lingue infuocate. Chiudo gli occhi e ascolto proprio bene. Laggiù, dietro il mare, rotea piano l’enorme globo incandescente,  il movimento  impercettibile, in sottofondo c’è un brusio sommesso, quel leggerissimo fragore. Sembra piano espandersi e rapido smorzarsi, la frequenza di un respiro profondo. Non è il fuoco, è il mondo che si sveglia, come una lontanissima folla medievale viola e nera, ne vedo i movimenti e le smorfie al rallentatore, corre, grida, si accapiglia dannandosi a rincorrere un soldo d’oro rotolante che quando è lì per essere ghermito e la folla rallentando quasi  tace, piroetta all’improvviso, come posseduto e sfuggente, lanciato da una torre dorata di prima luce e rimbalzato tintinnante in un vicolo dove il sole non batte quasi mai. Ora ascolto lo sciabordio flebile sulla battigia, riesco a sentire le minuscole frane, la risacca sonnolenta, particolari e particolati di materia naturale e umanizzata miscelati, variegati nelle forme e nei colori. Pezzetti di conchiglie, minuscoli sassolini, variopinti vetrini opacizzati, plastiche, metalli, legnetti, frammenti di ossa e cartilagini, l’ultimo stadio di lavorazione del mare prima di ottenere sabbia. La spiaggia, immenso archivio di destini. Sento qualcos’altro adesso, viene dal mare ma non apro ancora gli occhi. Provo a indovinare. È lei, sono sicura, è il suo rumore. È Afra. Fa la sua passeggiata in mare immersa fino alla vita. Sarà sui quaranta, ha un viso rassicurante, responsabile, di quel dolce che sai che sa ben essere anche duro, i tratti statuari, mi fa pensare a una dea greca, i capelli lunghi raccolti e neri, i  riflessi blu. Lo sguardo è penetrante ma non invade, stabile, rilassato, sicuro come il suo andamento, il corpo sinuoso inconsciamente fiero ed elegante. La sento ancora troppo lontana per poter scambiare il consueto saluto. Finora ci siamo parlate poco, per qualche secondo qualche volta, non di più, di solito ci salutiamo e basta. Ogni volta il nostro contatto oculare tradisce come un’ansia  lieve a voler dire: «ti prego…non strillare! Non fare alcun rumore!», e dopo reciproco sorriso e cenno con la mano, diventa un tacito: «ero sicura che non l’avresti fatto». A quell’ora ci siamo solo io e lei, consapevoli testimoni di una perenne magica nascita da cui entrambe dipendiamo e che ci rende complici silenziose. Due funambole taciturne, ostetriche sterili, forse per quello più sensibili, in punta di piedi nella quiete di un reparto maternità all’alba. So che Afra  va al mare solo all’alba e prima che il sole possa stagliare la sua ombra così netta sulla sabbia che altri possano sformarla e sprofondarla con i piedi, allora va via. Anch’io faccio così e subisco le prediche e i rimproveri di tutti ma preferisco stare a casa. La scusa è che il troppo caldo mi fa sentire male e non voglio stare tutto il giorno sotto l’ombrellone o al riparo del lido tra odori fritti, aromi di calippi e musichette di video-games. Io devo studiare. Che brava ragazza. Afra l’ho ben studiata. So come si chiama perché sono andata a piedi per le stradine bianche e polverose fin fuori casa sua, ho letto il  nome sul citofono. Credo che viva quella casa da sola e non solo durante le vacanze estive. Mi da l’aria di un ambiente vissuto ed amato, il giardino ben curato. A casa nostra c’è un telescopio, mio padre è convinto che le stelle su quest’isola si vedano più vicine e la luna sicuramente sì. Ma io ormai lo punto solo su Afra e non la notte ma in tarda mattinata, quando tutti sono al mare ed io e lei a casa. La sua è a qualche centinaio di metri in linea d’aria. La prima volta che l’ho spiata, su dalla terrazza, ho visto Afra chinarsi, e poi rialzarsi in un angolo del giardino, andare dietro una siepe di rosmarino abbastanza alta da riuscire a vederla solo a mezzo busto, liberarsi del costume, scendere e sparire. Dopo l’ho vista alzarsi, avvicinarsi al rosmarino, poi accasciarsi e sparire di nuovo. Il giorno dopo, alla stessa ora, ho deciso, madida di sudore caldo e titubante, di salire con il telescopio sulla collina accanto casa e ho visto.  Ho visto Afra chinarsi per azionare gli schizzetti, entrare in quella specie di crop circle, anello di rosmarino circondante un praticello rado, liberarsi dei due pezzi e legarsi i capelli e lentamente adagiarsi sdraiata sull’erba. Al sole pieno, sotto lo schizzetto leggero e vaporoso ho visto un piccolo arcobaleno formarsi su lei nuda, sopra le sue dune. Ho studiato inebetita i riflessi di goccioline a miriadi formarsi e sciogliersi in rivoli mutevoli nelle discese del suo florido corpo bianco-dorato. Ormai sono giorni e giorni che la osservo ed ogni volta, dopo un po’ che è sdraiata, si alza, va verso la siepe di rosmarino e ne spezza tranquilla e decisa un rametto. Torna a sdraiarsi sotto la pioggerella artificiale e comincia a spennellarsi. Su e giù. Molto lentamente, le labbra e gli occhi chiusi distesi e beati. Scorre le foglioline pungenti verde smeraldo sulle gambe, le cosce, pian piano sulle anche, sull’addome e sui seni orgogliosi fino agli apici coperti di rugiada sotto quel vaporoso arcobaleno. Quando arrivo a quel punto, smonto tutto, discendo in fretta la collina del disonore e rientro nell’igloo di tufo deserto, tutti sono al mare e io ne approfitto per liberarmi, veloce, lì, davanti allo specchio del bagno che, subito dopo, riflette la mia faccia colpevole e paonazza. Mi sono innamorata di una donna? Sono una lesbica? Omosessuale? Tutte le etichette.  Dopo mi sento confusa. Nervosa. Una maniaca sessuale, disadattata e guardona. Immersa in colpevoli pensieri, ancora i piedi sprofondati nella sabbia e gli occhi chiusi, ho un sobbalzo. Afra è più vicina. Apro gli occhi. Ora la vedo bene. Sta per passare attraverso la piccola foce, il fiumiciattolo sotterraneo che sfocia in mare alla mia destra e so già cosa farà. In quel punto l’acqua è ghiacciata, le arriva fino al collo. Alzerà le braccia come sempre, attraversando. La ripenso spesso in quell’atteggiamento da ballerina classica marina. Riemerge. Riesco a immaginare  tutti i suoi pori e i capezzoli germogliati. La prima volta  che è apparsa mi ha spaventato. C’era foschia e non mi  aspettavo quella silhouette nera avanzare da mare. La mia inquietante, sinuosa signora Lockness.  La mia splendida Afrodite spumata dalle onde. Vorrei essere una piovra ed avere una bocca per ogni ventosa di ogni tentacolo, dal più grande al più piccolo, strapparti piano il costume, premerti dolcemente e fermamente contro uno scoglio e suggere il mare salato da tutta la tua superficie, fino al più piccolo dei pori, tinte d’alba. Afra si avvicina e si accorge che la sto fissando. Sfilo velocemente i piedi dalla sabbia e casco seduta. Alzo lo sguardo e ci scambiamo il solito codice ma stavolta devo tradire qualcosa perché ansia-sicurezza tramuta in ansia-sicurezza-ansia, la mia. Lei se ne deve essere accorta, si ferma a pochi metri da me e sottovoce mi fa: «Tutto bene?». E io: «Sissì! Stavo inciampando!» . Non la convince, si avvicina e si ferma poco distante. Mi racconta che ha visto una manta nera mentre passeggiava, dice che quel periodo si avvicinano di più  alla riva, le è già capitato altre volte. Mentre parla della manta, così vicino, la mia piovra in fuga già si è inabissata ed io credo di aver perso il rossore o il pallore che sia perché mi sento a mio agio. Il suo tono di voce è piacevole, rassicurante. Ci scambiamo sensazioni e notizie su quell’ora che ci accomuna per un bel po’, poi parliamo di noi. Si siede anche lei. Mi dice che ha origini greche e rumene, è divorziata con due figlie che vivono in città, che ha lavorato come giornalista e traduttrice ed ora scrive libri e fa l’articolista. Riesce a fare quasi tutto da casa con il telelavoro.  Ha già pubblicato qualcosa e, tra lo scrivere, le traduzioni e le lezioni di lingua se la cava  bene abbastanza per vivere come desidera. Anch’io le parlo della mia vita e il tempo passa. Comincia ad affacciarsi gente in spiaggia. Io devo tradire un’espressione da vampiro sorpreso dal sole perché Afra, complice comprensiva, mi propone di accompagnarla al porticciolo per fare colazione e continuare a chiacchierare. Lei mi mostra il nascondiglio tra gli scogli dove tiene un pareo bianco e nero ed una sacca. Veste il pareo e si incammina verso il porticciolo. Io, con i miei pantaloncini corti, la maglietta e le scarpe da ginnastica in mano la seguo. Finita la sabbia comincia a camminare sul selciato a piedi nudi. Io esito a fermarmi per infilarmi le scarpe. Lei si ferma e si volta, come aspettando che io le metta. Mentre le calzo mi sfugge uno sguardo ai suoi piedi, poi lo alzo al suo viso e neanche mi accorgo di tradire un  «Ma come fa?», perché lei rompe il silenzio tirando su le spalle: « Abitudine.» Continuiamo verso il chiosco che da sul porto. Ci sediamo a un tavolino e ordina  latte di mandorle fresco e caffè caldo, io un po’ a disagio ed un po’ incuriosita la seguo. Quel contrasto tra il caldo del caffè e la granita del latte di mandorle mi piace molto, mi torna per un attimo l’immagine di Afra, ballerina classica marina  che passa la foce del fiumiciattolo ghiacciato, gioco temeraria con la piovra, poi notando i colori dei due liquidi mi torna in mente anche il bianco-nero, la piovra inabissa e io credo di arrossire o impallidire, non bevo più.  Afra sorseggia  in silenzio osservando il porticciolo e il mercatino del pesce ed io neanche mi accorgo di aver chiuso gli occhi e nel fragore dei mercanti e le chiacchiere del chiosco, immaginare la folla sotto il castello che ormai  è qui, ad inseguire il soldo d’oro. Afra mi chiede cosa sto pensando, presa alla sprovvista riapro gli occhi e timidamente condivido l’immagine della folla. Sento di cambiare tinta quando lei sorride e mi dice che dovrei provare a scrivere. Paga, io la ringrazio e lei mi chiede di accompagnarla nella folla. Andiamo ad una bancarella dove c’è un suo amico pescatore, Saro, immagino sui cinquanta, magrissimo, i capelli ricci grigi e il volto bruciati dalla salsedine, gli occhi celesti che sembrano stati scoloriti nell’acqua di mare ma il resto del viso, la voce e la mimica compensano la vivacità, troppa vivacità per me, mi mette a disagio. Noto subito che c’è qualcosa tra loro, come parlano, come si guardano. È strano. Non dev’essere gelosia quella che sto provando, è una invidia latente, sottile. Vedo scambiarsi i loro sguardi complici, come appagati da un saper vivere che mi sfugge, che potrei godere ma solo da spettatrice. Mi mette in imbarazzo. Mentre loro due mercanteggiano intimamente, io, a una certa distanza faccio finta di curiosare, lo sguardo alla vaschetta di vongole sprizzanti. Saro ripone un cartoccio con due grossi pesci nelle mani di Afra e con la coda dell’occhio noto i loro sguardi d’intesa. Ancora invidia? Afra mi scopre e con il suo sguardo di marmo amorevole mi ferisce di nuovo: «Tutto bene?». Mi guardano entrambi in attesa sorridente. Bofonchio qualcosa di affermativo e ritorno alle vongole. Per un attimo li odio e mi pento di averla seguita nella folla ma credo di mascherarlo bene, voglio tornare a casa. Ci avviamo lungo il tratto di strada che abbiamo in comune per tornare e lei comincia a parlare. Mi racconta di Saro, della sua vita difficile in un ambiente povero e duro, della sua forza d’animo, della loro amicizia. È strano, Afra riesce a cambiare l’immagine di Saro che mi sono fatta mentre ne parla. Ora davvero non so più se sento invidia o gelosia, vedo un mite e bellissimo uomo accanto a lei, la mia piovra sprofonda sempre più, forse è sparita. Magari. Comincio a raccontarle di me e  Luca, comincio a mostrarle il fianco dei miei pensieri confusi e lei mi sta ad ascoltare. Mi fa così bene essere sicura che qualcuno mi stia realmente a sentire che divento una valanga ma Afra non sembra seccata, anzi, più le parlo e più sembra concentrarsi su quello che le dico. Mi interrompo a malincuore quando arriviamo al bivio che ci separa. Afra mi chiede se ho da fare o se mi va di seguirla nelle sue tappe mattutine prima di tornare a casa e magari di restare a pranzo da lei. Io sto per dire di sì ma poi non posso fare a meno di pensare che l’ho spiata in una delle sue intime “tappe mattutine”. Ho rovinato tutto, non potrei continuare a nascondere la piovra. Sto quasi per rifiutare e dare l’arrivederci al giorno dopo che lei mi fa ammiccante: «Guarda che Saro mi ha dato due pesci…». Penso all’igloo vuoto di tufo che mi aspetta, al frigo che odora vuoto anche pieno, mi faccio forza, spingo giù la piovra a calci e accetto l’invito. Ci incamminiamo, la mia valanga riparte e mentre parlo non posso fare a meno di gettare ogni tanto lo sguardo sui suoi piedi ancora nudi, immersi nella polvere bianca della strada , sono infarinati, la base sembra nera, le unghie non si distinguono, immagino anche che stia soffrendo il bollore del selciato. Ormai il sole picchia, e se becca un chiodo o un pezzo di vetro? Mi sento confortata, egoisticamente protetta guardando le mie scarpe da ginnastica. Afra interrompe la mia valanga deviando il percorso e lasciando d’un tratto la strada. Procediamo in un campo di erba piatta e rossiccia e io le chiedo se è una scorciatoia. Lei mi fa: «Hai visto quel fiumiciattolo che sfocia in spiaggia? Vieni, ti faccio vedere una cosa.». Dopo un po’ il campo che attraversiamo comincia a discendere, prima dolcemente, poi bruscamente verso un costone di roccia, la discesa si fa sempre più ripida e alla fine, calandoci tra sassi ed evitando spine, entriamo in una piccola grotta che sembrava nascosta dai cespugli. Ho un po’ paura e non riesco a staccare gli occhi dai piedi di Afra che invece sembra  tranquillissima e, finalmente, si ferma e tira fuori dalla sacca un paio di sandali di pezza. Li infila e proseguiamo per una breve discesa franosa di ciottoli e schegge di roccia. Il fiumiciattolo che arriva in spiaggia, in realtà è sotterraneo. La grotta è una falsa grotta perché dal lato opposto penetra la luce attraverso un apertura tra le rocce e lo spettacolo è fantastico. Sembra un ruscello di montagna che appare per qualche metro e poi si inabissa di nuovo nelle viscere della terra, lo avevo già visto sulle montagne del nord ma qui al sud proprio non me lo aspettavo. Afra si siede su un masso, sfila i sandali e immerge i piedi nell’acqua invitandomi a  fare altrettanto. Io eseguo ma fino a un certo punto. L’acqua è talmente ghiacciata che non riesco a tenere neanche la punta delle dita dentro. Provo a immergerli di scatto e mi sale una fitta dolorosa fino in testa. Lei mi consiglia di bagnarmi la nuca ed immergerli per poco ogni tanto, per abituarmi poco alla volta. Io sbalordita le chiedo: «Ma come fai?». Lei mi fa ridendo: «Mi hai fatto la stessa domanda giù in spiaggia, solo che era muta! A-bi-tu-di-ne! I miei piedi sono abituati, non metto quasi mai scarpe l’estate o quando fa abbastanza caldo e neanche in casa. I miei piedi sono sensibili quanto lo sono le mie mani, prova a mettere le mani in quest’acqua e vedrai che riuscirai a tenercele.» Ci osserviamo i piedi a vicenda. Finalmente riesco a vedere bene i suoi. Sono perfetti, riesco a vederne le unghie che sembrano madreperla, a parte qualche piccolo taglietto qua e là fanno sicuramente  migliore figura dei miei. Afra mi fa: «Hai un inizio di onicomicosi.». «Onicoche?» Dico io. «Onicomicosi, un fungo delle unghie. Vedi quel colore giallognolo giusto all’inizio? Devi tenere i tuoi piedi più all’aria se vuoi che siano sani. Sei tu che li tratti male, non io. Perché ti snobbi i piedi? Sei nordista con il tuo corpo? ». Afra continua: «Hai mai pensato che, se l’Italia ha la forma di uno stivale ed il sud sembra  il suo piede, è sempre, per andarci leggeri,  stato poco ben considerato questo piede? Diciamo che governi e governatori hanno da sempre teso a dimenticarselo questo sud o a ricordarselo solo quando gli faceva più comodo. Ma senza i piedi cosa saremmo?». A queste parole mi viene spontaneo un collegamento e le faccio: «Quindi secondo te, l’onicomicosi, rappresenta un po’ le mafie? Il fungo che prolifera umido celato sotto il calzino bianco dei grandi poteri?». Mi viene subito in mente il padrino, comincio a muovere gli alluci semi-giallognoli e ad imitare la voce di Don Vito Corleone, che tra l’altro mi riesce bene: «Devi sempre portare rispetto per le cose della famigghiaaa…… Baciamo le mani Don Ciccio! Minchia Michael! U calzinu sé bucaaaatuuuu!!! La Famigghia Onnecomecoooosiiii a schifìo finiiisce!!!». Le nostre risate risuonano nella grotta. Quando i miei piedi si sono ormai abituati, quindi dopo un bel po’, ripartiamo. Afra mi dice che deve fare la spesa. Non andiamo ad un supermercato ma da una contadina. Si chiama Fernanda, avrà una sessantina d’anni, un fazzoletto colorato le fascia la testa, si vede che anche lei è sveglia già dall’alba ma non certo per passeggiare, è andata a vendere al mercato in città e quando arriviamo è sotto il piccolo portico di uva fragola di una casetta a due piani che deve avere come minimo un centinaio di anni, intenta a sbucciare un pentolone di fagiolini. Lei e Afra cominciano a parlare e io non riesco a capire una sillaba. È dialetto, quello puro, arcaico immagino, ogni tanto però  ne azzecco una di parola. Osservo la casa. Sul tetto vedo l’antenna della televisione che stona con le tegole centenarie. A un certo punto capisco che parlano di prezzi e anche di governo. Poi Afra scoppia a ridere di cuore mentre Fernanda sparisce in casa ridacchiando a tratti, come cinicamente. Chiedo subito ad Afra perché ridono e lei, con le lacrime agli occhi, cerca di frenare il riso per spiegarmi ma ci riesce solo dopo un bel pezzo. Finalmente mi spiega che Fernanda si lamentava del fatto che deve vendere i suoi prodotti a prezzi stracciati, che la maggior parte della gente non capisce o non vuol capire la differenza tra un prodotto naturale, con la cura, lo sforzo e la tramandata conoscenza che c’è dietro, ed uno “industriale”. Al mercato tutti fanno storie sui prezzi. Ma Fernanda non pensa che sia colpa della gente, la gente lei la adora perché le permette di vivere, la sente vicina ma secondo lei non è informata. Dice che ai bambini, quando a scuola gli si insegna l’alfabeto, si dovrebbe far vedere «M» di «mela» che va bene, ma la «C» non dovrebbe essere «C» di  «cane» o di «casa», ma «C» di «contadino». Fernanda ce l’ha a morte con i politici. «I politici giocano con le vite». La frase oggetto delle risate che, dice Afra, in dialetto fa tutto un altro effetto è: «I politici? Io li legherei tutti uno dietro l’altro per le mani con una lunga corda dietra a  un treno e gli direi: Andate, andate….quando siete stanchi vi fermate.» Quando Fernanda riappare sulla porta, ha in mano un cesto con uova ed insalata e vedendomi ridere di pancia  sfodera un largo sorriso a denti di rastrello, poggia il cesto sulla tavola, mi viene vicino e sussurrandomi qualcosa che non capisco mi fa una gran carezza su una guancia. La sua mano è come carta vetrata sul mio viso, è calda e odora di terra e sudore. Ho l’impressione di continuare a sentirla anche dopo un po’ che l’ha ritratta. Salutiamo e ci incamminiamo continuando a parlare di Fernanda. La casa è un incanto, su un piano, tutta in pietra e bianca di calce, con archi e particolari che  mi dice siano stati aggiunti nel tempo da lei con l’aiuto di Saro ed altri amici. Il giardino è molto più curato di quanto potessi capire con il telescopio e la parte dietro la casa, quella che non potevo vedere è ancora più bella. È la zona festa, mi dice Afra, è un prato su cui, in diversi punti, sono sistemate rocce a formare tavolini, sedute, incavi con piante grasse e nicchie per proteggere le candele dal vento. Afra mi dice che Saro quando viene a trovarla porta sempre con se: il suo cane Xilù, mazzetta, scalpelli e che non fa altro che scolpire le rocce nel giardino, al punto che lei è preoccupata del giorno in cui non rimarrà più niente di abbastanza grande da scolpire. Dice che giorni fa hanno avuto un’accesa discussione perché lui voleva cominciare a scolpire dei posacenere e lei cercava invano di convincerlo che i posacenere devono poter essere svuotati. «Adesso cuciniamo!» dice mettendomi in mano una fascina di legna, fogli di giornale, fiammiferi ed indicandomi il barbecue rigorosamente scavato in una roccia da Saro. Riesco incredibilmente ad accendere il fuoco. Deve essere la legna secca. Un attimo dopo mi porta i due pesci che ha pulito. Mentre il barbecue sfrigola e il profumo comincia a diffondersi, parte una musica. «Nina Simone», sento citare Afra dalla finestra. Rigiro i pesci e faccio un giro in giardino, vedo il crop circle di rosmarino e ci entro. D’un tratto mi sento depressa, volgo lo sguardo alla collina, il mio segreto appostamento e mi sento una traditrice. Vorrei fare a pezzi la piovra con un machete e buttarla sul barbecue, mi giro e c’è Afra con una coppetta in mano che mi guarda ma io non riesco a frenare le lacrime, sarà quella musica. La guardo piangendo e le chiedo cos’è quella canzone. «Si chiama “He needs me”, ma che cos’hai?». «Mi fa piangere.» le dico. Lei poggia la coppetta e mi cinge le spalle con un braccio raccontandomi che Saro, quando ha bevuto un po’,  anche lui si mette a piangere ascoltando Nina Simone e che Xilù, per una sorta di empatia con il padrone, lo segue con ululati strazianti. A lei, regolarmente, tocca precipitarsi in lacrime ma per le risate a cambiare musica. Ricorderò solo più tardi quelle parole perché il contatto del suo braccio sulle mie spalle mi scatena un uragano nel cervello. Mi passa tutto davanti ad una velocità incontrollabile, scoppio in una breve risata e poi di nuovo in pianto e a quel punto non resisto più. La piovra boccheggia alla deriva. Devo dirglielo. Comincio a confidarle tutto,  i miei pensieri su di lei, che l’ho spiata con il telescopio di papà e alla fine anche del mio sogno ricorrente. Vomito una sorta di cortometraggio guazzabuglio fatto di piovre, Lockness, igloo, famiglie, nord, sud, fili e aquiloni in bianco e nero. Dopo lo sfogo rimango un attimo con lo sguardo basso aspettando di essere cacciata ma il silenzio dura troppo e allora ho il coraggio di guardarla negli occhi e la sua espressione è diversa da come me l’aspettavo. Rompe il silenzio ordinandomi severa di andare a prendere un rametto di rosmarino. Con le gambe molli eseguo terrorizzata pensando, per un attimo,  anche di scappare. Torno al barbecue e trovo Afra con la sua solita marmorea imperturbabilità che mi porge la coppetta e mi fa: «Intingi il rosmarino in questa salsa e spalmala sui pesci. Delicatamente, senza farla cadere sulla brace.». Io comincio mentre Afra rientra in casa e dopo attimi per me terrificanti, torna con due calici di vino bianco e me ne porge uno. Poi tira un gran sospiro e mi si siede vicino mentre continuo a spennellare i pesci con il rosmarino, facendo una fatica immane per evitare che la mano tremula lasci cadere la salsa sulla brace. «Per quel poco che possa conoscerti, io credo che tu sia molto, molto confusa e anche tu sembri esserne sicura. Mi sbaglio?» Io nego-affermo continuando semi-paralizzata a dipingere i due pesci. «Non credo che tu sia attratta dal mio corpo ma dal modo in cui lo vivo, forse sei affascinata dal modo in cui io vivo. Piano con quel rosmarino!!! Delicatamente!!! Dovresti sapere come si fa ormai, no?». Mi fucila e prosegue. «Devi imparare ad amarti, ad amare il tuo corpo senza provarne vergogna se vuoi dare e trarre il piacere nel contatto con un altro essere, che sia un uomo, una donna, un animale, un alieno o chicchessia. Vedi, io penso che quando non si hanno le idee chiare è meglio imparare a stare da soli finché non si abbia almeno una buona sensazione di avercele. Altrimenti si fa un danno a se stessi e soprattutto a chi ti sta vicino, che magari invece le idee chiare ce le ha, o forse no, magari è convinto di averle. In ogni caso gli si crea un danno comunque, non essendo veri e limpidi nell’esternare le proprie emozioni. Tu non mi conosci e in quel barlume di idea che mi sono potuta fare di te, non mi sembri proprio il tipo che si innamora di un corpo, si tappa le orecchie, chiude gli occhi e poi gli salta addosso. Sono onorata che tu abbia il dubbio di avere un attrazione verso di me, ma ti metto subito l’anima in pace: anche se farai chiarezza in te stessa e vorrai confermarmi la tua attrazione, ti dico subito che non sei proprio il mio tipo e soprattutto che devo far crescere più in fretta quella benedetta siepe di rosmarino.» Detto questo ci guardiamo un po’ e scoppiamo: lei a ridere e io a ridere e piangere  mentre mi abbraccia. Il pesce è il migliore che non abbia mai mangiato e Afra continua a beccarmi: «Visto che sei portata con il rosmarino?».  Passiamo  il pomeriggio insieme come fossimo due vecchie amiche. Tra confidenze, risate, pacifici silenzi e discussioni il tempo vola, al punto che dimentico che a casa saranno rientrati da molto e non sanno che fine ho fatto. Io e Afra ci diamo appuntamento in spiaggia per l’indomani. Al cancello stavolta sono io ad abbracciarla forte e lei ridendo mi dice di far piano che la soffoco e che ama le mante ma ha il terrore delle piovre. Ridiamo. Mi giro per tornare a casa e lei mi fa: «Aspetta!». Ritorna e mi da quello che mi deve dare. Quasi mi strappa una lacrima, la bacio su una guancia e vado via. La faccia di Luca, che è il primo a casa a vedermi arrivare, sembra quella di qualcuno che sta avvistando un UFO. Quando sono abbastanza vicina rompe il silenzio dicendomi: «Ma dove cavolo sei stata? Eravamo tutti preoccupatissimi! E le scarpe?». In quel momento mi rendo conto di non averle. Le ho dimenticate da Afra. Luca continua: «Cos’è quel cd? Che cavolo fai con quel ramo di rosmarino? Mi sembri l’otto di spade». Io le rispondo che forse ne avrebbe bisogno anche lui. Lui chiaramente non capisce e mi fissa stupefatto. Buonanotte Luca, domani, con molta calma, finalmente ti lascerò andare, penso mentre mi congedo sfiorandogli un bacio. Il mattino dopo mi sveglio, come sempre all’alba, ma stavolta senza il sogno bianco-nero, senza aquilone e senza filo. Il letto non mi rigurgita. Esco come sempre per andare in spiaggia ma lentamente e senza scarpe. Cammino piano tra macchine appannate, siepi, recinti e finalmente vedo in faccia chi sono i cani che mi abbaiavano. Al tunnel di canne e sabbia però mi viene voglia di correre. Stavolta sono in ritardo, Afra a quest’ora sarà già seduta al chiosco, sorseggiando latte di mandorle ghiacciato e caffè caldo, lo sguardo rilassato sul porticciolo. Esito. Non attraverserò il tunnel stavolta. Torno a casa. Ho troppe cose da sistemare. Partirò oggi. Mi cercherò un lavoro e andrò a vivere da sola. A casa tutti ancora dormono, preparo piano la valigia e prima di chiuderla, appoggio sui vestiti il cd ed il rametto di rosmarino.